Non siamo sicuri che Plinio il vecchio nella sua Naturalis Historia e Columella nel De Re Rustica abbiano davvero incrociato il fiano, quest’uva che, come scrivevano, forse era quella prediletta dalle api (la filologia è più complicata di quanto a prima vista si possa credere e francamente non mi azzardo a tentare un’interpretazione: troppo rischioso perché troppo generiche le descrizioni dei due pur grandi storici e scienziati).
Dal momento che i vini dell’antica Roma erano troppo diversi dai nostri, aromatizzati, densi, diluiti con acqua, è ancora più difficile stabilire analogie e ricostruire l’identità dei vini. L’unica cosa certa è che il fiano ha una storia millenaria e che oggi si può godere di questo vitigno nobile e prezioso: talvolta fa arrabbiare i viticoltori perché difficile da gestire in vigna, ancora di più in cantina per via della sua acidità spesso troppo elevata, stando ai palati di oggi e a chi crede che i bianchi vinificati in acciaio sono da bere solo d’annata.
Il punto è proprio questo: il fiano NON è un vino da bere entro l’anno – è uno di quei bianchi da attendere. Non smetterò mai di ripeterlo. Nel 1984 il professore Antonio Troisi decise di imbottigliare in proprio il fiano che produceva in località Vadiaperti e Toppole in quel di Montefredane (luogo totemico di questo vitigno, su una collina nei pressi di Avellino a circa 400 mt. di quota) da vigne di proprietà (ampio spazio è dedicato al professore in alcuni libri e articoli di Pignataro). Il figlio Raffaele ha continuato la sua opera (e in più ha creduto nella coda di volpe, vitigno che per primo ha vinificato in purezza con risultati davvero sorprendenti). Il fiano di Raffaele Troisi è la quintessenza del vitigno, è a distanza di anni l’interpretazione massima che se ne possa avere (forse insieme ai soli Antoine Gaita di Villa Diamante, sempre a Montefredane, e a Clelia Romano a Lapio), un vino rigoroso, spigoloso e indomito nei primi anni di vita, verticale, aggressivo, senza fronzoli, diretto come una lama, ma che col passare degli anni si distende, trova equilibrio, armonia come pochi. A dispetto di un’acidità da riesling e di una sapidità che difficilmente è comparabile agli altri bianchi (rocciosa e iodata insieme), il fiano dell’azienda Vadiaperti va riconciliandosi pian piano con le dolcezze che pure il vitigno di per sé esprime, coniugando rigore e accoglienza come pochi bianchi italiani sanno fare. Ricordiamo che il vino viene vinificato in solo acciaio, per cui tutto ciò che il bicchiere esprime al naso e al palato è da attribuire alla sola bontà del liquido. A mio parere il fiano di Vadiaperti è l’ultimo, in ordine di tempo, tra i fiano di Avellino da assaggiare. Ci si arriva solo dopo aver esplorato bene il vitigno e il territorio, solo dopo averli assaggiati tutti, dopo averne compreso la finezza, la naturale dolcezza e l’acidità furiosa. Questo perché il vino di Raffaele Troisi tende ad accentuare i lato severo e rigoroso a discapito della dolcezza, almeno sulle prime. Pertanto è buona prassi da parte degli appassionati cominciare a bere i suoi fiano almeno dopo un paio d’anni dalla vendemmia, per dar loro tempo di smussare gli spigoli e riproporre intatta quella dolcezza di cui dicevamo.
Il 2004 (siamo a quasi 5 anni dalla vendemmia) ha in dote un’acidità importante e una sapidità (le vigne sono in piena maturità) che mette a dura prova il palato inducendone una salivazione continuata. In più, l’annata ha saputo restituire al vino quella complessità che il vitigno sa esprimere, donandogli un bonus di finezza e di articolazione al palato che raramente è dato trovare.
La prima volta che provai il 2004 fu nella primavera del 2005 e lì erano ancora nettamente prevaricanti le componenti dure del vino, che risultava quasi tagliente al palato, pur lasciando comprendere quanto fintamente sottile fosse e come avrebbe potuto in seguito distendersi. Nel 2006 si capiva già, invece, che avevamo a che fare con un gran vino (nessun altro aggettivo può sostituirsi a quel “grande”), sensazione ampiamente confermata ad inizio 2007, quando il vino aveva due anni abbondanti. Dopo una pausa di oltre due anni mi riconfronto con questo campione e l’impatto è stato a dir poco esaltante.
Naso tremendamente fresco, agrumato di buccia di limone e pompelmo giallo, ma con inusitate note che virano quasi verso la buccia di arancia, la nocciola che spinge e emerge alla distanza, le erbe aromatiche che si susseguono senza mai riproporsi uguali a se stesse, erbe di montagna, badate bene (e siamo al Sud!), poi menta, muschio, roccia, sottobosco, terra, miele di castagno. Il vino non stordisce, avendo un tocco limpido, sereno, quasi francese, ma non smette mai di consegnarci profumi, sottili e intensi.
Al palato il miracolo è compiuto: l’alcol non è nemmeno percettibile, l’acidità è ancora piuttosto presente, ma integrata in un corpo che ora (e solo ora) rivela la sua vera spazialità, mostrandosi fintamente magro, che sa percorrere la lingua con continuità, senza fermarsi, una brezza e una scia odorosa che non si arresta e continua imperterrita dopo la deglutizione. La sensazione al palato è di una dolcezza che pian piano cede posto alle note minerali (davvero dominatrici della scena), ma è l’acidità che conquista, regalando una bevibilità stupefacente. Nessuna nota di frutta troppo matura o disidratata, segno di una giovinezza sorprendente e di una capacità di sfidare il tempo senza timore alcuno. La pulizia è poi decisiva, senza indebolire il carattere autentico del vino: nessuna cedevolezza, nessuna nota decadente. L’artigianato qui diventa un lavoro di cesello, l’esecutore un artista. Non si scherza, siamo di fronte a un vino che si schiude pian piano conquistando sorso dopo sorso e imponendo la legge della pazienza.
Per chi sa cosa significa bene grandi vini e per chi sa dove cercarli nel nostro paese. Chapeau bas!
Sono contento di sapere che il 2004 vola. In Campania è stata annata più rossista. Comunque sono d’accordo con te: Vadiaperti è il corso di specializzazione post-laurea
Non appena ti capiterà di risentire il 2004 di Vadiaperti, sono sicuro che lo troverai ugualmente in gran forma. E’ vero sull’annata più rossista in Campania, però in genere preferisco che siano un po’ più fresche. Un’annata più compiuta paradossalmente potrebbe lasciare oggi un vino in debito di freschezza, mentre il fiano di ieri sembrava imbottigliato il mese scorso.
Bellissimo “Vadiaperti è il corso di specializzazione post-laurea”!
Un nome, una garanzia!
Ho asaggiato (solo asaggiato!) il 2005, e devo confermare che era come il cielo imbottigliato.
Corrado Abbattista ha ragione!
Vengono i turisti degli Stati Uniti fare i tours ad Avellino, perche e il paese da dove origina la famiglia “The Sopranos”. Un’ opportunita di marketing, o no?