Non è stata un’annata memorabile il 1984 in Toscana, per cui poco dovremmo aspettarci da un sangiovese risalente a quella vendemmia. Ma quando c’è di mezzo Sergio Manetti e Montevertine (a quell’epoca la grafia corretta prevedeva la divisione del nome in Monte Vertine) è lecito attendersi qualcosa di buono anche in annate dimenticabili.
Sulla bottiglia c’è scritto ancora Vino da Tavola. Il tasso alcolico è di 12,5%.
Ebbene, questo Monte Vertine non può raggiungere le vette di alcuni altri bevuti di recente (magnifico il 1999, splendido il 2004, esemplare Le Pergole Torte 1999): tende a essere molto scarico sia nel colore che nell’architettura complessiva del vino, ma conserva intatte le caratteristiche del sangiovese, animalesco e accogliente a un tempo, con alloro e cuoio in primo piano, una terrosità tipica, un che di fuligginso, sottobosco e un vago ricordo di ciliegia sotto spirito. È un vino dal corpo medio, ma in sé è compiutissimo, ancora fresco, piacevole, di grande pulizia olfattiva.
In bocca è esile, ma vivo, nessuna nota ossidata, nessun cedimento del corpo, con un’acidità che evidentemente lo ha salvato, pur scarnificandolo in qualche modo e rendendolo essenziale. Di certo non gli si può chiedere di reggere un’altra decina d’anni, il che sarebbe, per giunt
a, inutile. Nonostante non sia quello delle grandi annate, fa una signorile figura: non tutte le ore sono fatte per leggere Dante; talvolta la leggerezza di un Barone rampante può offrire un piacere maggiore. Lo si beve su pietanze non impegnative, magari una pappa al pomodoro toscana: non riuscirebbe infatti ad affrontare una carne per raggiunti limiti di età e per magrezza dell’annata.
Resta comunque un’esperienza (bere vini ultraventennali, per giunta ancora in forma, non è da sempre, se pagati quasi nulla è ancora meglio).
Un Monte Vertine (scritto proprio così) del 1984
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