Luigi Metropoli dell’Ass. Culturale Divino Scrivere ha curato il percorso poetico all’interno dell’evento Terre di Vite
selezionando otto poeti ai quali ha chiesto di scrivere un inedito a tema che verrà presentato il 7 Novembre.
In questi giorni, sul nostro blog, Metropoli presenta gli otto poeti.
(Barbara B.)
Adriano Padua
persevera la notte a farsi breve
per fasi si consuma in lievi lune
sparge versi catodici a gragnuole
verbi come potere e idiomi idioti
la polvere dell’odio e dell’oblio
piove dal basso cielo a mezzi termini
sulla metropoli tra i suoi perimetri
a spegnere le luci artificiali
è l’ora in cui i sospiri si decifrano
fissando a testo frasi ed afasie
in tracce d’anidride che consumano
cerimoniali stasi d’apoetiche
altre parole in sonno sulle labbra
degenerate a vuoto quotidiano
parole contro norma ed armonia
espresse senza forma né spessore
anomale colando come siero
dagli esiti esitanti del pensiero
disgregano nel magma del semantico
al culmine della tensione intensa
di suoni e segni a dilatarsi in verso
ed oltre le normali variazioni
cromatiche del giorno e della notte
nei luoghi marginali all’universo
teatri del silenzio della luce
che s’infinisce cieca ed imminente
il mondo si dissolve in processioni
di astri in morte verso l’occidente
(da La presenza del vedere, 2009)
Il tu identificato insomma dalla sua «forte femmina fame di rime» vigila nell’eterna notte elettrica di Radiazioni come fosse piuttosto pronto a rispondere all’appello: la città, deserta e viva di morte com’è, fa già a meno di lui che, magari a causa dei lunghi tempi d’esposizione, nemmeno impressiona la pellicola, e la minaccia quasi prossima che lo individua come «assenza» non fa di lui un guerriero (come potrebbe indossare armi se nemmeno riesce a sostanziarsi un corpo?) ma lo mostra da sùbito per quello che è: un reduce («la notte è un aspettare nel conflitto le sconfitte che ci spettano»). Tutto resta sospeso, in attesa di quanto è imminente, certo, e questa imminenza incendiaria finisce persino che se la smangia tutta, la forma del verso, se quanto residua dal cardiopalma del poemetto che dà il titolo alla raccolta è infine «l’andamento deciso del taglio» con cui Padua, dopo i sonetti variamente corrosi dall’algido lessico di Meccaniche (tutti rugginosi «di rime nella mescola rimaste / intrise d’italiano tecnologico»), congeda il procedimento. L’imminenza allora, questo stato d’attesa allarmato, intacca persino il periodo.
(G. Frasca)
È un mondo apocalittico quello in cui si aggirano queste voci che sembrano essersi liberate del soggetto. C’è ben poco che faccia pensare alla presenza dell’uomo per le strade metalliche e lo stesso sguardo, che si muove per quei luoghi, appartiene più a un essere spersonalizzato che a un vero e proprio reduce del genere umano. Tuttavia questo che i versi di Padua ci stanno mostrando è il nostro mondo, una costruzione che sta in piedi per neutralizzazioni progressive di contrari e abolizione della spontaneità: «quello che non accade è poesia/ indistinguibile da tutto il resto», in un continuo rovesciamento di prospettive che impedisce di porre punti fermi. Non è detto tuttavia che questa messa in scena poetica non possa essere, come scrive Vaneigem, «l’imbuto in cui si riversa[no] le infinite banalità, la notevole importanza zero del mondo», quell’imbuto capace di donare, come per un processo alchemico, nuova linfa a una materia inerte, tale che «dall’altro lato tutto [esce] trasformato, originale, nuovo». Del resto, scuotendo la grammatica e il ritmo fino a farne un rantolo (ripensato dall’interno di gabbie metriche ben congegnate) l’autore intende scuotere anche la terra.
(L. Metropoli)