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	<title>Divino Scrivere</title>
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	<description>Grappoli di parole per viaggiatori di spirito</description>
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		<title>Divino Scrivere</title>
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		<title>Terre di Vite a Maggiora: Tavola rotonda su “Vino terra e poesia”. Tre uomini: l&#8217;anarchico, l&#8217;accademico e l&#8217;alchimista.</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 10:20:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>divinoscrivere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Si potrebbe raccontare di questo momento di riflessione all&#8217;interno dell&#8217;evento Terre di vite attraverso la pura cronaca, oppure semplicemente trascrivendo il file audio, io scelgo una strada diversa, forse non quella più facile: racconterò gli uomini che l&#8217;hanno creata, vissuta, voluta. L&#8217;apertura è di Marco Arturi, l&#8217;anarchico, che spinge l&#8217;attenzione sul rapporto uomo-terra-vino e poesia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=842&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"> Si potrebbe raccontare di questo momento di riflessione all&#8217;interno dell&#8217;evento Terre di vite attraverso la pura cronaca, oppure semplicemente trascrivendo il file audio, io scelgo una strada diversa, forse non quella più facile: racconterò gli uomini che l&#8217;hanno creata, vissuta, voluta. L&#8217;apertura è di <strong>Marco Arturi, l&#8217;anarchico</strong>, che spinge l&#8217;attenzione sul rapporto uomo-terra-vino e poesia e lo fa percorrendo la strada del tempo, il tempo che passa e il nostro modo di rapportarci ad esso. Marco ha la voce autorevole dell&#8217;uomo che è abituato a parlare alle folle, emozionale nell&#8217;esporre la rabbia e il dissenso verso una modernità che non ci appartiene che ha dimenticato il rispetto per la fatica del lavoro contadino, parla di rughe sul viso Marco come cartine tornasole di una maturità vissuta, acquisita, vera. Spiega come la poesia sia uno degli ultimi baluardi, di come non invecchia e del potere sovversivo che ha saputo conservare, coltivare, del perchè si lega al vino e ai vignaioli in maniera ineludibile. Il vino come la poesia hanno il pregio di porci davanti al lavoro al tempo e alla vecchiaia senza filtri, Marco paragona i vignaioli ai poeti, il lavoro dell&#8217;uomo e quindi il gesto culturale che diviene metafora così come il poeta gioca metaforizzando il linguaggio. E poi ancora i parallelismi tra le aspettative, le gioie i dolori che ritroviamo negli uomini che coltivano la vigna, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti sono prima il pensiero e poi il frutto della penna dei poeti. E le rughe sul volto, come solchi di un aratro che prepara la terra a nuove parole, come tracce di verità assoluta, quella stessa verità che ricerchiamo in un calice di vino. Marco è un uomo poetico, se per poesia intendiamo quella civile, rivoluzionaria, è l&#8217;antipotere è la lotta per il risveglio delle coscienze, Marco è una radice che si nutre di speranza è l&#8217;interprete e il punto d&#8217;incontro tra la terra, intesa come vita in movimento, e la poesia stessa.</p>
<div id="attachment_844" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/cstelloconti.jpg"><img class="size-medium wp-image-844" title="cstelloconti" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/cstelloconti.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Terre di Vite presso Cantine del Castello Conti</p></div>
<p style="text-align:justify;"> La seconda introduzione è di <strong>Luigi Metropoli, l&#8217;accademico</strong>, la sua è una vera e propria lezione sull&#8217;origine del vino attraverso la letteratura, parte dal 2000 AC dall&#8217;Epopea di Gilgamesh e si sofferma sugli usi e costumi, sui rituali e sulle prove iniziatiche che hanno caratterizzato il rapporto tra l&#8217;uomo e il vino alle origini. Luigi è un insegnante nel vero senso della parola, è preciso, didattico e ha la capacità di esporre in modo semplice concetti e saperi che meriterebbero ben più tempo, più riflessione. Ha il dono della sintesi tipica di chi è abituato a tradurre il linguaggio poetico anche alle persone che non ne hanno fatto ragione di studi e di lavoro come invece è stato nel suo percorso. Parla di Bacco e Dioniso, di come utilizzavano il vino come forza energetica per allentare i freni inibitori e passare ad un altro stato, sovvertire il senso delle cose attraverso l&#8217;abbandono e la perdita del controllo mentale dovuto all&#8217;ebbrezza. Il vino come spinta a vedere oltre ponendo sempre al centro l&#8217;uomo che diventa artefice e creatore, che usa l&#8217;intelletto per trasformare un frutto in qualcosa che non è più solo una bevanda ma, diventa parte integrante del processo di crescita culturale dell&#8217;umanità. Quindi, la terra, l&#8217;uomo, i primi versi poetici orali, i canti del capro tanto cari ad Apollo emanati con il calice in mano, rimandano e chiudono il cerchio attorno allo stretto legame che li unisce. Luigi è un letterato, il tono della sua voce subisce poche inflessioni, vive le esposizioni dal punto di vista critico, l&#8217;atteggiamento è distaccato anche quando citerà Paul Celan in quella splendida poesia che è “Corona”, non ci fa vivere il suo punto di vista ma sempre quello dell&#8217;autore. Luigi è sempre spettatore del linguaggio poetico, lo traduce, lo spiega così come un bravo critico letterario è avvezzo a fare. Parla della scelta degli otto poeti per Terre di Vite e delle poesie inedite che lui stesso ha commissionato, la raccolta dei testi sarà poi consultabile nella sala degustazione. In seguito cita, contestualizza, crea collegamenti tra i vari linguaggi poetici, un giusto preambolo a quello che sarà di seguito l&#8217;intervento di Sandro Sangiorgi.</p>
<p style="text-align:justify;">La parola passa a <strong>Sandro Sangiorgi, l&#8217;alchimista</strong>, l&#8217;uomo che ha il controllo assoluto della materia e può permettersi di farne l&#8217;uso che vuole. Sandro è un uomo senza confini e questo lo si percepisce subito dalle sue prime parole che hanno un peso specifico diverso, parla di attinenze tra poesia e vino e subito spariglia le carte. I versi poetici non organizzati, non conseguenti, la sospensione temporale che ne deriva e i suoni lui li mescola assieme e ti lancia una chiave di lettura che è inevitabilmente personale. La materia con la quale Sangiorgi gioca non è la poesia, non è il vino ma l&#8217;essenza del suo essere persona consapevole all&#8217;interno di un processo naturale, è la trama dell&#8217;uomo che arriva non la metafora. L&#8217;interpretazione della poesia e del linguaggio poetico possono passare attraverso diverse forme di emanazione, dalla più tecnica-scolastica alla più teatrale-passionale, Sandro non ne utilizza nessuna, è se stesso, lui usa la poesia per parlarti della sua vita, del suo percorso personale. Sangiorgi regala al pubblico la sua esperienza e lo fa muovendosi all&#8217;interno del tema “vino, terra e poesia” come un funambolo che cammina su di un filo che lo divide tra la realtà e l&#8217;immaginazione, la gioia e il dolore, la delusione e la speranza. Tra le capacità e le doti dell&#8217;alchimista c&#8217;è quella di restituire alle persone il loro tempo, Sangiorgi è in grado di farlo così come restituisce al vino il suo tempo, indicando l&#8217;attesa e l&#8217;aspettativa ci sta facendo fare un tragitto dove lo spettatore diventa viaggiatore all&#8217;interno del proprio vissuto. Il vino, oggetto della sua grande passione diventa soggetto e prende le sembianze dell&#8217;amata, lui stesso scherza su questa cosa fino a far sorridere il pubblico ma, Sangiorgi non sta facendo una battuta, questa è una percezione sottile che merita più di una riflessione. E&#8217; la verità, la sua verità e il suo modo di rapportarsi al vino. Annulla le distanze, gli dà vita, anima e gli riconosce autorevolezza, personalità e capacità di trasmettere sentimenti ed emozioni. Parla di suono della poesia e di sonorità del vino, e in quell&#8217;istante gli sta regalando la voce. Così facendo, nella pausa tra una parola e l&#8217;altra, dentro allo spettatore s&#8217;insinua il dubbio e l&#8217;interrogativo sulla propria personale capacità di percezione sensoriale. Sangiorgi durante tutto il suo intervento non darà mai consigli né suggerimenti, ma, inconsapevolmente lancerà continuamente segnali ed echi ad ognuno di noi che solamente un&#8217;anima disattenta non può accorgersi che la grandezza di Sandro sta nel non detto, nella riflessione indotta, quasi come se fosse uno specchio che ti riporta sempre e inevitabilmente a confrontarti con te stesso. Questo io lo chiamo talento e, come dirà più tardi lui stesso introducendo il poeta Camillo Sbarbaro: “La cosa migliore che possiamo fare, è quella di non tentare di imitarlo”.</p>
<p style="text-align:justify;">Barbara Brandoli</p>
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		<title>Manifesto di Terre di Vite: Le ragioni di una passione.</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 07:37:26 +0000</pubDate>
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		<title>Terre di Vite a Maggiora: breve resoconto della serata</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 15:41:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>divinoscrivere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nonostante una pioggia torrenziale, il freddo di novembre, la location in un paesino del novarese, è accaduto quello che nemmeno il più visionario degli organizzatori avrebbe mai azzardato sognare: alcuni produttori con vini esauriti poco dopo metà serata, coda ai banchetti per accaparrarsi quel bicchiere o quell’altro, entusiasmo della gente e soddisfazione dei vignaioli che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=821&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div id="attachment_828" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-828" title="sala5" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/sala5.jpg?w=300&#038;h=199" alt="sala5" width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Panoramica allestimento sala...Foto By M. Prizzon</p></div>
<p style="text-align:justify;">Nonostante una pioggia torrenziale, il freddo di novembre, la location in un paesino del novarese, è accaduto quello che nemmeno il più visionario degli organizzatori avrebbe mai azzardato sognare: alcuni produttori con vini esauriti poco dopo metà serata, coda ai banchetti per accaparrarsi quel bicchiere o quell’altro, entusiasmo della gente e soddisfazione dei vignaioli che riescono finalmente a spiegare i propri vini e a chiacchierare con le persone di fronte. A Maggiora, il Castello Conti è tappezzato di manifesti, indicazioni nero su giallo (a pensarci l’effetto non è male, ma nulla a che fare col brivido: thriller o noir che sia). Nella cantina delle sorelle <strong>Paola</strong>, <strong>Anna</strong> ed <strong>Elena Conti</strong>, vi sono i banchi, allestiti magistralmente da <strong>Mauro Maulini</strong>. Le foto di <strong>Massimo Prizzon</strong> campeggiano alle pareti e <strong>Oreste Sabadin</strong></p>
<div id="attachment_822" class="wp-caption alignleft" style="width: 251px"><img class="size-medium wp-image-822" title="orini3" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/orini3.jpg?w=241&#038;h=172" alt="orini3" width="241" height="172" /><p class="wp-caption-text">O. Sabadin foto by Francesco Orini</p></div>
<p style="text-align:justify;">realizza opere al momento, servendosi della terra e del vino dei vignaioli presenti. Su ogni banchetto, un vaso trasparente con la terra delle vigne che ogni produttore ha portato con sé. Nel vaso, un fiore, al cui stelo è stata apposta una foglia con i versi degli otto poeti. Il progetto Terre di vite, fortemente voluto dall’associazione <strong>Divino Scrivere</strong>, dalle sorelle <strong>Conti</strong> e da <strong>Gianni Usai</strong>, ha così preso forma. Che tutto avrebbe funzionato ce ne siamo accorti quando alla tavola rotonda che dovevo moderare, con <strong>Sandro Sangiorgi</strong> e <strong>Marco Arturi</strong> di “Porthos”, è accorso un numero tale di persone da rendere necessaria l’installazione delle casse fuori della sala, in modo da facilitare l’ascolto a chi non era di fronte a noi. Un’ora di poesia del vino e vino della poesia, da Gilgamesh a Paul Celan, passando per un dissacrante Gioacchino Belli, e poi la “poesia della terra”, il distillato della natura e la mano dell’uomo… Sangiorgi è trascinante, ma questa non è una novità.</p>
<p style="text-align:justify;">Alle 18.00 aprono i banchi d’assaggio e <strong>Barbara Brandoli</strong> coordina lo staff, accoglie, spiega, dirige, “risolve problemi”, potremmo simpaticamente concludere pensando a Wolf (Harvey Keitel) di Pulp Fiction. Se tutto funziona</p>
<div id="attachment_829" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-829" title="sala1" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/sala1.jpg?w=300&#038;h=225" alt="sala1" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Ore 18.00: apertura banchi d&#39;assaggio...</p></div>
<p style="text-align:justify;"> nei minimi dettagli, gran parte del merito va a lei. Tra i banchi: operatori, giornalisti, wine-blogger, qualche produttore (ci ha fatto visita persino l’amica <strong>Sara Carbone</strong>, dal Friuli, dove vive, giunta con qualche Stupor Mundi al seguito – non Federico II, bensì l’Aglianico del Vulture –, mentre Augusto Cappellano è arrivato a Maggiora con l’inseparabile amico <strong>Ezio Cerruti</strong>: non avete ancora assaggiato il suo Sol, moscato passito in quel di Castiglione Tinella? Cosa aspettate?).</p>
<p style="text-align:justify;">La qualità dei 24 vini presentati non è minimamente discutibile: quando si parte, si parte dalle certezze. Per un caso (o forse no) avevamo 5 nebbiolo provenienti da altrettanti territori e terreni: i Boca di Elena<strong> Conti</strong> e di Christoph<strong> Künzli </strong>(Le Piane), nati sul porfido rossastro; il Barolo (Rupestris) di <strong>Cappellano</strong>, senza bisogno di presentazioni; i Gattinara di <strong>Antoniolo</strong>; il Coste della Sesia e il Bramaterra di <strong>Antoniotti</strong>; i suadenti vini valtellinesi di <strong>Ar.Pe.Pe.</strong>, gli unici nebbiolo fuori dal Piemonte. Poi, il Nobile di Montepulciano e il Vin Santo di Susanna <strong>Crociani</strong> (quanta classe!) e il Lambrusco rifermentato in bottiglia dei modenesi Alberto e Cristina <strong>Fiorini</strong>.</p>
<p style="text-align:justify;">E ancora: real iberico, prosciutto di Modena, culatello, parmigiano reggiano, torta Barozzi (la proviamo con il Chinato di Cappellano, con l’Elixir di Elena Conti o con il Vin Santo di Montepulciano di Susanna Crociani? Difficile, sì, ma ci divertiamo ugualmente). Poi si va al ristorante, tutti insieme  appassionatamente (è la verità, che ci crediate o no!).E</p>
<div id="attachment_830" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-830" title="tv3" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/tv3.jpg?w=300&#038;h=225" alt="tv3" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Ore 19.00: panoramica sul pubblico in sala</p></div>
<p style="text-align:justify;">ancora Luna, il cane di Sangiorgi, astemio (il cane, non Sangiorgi, grazie a Dio), <strong>Giovanni Arcari</strong> – TerraUomoCielo – dalla Franciacorta (lui no, non è astemio, grazie a Dio), <strong>Francesco Orini</strong>, fotografo – del vino – sensibilissimo, che ci immortala anche nei momenti peggiori (grazie a Dio?). Infine, Marco Arturi, che con noi ha condiviso questo progetto, senza dubbio l’uomo in più.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando sorseggiate un vino, pensate a un verso (in mancanza d’altro anche quello di un merlo va bene) e siate felici.</p>
<p style="text-align:justify;">Per finire, un dubbio: siamo sicuri che questo progetto non abbia ulteriori sviluppi?</p>
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		<title>Terre di vite: poesia #8</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/07/terre-di-vite-poesia-8/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Nov 2009 23:48:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009
Chiara Daino
Chiara cercava colore, coltello:
La lima lunga, la lingua lavora
Ancora avvelena [avverte]: a
Morte! mi mangia, mi manca
Adorare: antiche alchimie…
Ti tocco. tu taci. tempo teso
&#160;
Datemi duri dardi – diamanti:
Adoro avere amici [asessuati]
Ignoro incubi, in ignoto itinere
Nuoto. nitida nascondo nomi.
Opero: ostrica ostile – ometto
***
chi dice ha mano infame.
e al morbo – [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=818&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p style="text-align:center;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009</a></strong></p>
<p><strong>Chiara Daino</strong></p>
<p><em>Chiara</em> cercava colore, coltello:</p>
<p>La lima lunga, la lingua lavora</p>
<p>Ancora avvelena [avverte]: a</p>
<p>Morte! mi mangia, mi manca</p>
<p>Adorare: antiche alchimie…</p>
<p>Ti tocco. tu taci. tempo teso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Datemi duri dardi – <em>diamanti:</em></p>
<p>Adoro avere amici [asessuati]</p>
<p>Ignoro incubi, in ignoto <em>itinere</em></p>
<p>Nuoto. nitida nascondo nomi.</p>
<p>Opero: ostrica ostile – ometto</p>
<p>***</p>
<p><em>chi dice</em> ha mano infame.</p>
<p>e al morbo – bastano due dita:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>l’indice giallo, un verde medio</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il foglio, di fumo, di fiele: la bile</p>
<p>[il buco ti divora, brucia <em>a dovere</em></p>
<p>la pupa – rimane chiusa].</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>è un feudo per i papaveri:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>vivo chi legge</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>domani mi dedico… domani ti dico…</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>autunno che rubi le gemme</p>
<p>hai dita di legno a scheggiare</p>
<p>la nicchia di luce. tu stendi</p>
<p>cieli di cenere – per <em>castigare</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la <em>doglia</em> rossa – rimane</p>
<p>chiusa. e cade [la <em>sirma</em>, la segna]</p>
<p>***</p>
<div>Fra i poeti, <strong>Chiara Daino</strong> appare colei che più di tutti intrattiene vivaci relazioni con l’underworld della rete. Animatrice instancabile di blog e siti online, questa giovanissima colpisce soprattutto per la matura calibratura espressiva del suo dettato invariabilmente percussivo e spasmodico, vivificato da un naturale, “fibrillante” sperimentalismo linguistico per il quale, mi viene da dire, anche le minimissime questioni di carattere fonico – ritmico sembrano rispondere direttamente a un’esigenza d’ordine (o dis-ordine?) metafisico. […] per la Daino […] il luogo del dire è innanzitutto il corpo. (M. Morasso)</div>
<div>***</div>
<div>“Voi sapete cos’è La Merca? È un marchio. È un nuovo Bildungsroman: capovolto, crudo, ironico.<br />
L’autore piega la vecchia lingua, grassa, per sondare le piaghe/pieghe di una realtà diffusa e taciuta: la vita che vive d’arte, e l’arte-vita che si innesta sul d.c.a. Agli occhi del mondo: «disturbo del comportamento alimentare». Ma è il mondo stesso a soffrire come un disturbo l’esistenza di Jenny; e la malattia di Jenny, se è tale, è solo questo mondo. I Neologismi e la Contaminazione della Lingua magra ricamano le personae parlanti (e dire è dire tutto, contro tutti, sempre): il lettore valuterà il peso della materia, che si fonde con il verbo lieve. Nessun moralismo e nessun patetismo: qui il Bíos è teso.” (M. Sannelli)</div>
<div>***</div>
<div>Terribile il gioco linguistico (al massacro?) di Chiara Daino recentemente uscita con il crudo <em>La Merca</em>: Chiara ci provoca in maniera adamantina e il suo &#8220;dire&#8221; può corroderci, ma a partire da una necessità che è anche in noi (se vi prestiamo ascolto), una voce e-voc-at(t)iva assoluta e performativa: &#8220;atroce io di razza (…) atroce me stessa duro sangue&#8221;. (A. Ramberti)</div>
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		<title>Terre di vite: poesia #7</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/05/terre-di-vite-poesia-7/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 22:50:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[DiVino]]></category>

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		<description><![CDATA[
Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009
Maria Grazia Calandrone  
I
Sant’Anna, 12 agosto 1944
Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=816&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
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<p style="text-align:center;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009</a></strong></p>
<p><strong>Maria Grazia Calandrone</strong>  </p>
<p><strong>I</strong><br />
<em>Sant’Anna, 12 agosto 1944</em></p>
<p>Conoscemmo il ragazzo<br />
dal ciondolo con la croce<br />
e la figura del santo<br />
era messa di fronte<br />
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa<br />
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne<br />
friggenti e le bestie ovunque<br />
divise<br />
da mani ancora sbarrate a proteggere<br />
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva<br />
per tutti i sensi dell’eccidio.</p>
<p>Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]<br />
Nessuno<br />
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose<br />
piegate al vento<br />
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo<br />
qualcuno desse il giusto nome<br />
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria<br />
dentro la scatola della sua bambola.</p>
<p>Alcuni tra quelli che davano ordini<br />
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti<br />
portavano bende colorate<br />
sul volto per la vergogna<br />
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.</p>
<p>Altra cosa è il feto posato<br />
sul tavolo sotto gli occhi<br />
della madre seduta<br />
che diffonde un silenzio finale<br />
dal ventre aperto,<br />
fissa nello stupore<br />
la traiettoria minuscola del piombo<br />
da parte a parte tra le tempie minuscole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>II</strong><br />
<em>Marzabotto, 29 settembre 1944</em></p>
<p>Uscimmo dopo che fu silenzio<br />
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo<br />
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote<br />
era sotto il pergolato e mio padre<br />
una povera cosa messa male su altri<br />
posati in due<br />
lati a cavalcioni<br />
di un davanzale, neri<br />
delfini arenati<br />
su una scogliera e dell’ultimo<br />
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.</p>
<p>Alla prima esplosione conoscemmo ancora<br />
che quelli avevano minato i corpi<br />
così che i morti uccidessero i vivi<br />
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere<br />
mani aggrappate<br />
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte<br />
perché ognuno fra i morti ritornasse solo<br />
e ognuno dei vivi<br />
potesse nominare quella solitudine<br />
come la solitudine di un parente lontano,<br />
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani<br />
di polvere e corallo protese<br />
come nei giorni di sole<br />
quando tutto era prossimo alla somiglianza.<br />
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto<br />
bassa la testa<br />
su un numero più grande di ogni corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Diecimila civili</em></strong>, inedito 2007. (Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.)</p>
<p>***</p>
<p>Non è facile entrare nella poesia di Maria Grazia Calandrone.  Lo si deve fare con accortezza, ascoltando e riascoltando, creando nessi fra grumi emotivi disseminati nel testo e intanto seguire quel filo lirico, che è insieme un filo logico, anche se di una logicità non certo filosofica.  Si deve invece leggere questi testi senza la pretesa di inferire, ma lasciandosi da essi suggestionare, così come si leggono i testi poetici che vogliono rompere con la rigidità della costruzione logica della frase, e che puntano decisi a un &#8220;altro&#8221; linguaggio, che esprime suggestioni e, nell&#8217;indefinito, la totalità psicologica di un evento.  Penso ai testi della Rosselli ad esempio. (G. Lucini)</p>
<p>***</p>
<div><span style="font-size:x-small;font-family:Georgia;">La poesia di Maria Grazia [...] è caratterizzata dall’incedere quasi ieratico di un linguaggio che si avvolge alle cose attraverso il loro aderire e disgiungere; un linguaggio che muta polarità continuamente nella scelta dei termini e nella selezione aggettivale. Carica “le cose” di un valore aggiunto, l’impressione è che le sposti, le dislochi nello spazio (ricordo qui una felice intuizione di Stefano Guglielmin: “che cosa fa, la poesia, se non spazializzare il tempo, il tempo dei mortali ?”). La scelta lessicale è tale che talvolta si percepisce la magniloquenza di una evocazione di distanze [...]. Questo attraverso una metrica fatta di versi molto lunghi, densi, dalla connotazione quasi sacrale, ricolmi di immagini e <em>informazione</em>. Le immagini si sviluppano intorno a punti focali del verso, come intorno ad una forma d&#8217;onda che alza e abbassa il fronte per testimoniare diverse intensità emotive e semantiche, costruendo la struttura intorno a sonorità lunghe e variabili. Anziché una metrica accentuativa, tonica, sembra affidarsi al suono, al tono del suono, piuttosto che al ritmo. Alle infinite varietà speculari e diapasoniche della parola, per rendere una cadenza contra/sovrapposta al ritmo tonico sillabico come un’armonica di lunghezza d&#8217;onda superiore. In questo senso la poesia di Maria Grazia Calandrone contiene “spazi metrici”. (M. Orgiazzi).</span></div>
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	</item>
		<item>
		<title>Terre di vite: poesia #6</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/05/terre-di-vite-poesia-6/</link>
		<comments>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/05/terre-di-vite-poesia-6/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 23:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
				<category><![CDATA[DiVersi]]></category>
		<category><![CDATA[DiVino]]></category>

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		<description><![CDATA[
Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009
 Ilaria Seclì
bilancia d&#8217;acqua
&#160;
passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,
magari con la sottana trattenuta ai fianchi
chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,
farne un fatto d&#8217;atmosfera, un&#8217;altalena sospesa
a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga
del mare, nell&#8217;acqua che sciaborda. già mia madre
mi teneva così, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=812&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"><img class="aligncenter" src="http://www.castelloconti.it/eventi/terredivite/logoTV.jpg" alt="" width="300" height="197" /></p>
<p style="text-align:center;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009</a></strong></p>
<p><strong> Ilaria Seclì</strong></p>
<p>bilancia d&#8217;acqua</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,</p>
<p>magari con la sottana trattenuta ai fianchi</p>
<p>chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,</p>
<p>farne un fatto d&#8217;atmosfera, un&#8217;altalena sospesa</p>
<p>a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga</p>
<p>del mare, nell&#8217;acqua che sciaborda. già mia madre</p>
<p>mi teneva così, raccolta e appesa</p>
<p>nella bacinella trattenuta da due sedie</p>
<p>con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate</p>
<p>già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia</p>
<p>d&#8217;acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,</p>
<p>creatura di grazia, senza stare</p>
<p>***</p>
<p>               di lì a poco un’altra porta.</p>
<p>l’anticamera di Alice </p>
<p>la pioggia al riparo  </p>
<p>il vapore  alla bocca della scarpa.</p>
<p>sfatti al tempo, faro coperto e fumante</p>
<p>la sigaretta all’altalena</p>
<p>orfana di  fiamma al fuoco vasto</p>
<p>e gocciolante</p>
<p>resta lì sotto il giallo campanile</p>
<p>al quadrato di una scena capitale</p>
<p>impalati gli uomini e il profitto</p>
<p>impalati i venti</p>
<p>l’oro infrange occaso e la sua scheggia</p>
<p>il duomo resta eterno</p>
<p>eterna la bellezza inverginata</p>
<p>eterna la staffetta</p>
<p>***</p>
<p>quei treni arrugginiti strappati</p>
<p>all’andare coi finestrini rotti</p>
<p>decapitati alla domanda al vento   </p>
<p>e una sola manciata</p>
<p>di umanità roditoria e indaffarata.</p>
<p>l’azzurro terso e un urlo </p>
<p>appiedato tra cielo e terra</p>
<p>realtà di creta spacciata al taglio</p>
<p>irregolare del vetro e dell’avanti</p>
<p>la forca e l’imbarco nero</p>
<p>                     <em>un soggetto fin troppo straripante</em></p>
<p>              ma il biglietto dal cuore della città</p>
<p>sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:</p>
<p>un elfo muove parole e le soffia</p>
<p>fino all’orlo di un senso vivo </p>
<p>                in de ci fra to</p>
<p>***</p>
<p>L’ultima poesia del libro ci dice <em>“Picciol cosa”, cosa intera e sana/cosa sanguinante e pura/balsamo, pietà, amorevole cura/figlio e non madre a modo d’altri/amore, il mio, incapace amore/Mi spingo come i nani da giardino/altre fosse, altre feritoie/ma siano sospese al vento, sfatte/nicchie per le ipotesi sottili della pioggia/che alcun peso ha mai concesso/fuor del suono luminoso sopra i vetri</em>. C’è tutto il libro in questi ultimi versi. La circolarità, il dolore dell’esilio e della non appartenenza neppure a se stessi, l’esattezza dei contorni delle cose, l’assenza di peso nostra e di ciò che ci circonda la cui esistenza-essenza riconosciamo solo nel “suono luminoso” come a dire che è la musica d’acqua, al di là di ogni amore, il nutrimento e la forma della nostra “autentica vita”. (P. Fichera)</p>
<p>***</p>
<p>Ora, io la sento, la conosco &#8220;la realtà spacciata al taglio irregolare del vetro&#8221; come conosco altri pezzi di film che Seclì gira e ferma con le parole in questo libro che è un sorprendere in crescendo e anche un avvicinarsi in crescendo che porta lontano, in zone di fiabe che si capovolgono, in zone impervie, che diventano metropoli con parole concretissime che si trasformano. All&#8217;improvviso tutto sospeso e impalpabile poi di nuovo concretissimo, materico, lo senti attraverso la carta. E ancora. Leggerezza. Potenza fresca di un linguaggio che si inventa sul ritmo, che si ritma sull&#8217;invenzione. (F. Mazzucato)</p>
<p>***</p>
<p>Quanto più il dettato tende ad alzarsi, a trasfigurarsi, a cercare quel paradiso, tanto più la Seclì si trova a confrontarsi col purgatorio dei nostri giorni; più si vagheggia il «mistero lungo», il «mai visto», più sulla pagina si accampano soffitte belle epoque, foto smunte, attrezzi&#8230; Non a caso il manifesto del libro (o quanto meno della prima sezione che reca lo stesso titolo della silloge),<em>Bilancia d&#8217;acqua</em>, espone con mirabile grazia la precarietà che dal vissuto personale si innesta su di un piano quasi cosmico e lo fa attraverso un&#8217;immagine di vita immaginata o ricordata, la cui evidenza è perfino tangibile: la ragazza ormai adulta che si lava in un precario equilibrio rievoca se stessa bambina, quando la madre la teneva «raccolta e appesa/ nella bacinella», in un equilibrio inevitabilmente «senza stare» (p. 16). (L. Metropoli)</p>
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		<item>
		<title>Terre di vite: poesia #5</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/04/terre-di-vite-poesia-5/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Nov 2009 00:03:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
				<category><![CDATA[DiVersi]]></category>
		<category><![CDATA[DiVino]]></category>

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		<description><![CDATA[ 

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009
 
Paolo Fichera
&#160;
Da lì è nato e
doveva morire il dovere
del figlio al figlio del padre,
le ossa predisposte al massacro
le sue al dovere di una variazione
e scarto nel seme tra natiche –
ghiaccio alla foce di un piacere –
la testa di toro nello studio, laggiù
che ripercuote il frammento tra note e
pittura, il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=807&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"> </p>
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<p style="text-align:center;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009</a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Paolo Fichera</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da lì è nato e<br />
doveva morire il dovere<br />
del figlio al figlio del padre,</p>
<p>le ossa predisposte al massacro<br />
le sue al dovere di una variazione<br />
e scarto nel seme tra natiche –<br />
ghiaccio alla foce di un piacere –<br />
la testa di toro nello studio, laggiù<br />
che ripercuote il frammento tra note e<br />
pittura, il labirinto opaco alla parete<br />
come una giostra privata <em>il giardino<br />
delle vergini</em> accovacciate e al mio sguardo<br />
scoperte</p>
<p><strong>*</strong></p>
<p>e la parola che sussurri<br />
sia un segno dorato, uno sfregio<br />
di spina senza radici,<br />
                            come di scandalo bianco;<br />
la fame e il perdono<br />
di non avere incedere se non nell’occhio<br />
incavo di luce e dolore,<br />
bocca spalancata, arsa di chi<br />
ha avuto tanta sete<br />
da poter quasi rinunciare<br />
-ora- all’acqua</p>
<p>e che la spezia si amalgami al pane<br />
sotto la brace e la cenere si cuocia<br />
di silenzio ondulato e isterica profezia<br />
come lo sguardo lascivo del suicida<br />
che<br />
non sa bere senza versare a terra<br />
acqua</p>
<p>(da <em>Lo speziale</em>, 2005)</p>
<p>*</p>
<p>la rosa brunita e scrivi: la disperazione<br />
è luogo. il canale è luogo, la bellezza è<br />
disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e<br />
innesti sangue in struttura, s’infeconda la<br />
biografiaauto, di versi, l’opposto seme dove<br />
adagia i muscoli; il bimbo mangia un gelato<br />
o scismi fioriti, foglie fatte marmo nel<br />
sai che tu andrai in ora scendo nell’ora<br />
mia tua sorella, luogo, riparo, grotta<br />
tutto comprendi è cavità per l’eco</p>
<p>(da <em>Innesti</em>, 2007)</p>
<p>***</p>
<p>Infine, durissimi, ci sono i testi di <strong>Paolo Fichera</strong>, segni smagliati che si succedono nella serialità degli &#8220;&amp;&#8221; e delle foto scorciate di Federici, brandelli di un mondo che non può essere colto che per frammenti. In linea, sotto questo aspetto, con lo sguardo di Robbe-Grillet. Fichera, tuttavia, non accarezza il tempo con le parole dello spazio, come faceva lo scrittore francese, bensì ne canta la ferita, riproducendola nella sintassi. Nulla tuttavia è scontato in questo procedere per scissioni e, appunto, innesti: l&#8217;albero della vita, pare dirci il poeta, pianta le radici in sangue e sperma, i rami indicano l&#8217;occaso, la chioma ha le sembianze del poeta, che &#8220;ha sete e digiuna&#8221;. Di questo paesaggio si nutre la conoscenza, oggi. Parlare d&#8217;altro significa fingere o godere di un privilegio senza comunità.</p>
<p>(S. Guglielmin)</p>
<p>***</p>
<p>Il centro pulsante del libro, l’ala vitale che soffia luce all’ombra dei versi che la pagina a stento contiene, è la sezione intitolata “Le croci bianche”, di cui il testo dedicato ad Alberto Giacometti è una sorta di epigrafe metapoetica che imprime una “svolta di respiro” alla voce, al lessico, alla parola dolente che si acquieta trasformando il canto in preghiera. La sacralizzazione della “spezia” come offerta e dono, richiama un “tu” impersonale che si fa presenza costante e domina i versi anche quando non è esplicitamente richiamato: e allora “spezia”, “pane”, “brace”, “acqua”, “rosa”, “silenzio”, “dolore”, con tutte le loro stratificazioni archetipiche, diventano figure di una “sacra rappresentazione” che si iscrive tra le pagine metamorfiche che il grande libro delle stagioni racconta.</p>
<p>(F. Marotta)</p>
<p>***</p>
<p>Sfogliare le pagine de <em>Lo speziale</em>, esordio poetico di Paolo Fichera (LietoColle, 2005), equivale ad inoltrarsi nell’officina di un alchimista, tra cumuli di oggetti («testa di toro nello studio», dipinti, corvi a guardia di macerie), attraverso un «labirinto opaco», che vena di suggestione gotica gli ambienti. Lo speziale nel suo studio, anni luce distante da velleità faustiane, medita sulla genesi dell’identità-corpo, sulle sue filiazioni e radici (ricerca che l’autore conduce e approfondisce nelle successive raccolte: <em>Innesti</em>, Cantarena 2007, e <em>La strada della cenere</em>, Fara 2007), le sue forme e commistioni. L’incipitaria riflessione di Cioran sulla morte, intesa come «regressione germinativa», introduce al nucleo della materia del libro, dove si adagia quel luogo interstiziale tentato dal verso di Fichera: la zona franca che si colloca tra atto e potenza, vuoto e affioramento, padre e figlio, morte e vita, «un credo e il suo dubbio».</p>
<p>(L. Metropoli).</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Terre di vite: poesia #4</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/03/terre-di-vite-poesia-4/</link>
		<comments>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/03/terre-di-vite-poesia-4/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Nov 2009 07:51:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
				<category><![CDATA[1]]></category>

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		<description><![CDATA[
 
Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009
 
 
Cristina Babino

Gotica
&#160;
Mi lasci guardarmi
e mi chiedi se vedo
&#160;
il viso facciata scolpita
la bocca portale socchiuso
&#160;
- ho sognato per i miei seni
rotondità di absidi
e gambe pinnacoli svettanti –
&#160;
mi rincorre la fuga
di una sola navata
transetti le braccia
&#160;
nel ventre un
vuoto di cattedrale.
***
La sera m`impone compagnia.
&#160;
Nel bicchiere
il discreto naufragio
del silenzio che non dico.
&#160;
Addomestico l’umore
e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=783&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><div style="text-align:center;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><a href="http://www.castelloconti.it/eventi/terredivite/logoTV.jpg"><img class="alignnone" src="http://www.castelloconti.it/eventi/terredivite/logoTV.jpg" alt="" width="300" height="197" /></a></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"> </span></span></div>
<div style="text-align:center;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009</a></strong></span></span></div>
<div style="text-align:center;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"> </span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><strong> </strong></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><strong>Cristina Babino</strong></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-family:Times New Roman;"></p>
<h3><em>Gotica</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi lasci guardarmi</p>
<p>e mi chiedi se vedo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il viso facciata scolpita</p>
<p>la bocca portale socchiuso</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- ho sognato per i miei seni</p>
<p>rotondità di absidi</p>
<p>e gambe pinnacoli svettanti –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>mi rincorre la fuga</p>
<p>di una sola navata</p>
<p>transetti le braccia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>nel ventre un</p>
<p>vuoto di cattedrale.</p>
<p>***</p>
<p>La sera m`impone compagnia.
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel bicchiere</p>
<p>il discreto naufragio</p>
<p>del silenzio che non dico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Addomestico l’umore</p>
<p>e le labbra</p>
<p>a una spuma</p>
<p>che sa di capodanno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una risata passa</p>
<p>come uva nella stanza</p>
<p>***</p>
<p></span></span></span></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-family:Times New Roman;">Sull&#8217;ultimo libro della Babino, <em>La donna d&#8217;oro</em>, qualche estratto qui di seguito:</span></span></span></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-family:Times New Roman;"> </span></span></span></span></span></div>
<div><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-size:small;font-family:SimonciniGaramond;"><span style="font-family:Times New Roman;">Lo straordinario percorso umano e artistico di Tamara de Lempicka, controversa e affascinante icona dell’Art Déco, viene qui raccontato in prima persona, attraverso un’immaginata confessione in forma di monologo, un singolare autoritratto in versi che a partire da precisi e documentati riferimenti biografici ricostruisce le tappe principali della sua vita e della sua pittura, restituendone in una veste poetica, ma dalla cadenza “narrativa” al tempo stesso, tutta l’audace poesia. (dalla quarta di copertina)</span></span></span><span style="font-family:Times New Roman;">***</span></p>
<div><span style="font-family:Times New Roman;">Le biografie romanzate sono straordinarie e da alcune sono stati anche tratti film di notevole successo (una per tutte: «Brama di vivere» sulla vita di Vincenti Van Gogh scritto da Irving Stone e poi tradotto in film da Vincente Minelli) ma le biografie tradotte in poesia sono decisamente più rare: ricordo «Il Diario di Kaspar Hauser» di Paolo Febbraro; i libri di Alberto Bellocchio con non ultimo «Il romanzo di Aldo» -questo per restare in Italia- mentre all’estero qualcosa qui è là appare, come per Dorothy Porter, scrittrice e poeta  australiana che narrò in poesia la vita del faraone Akhenaton con la «La maschera di scimmia», raccolta di poesia omonima poi tradotta in film (per la regia di Samantha Lang).<br />
Cristina Babino raccoglie le eredità precedenti e le distilla, affrontando un’icona -e la storia che la circonda- e facendolo con successo, senza cadere nel banale. «La donna d’oro» (termine coniato da D’Annunzio) è la storia -vera- della pittrice Tamara de Lempicka. [...] La sua pittura è molto spinta, il minimo dettaglio è curato, un disegno preciso, netto, immagini di un erotismo magnetico e coinvolgente, una pittura ricca di seduzione e di originalità. Cosi come lo è la poesia di Cristina Babino che ha saputo districarsi non solo dai possibili impasse dati dalla storia, ma ricreando la storia per voce stessa della protagonista: la narrazione è infatti in prima persona. La Babino veste i panni della Lempicka e il travestimento non è una forzatura ma un vestirne i panni come una seconda, perfetta pelle. La narrazione è piana, riassuntiva eppure mai trascurata e la pittrice fa un punto della propria esistenza, serena, pacata, aulica; dismette il tono nobile ed austero, provocatorio anche, per lasciare i fatti scorrere.</span></div>
<div><span style="font-family:Times New Roman;">(F. Alborghetti)</span></div>
<p><span style="font-family:Times New Roman;">
<p>&nbsp;</p>
<p></span></p>
<p></span></span></div>
<p>&nbsp;</p>
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			<media:title type="html">vocativo</media:title>
		</media:content>

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	</item>
		<item>
		<title>Barbera d’Alba ’99 di Cappellano: Lascia perdere il nome e ricerca il nominato&#8230;</title>
		<link>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/01/barbera-d%e2%80%99alba-%e2%80%9999-di-cappellano-lascia-perdere-il-nome-e-ricerca-il-nominato/</link>
		<comments>http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/11/01/barbera-d%e2%80%99alba-%e2%80%9999-di-cappellano-lascia-perdere-il-nome-e-ricerca-il-nominato/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 16:17:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>divinoscrivere</dc:creator>
				<category><![CDATA[DiVino]]></category>

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		<description><![CDATA[Se in questa raccolta di poesie vedrai
taverne, osti e ubriachi,
idoli e zunnar, croci e rosari,
cristiani, zoroastriani, pagani, brocche e conventi
vino e bei fanciulli, candele e ginecei,
melodie di liuto e canti d’ubriachi,
liquori e osterie, e gli sfaccendati delle bettole,
compagni, coppieri, tavole da gioco e fervide preghiere,
il dolce suono dell’’organo e del faluto il lamento,
il sabuh e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=795&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Se in questa raccolta di poesie vedrai<br />
taverne, osti e ubriachi,<br />
idoli e zunnar, croci e rosari,<br />
cristiani, zoroastriani, pagani, brocche e conventi<br />
vino e bei fanciulli, candele e ginecei,<br />
melodie di liuto e canti d’ubriachi,<br />
liquori e osterie, e gli sfaccendati delle bettole,<br />
compagni, coppieri, tavole da gioco e fervide preghiere,<br />
il dolce suono dell’’organo e del faluto il lamento,<br />
il sabuh e le assemblee e coppe di vino una dopo l’altra<br />
otri e calici, e le giare del venditor di vino,<br />
e fare a gara nel trangugiar liquori,    <img class="alignright size-full wp-image-796" title="dervis3" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/dervis3.jpg?w=200&#038;h=174" alt="dervis3" width="200" height="174" /><br />
correre dalla moschea alla taverna<br />
e in quel luogo rilassarsi un po’,<br />
per un bicchier dar in pegno sé stessi<br />
al vino il corpo, e l’anima affidare,<br />
rose, roseti, cipressi, giardini e tulipani,<br />
e il racconto della rugiada dell’aurora;<br />
peluria, nei, snelle figure e sopracciglia,<br />
guance, visi, gote e lunghe trecce,<br />
labbra, denti e occhi ebbri e seducenti,<br />
teste e piedi, cintole e polsi e mani,<br />
bada a non imbarazzarti per tutto ciò,<br />
ma fatti coraggio e scovane il significato:<br />
non t’impigliare nell’aspetto delle espressioni<br />
se sei tra coloro che san capire quel che indicano!<br />
Purifica il tuo sguardo se vuoi veder la purezza,<br />
va via dalla buccia se vuoi vedere il nocciolo:<br />
se non distogli lo sguardo dagli aspetti esteriori<br />
come potrai diventare un conoscitore di misteri?<br />
Poiché ciascuna di queste parole ha un’anima<br />
e sotto ognuna di esse v’è un mondo&#8230;<br />
tu cerca l’anima loro e passa via dal corpo,<br />
lascia perdere il nome e ricerca il nominato:<br />
non tralasciare alcun dettaglio,<br />
finché diverrai compagno a Verità<br />
(Maghribi nel suo Mathnawi)</em></p>
<p><em> </em></p>
<p style="text-align:justify;">Si può comiciare a parlare di un vino senza nominarlo solo nel momento stesso in cui questo vino te lo concede, nell’attimo in cui la danza del liquido nel bicchiere non è più fine a se stessa ma diventa strumento di passaggio verso la verità. Ho voluto dedicare un canto Sufi alla Barbera di Cappellano ’99 bevuta ieri sera in compagnia di amici e bravi degustatori, consapevole del fatto che probabilmente avrei trovato non poche sorprese in questa bottiglia. Quando un produttore ti affida il risultato del suo lavoro e ti chiede un tuo parere devi essere pronta a metterti in gioco, essere cosciente che il tuo sapere enologico potrà guidarti fino a un certo punto. Ho pensato che una Barbera di dieci anni mia avrebbe “parlato” , l’ho vista come uomo in grado di esprimere a parole ciò che voleva trasmettermi, invece mi sbagliavo, questa Barbera si è svelata danzando.  Così mentre rientravo a casa ieri notte, mi sono venuti in mente i Dervisci danzanti, le musiche ipnotiche che li accompagnano e le meravigliose poesie di Rumi. <strong>I Sufi sono maestri del velamento e dello svelamento, del simbolismo e della metafora, velano l&#8217;essenza ed al tempo stesso la svelano.<em> </em></strong>Il primo velo lo si percepisce al naso, è chiusa, quasi trincerata dietro a un sottobosco di foglie di castagno secche, muschio e polvere, ci guardiamo tutti increduli perché non erano quelli i profumi che ci saremmo aspettati. I nasi si arricciano <img class="aligncenter size-full wp-image-797" title="dervisci" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/dervisci.jpg?w=400&#038;h=252" alt="dervisci" width="400" height="252" />e i commenti iniziali sono cauti, decidiamo di dargli tempo, di aspettarla coscienti che le degustazioni più belle sono quelle che affronti senza fretta e senza preconcetti. Così apriamo un altro vino e continuiamo la cena, io ogni tanto riprendo il calice dove c’è la Barbera e la faccio roteare, mi viene in mente che il vino è un elemento vivo e muovendolo di sicuro non può che risvegliarsi dal sonno di anni dentro a una bottiglia chiusa. Secondo velo, la volatile è abbastanza forte, l’alcool si sente al naso anche se coperto dalla sensazione di polvere…continuo a farlo roteare e mi dedico al risotto che ho nel piatto.  Non so cosa sia successo nel giro di venti minuti, so di sicuro che circa in mezz’ora i dervisci danzanti, roteando vorticosamente e velocemente su se stessi, raggiungono uno stato definito d’estasi o meglio diventano il tramite tra la terra e il sole. E’ in questo istante che il danzatore smette di esistere, l’uomo si annulla e la natura si svela, è uno stato simile all’ebbrezza, un catarsi che apre le porte al sapere superiore, alla conoscenza diretta senza i filtri della mente. Invito gli altri commensali a rimettere il naso nel bicchiere e percepisco dai loro sorrisi che la sensazione è profondamente cambiata. Esce fuori una rosa rossa passita spettacolare, un pout pourri di fiori secchi meraviglioso, l’etereo di prima si è quasi del tutto dissolto per lasciar spazio ad un caleidoscopio di profumi che vanno dai fiori secchi alla ciliegia rossa croccante, ribes, mirtillo e una sorprendente fragolina di bosco. Siamo stati tutti d’accordo sui riconoscimenti e sui nostri volti leggevamo a vicenda lo stupore, la piacevole sorpresa che questo bicchiere di Barbera ci aveva riservato. La danza dei Dervisci continua, roteando il liquido nel bicchiere ho come la sensazione di essere in presenza di un processo alchemico, la linea sottile che divide la razionalità dall’istinto, i preconcetti dal vero. Che ossigenare il vino (così come si dice in gergo) facendolo roteare nel bicchiere sia un modo per risvegliarlo, questo è sicuro, non altrettanto sicuro è lo svelamento che ne deriva, molti vini li puoi far roteare nel bicchiere fin che vuoi che partono muti e arrivano muti. Cosa fa la differenza? Il vitigno, il vigneto, l’esposizione, il terroir, la mano del produttore? Forse, tutti questi <img class="alignleft size-medium wp-image-799" title="dervisci 1" src="http://divinoscrivere.files.wordpress.com/2009/11/dervisci-1.jpg?w=300&#038;h=207" alt="dervisci 1" width="300" height="207" />aspetti uniti assieme, forse, come i Dervisci Rotanti cercano di rappresentare nella loro danza, l’uomo deve farsi da parte e fare  solo da tramite tra la natura, il sole e la terra.  In bocca, la Barbera 99 di Cappellano è totalmente inaspettata, mi rifaccio al titolo che ho voluto dare a questo racconto “lascia perdere il nome e ricerca il nominato…” perché della barbera classica come l’intendiamo noi ha ben poco, è anche vero che si tratta di un campione ’99 quindi le componente dure come i tannini sono ovviamente levigati e non scontrosi, l’acidità è ancora ben presente, il sorso è fresco anche se al centro lingua la frutta rossa matura si manifesta imponente quasi a farti sospettare che sia leggermente corto.  Chiedo a tutti di riassaggiare la seconda volta con più calma… Terzo velo che cade, escono fuori note di liquirizia, la dolcezza del frutto che si allunga mischiandosi con altri gusti che facciamo fatica ad individuare, comunque il sorso è meraviglioso e sorprendente, non pensiamo più per un attimo ai disciplinari, dimentichiamo il nome e ci lasciamo sedurre da questo calice che, roteando, danza.  Ripenso a Teobaldo Cappellano, all’uomo che attraverso un pacifico e solitario cammino ha intrapreso la strada difficile e a volte contraddittoria di chi fa della propria vita il tentativo di unire il passato al futuro, vini unici e inimitabili per eleganza e personalità, quasi impossibili da raccontare, a volte scontrosi a volte disarmanti nella loro semplicità espressiva.</p>
<p style="text-align:justify;">B.B.</p>
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		<title>Terre di vite: poesia #3</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 17:26:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vocativo</dc:creator>
				<category><![CDATA[1]]></category>

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		<description><![CDATA[ 

Terre di Vite- sabato 7 Novembre 2009
 
Federico Federici
 
profilo n. 1
pensa
che dura il giorno finché lo vedi
come si muove prima che solo
una luce resti sopra la traccia
in un calore da togliere il fiato
non è così che
si fa più breve dopo
già non sapendolo certo
o che ritorni, mentre col labbro
lì da un centimetro sopra
la polvere dire quel poco
che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=divinoscrivere.wordpress.com&blog=2617486&post=780&subd=divinoscrivere&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:center;"> </p>
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<p style="text-align:center;"><strong><a href="http://divinoscrivere.wordpress.com/2009/10/08/terre-di-vite-vino-volti-suoni-immagini-e-parole/">Terre di Vite- sabato 7 Novembre 2009</a></strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Federico Federici</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>profilo n. 1</em></p>
<p>pensa</p>
<p>che dura il giorno finché lo vedi</p>
<p>come si muove prima che solo</p>
<p>una luce resti sopra la traccia</p>
<p>in un calore da togliere il fiato</p>
<p>non è così che</p>
<p>si fa più breve dopo</p>
<p>già non sapendolo certo</p>
<p>o che ritorni, mentre col labbro</p>
<p>lì da un centimetro sopra</p>
<p>la polvere dire quel poco</p>
<p>che non ripete parola</p>
<p>né suono, fare un rumore</p>
<p>come se fosse più niente</p>
<p>ciò che si fa, il molto</p>
<p>che argina il tempo</p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>profilo n. 3</em></p>
<p>segui</p>
<p>me dall’ombra, sino a che</p>
<p>ricresca in superficie</p>
<p>l’anima versatile col corpo</p>
<p>nella pelle vertebrata mise</p>
<p>prime ali</p>
<p>scuotersi nell’aria dopo i fili</p>
<p>i tendini dal corpo, l’arto agile</p>
<p>alla luce dove stare lì nei vivi</p>
<p>movimenti di un Aprile, sopra</p>
<p>ciò che è già scomparso</p>
<p>(da <em>Profilo minore</em>)</p>
<p>I <em>profili</em> sono la realtà vista di lato, una prospettiva  – tra le tante – della sua conoscenza. Il catalogo e la loro numerazione (l’aggettivo <em>minore</em> del titolo tende a ridimensionare il metodo e a riconoscerne la parzialità) non sono altro che un tentativo di scavare tra le forme e la sostanza del mondo, inventariandole, approfondire il reale e cercare di darne un criterio secondo coordinate spazio-temporali, a loro volta soggette ad un arbitrio non insindacabile. [...] Federici assembla e smembra, secondo una dialettica gabbia-infrazione, un dissidio interno alla struttura, adottando un andamento franto (e fratto) del ritmo che piega la cantabilità ai fini di una vagheggiata misura architettonica-organica: l’intero si costituisce per frammenti, ma è sfuggente. Privilegiare le parti anziché il tutto è una necessità più che una scelta. L’autore insegue un metodo più che la <em>loda</em>, un&#8217;indagine sulla conoscenza, sul nostro modo (incompleto) di intendere il reale.</p>
<p>(L. Metropoli)</p>
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