10 grandi vini tra Vinitaly e Villa Boschi e 10 abbinamenti letterari

 

1)      Barolo Brunate – Le Coste 2004 (Rinaldi) Hafez

2)      Barolo Otin Fiorin Pié Rupestris 2003 (Cappellano) Epopea di Gilgamesh

3)      Barolo Riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe 2001 (Cavallotto) Montale

4)      Barolo Castelletto 2004 (Gigi Rosso) Pavese

5)      Jakot 2002 (Radikon) Baudelaire

6)      Vitovska 2005 (Vodopivec) Giotti

7)      Chardonnay 2002 (Mlecnik) Rilke

8)      Pommard 2004 (Domaine Sabre) Celan

9)      Taurasi Campoceraso Riserva 2001 (Struzziero) Orazio

10)  Nobile di Montepulciano 2004 (Crociani) Redi

 

 

1)      Rinaldi è un poeta del vino, libero dagli schemi e appartenente a quella schiera di anarchici libertari che ripensano ad un nuovo umanesimo e ad una simbiosi con (e contemplazione de) la natura. Hafez è lirico sopraffino della tradizione persiana, forse il più grande poeta iraniano, altresì cantore del nettare di Bacco. Rinaldi è il nostro Hafez per questo sposalizio tra lirismo, ordito cromatico, evocazione olfattiva. Inoltre mi ha fatto dono di un libro del nobile lirico mediorientale. Vi par poco?

2)      L’Otin Fiorin è la radice del Barolo. Come il Brunate – Le Coste di Rinaldi è lirico e con un ampio spettro olfattivo e gustativo, così quello di Cappellano è severo, epico, archetipico. L’Epopea di Gilgamesh è il primo poema in versi della storia dell’umanità, giunto a noi su tavolette di argilla. È inoltre il primo documento letterario che noi possediamo sul vino e sul suo significato nobile presso gli antichi Sumeri e Babilonesi.

3)      Poeta contemporaneo per il riserva Bricco Boschis dei fratelli Cavallotto. Un classico e un contemporaneo a un tempo, come il grande poeta ligure: grande escursione e profondità gusto-olfattiva, così come Montale riesce a ripensare la struttura prosodica e il lessico, restituendo per vie affatto nuove la sostanza lirica di millenni di letteratura. Una pietra miliare della storia letteraria per uno dei più grandi nebbiolo di langa.

4)      Per un barolo di Monforte, come il Castelletto di Gigi Rosso, austero, non facile alle concessioni, bisognoso di attesa e di tempo per aprirsi, l’abbinamento è immediato con l’altrettanta severità langarola che ha contraddistinto un autore come Pavese, attento al mito, pronto a ridisegnarlo e nello stesso a tempo a cantare le sue terre in altrettanto stile epico e terragno, lirico e tormentato.

5)      Perché Baudelaire per il Jakot di Stanislao Radikon? Baudelaire è una cerniera tra la massima liberazione espressiva (sarà apripista del simbolismo e dei poeti maledetti e, per esteso, di tutta la poesia occidentale dal tardo ottocento ad oggi) e la massima tenuta formale (è, nella grande avvedutezza stilistica, ancora un parnassiano), il punto in cui tecnica e sensibilità combaciano perfettamente, senza stridori. Il Jakot è frutto di una macerazione sulle bucce, di una vinificazione affatto “naturale”, in sintonia con l’uva e prima ancora con la vigna, una sorta di eresia per i bianchi, ma nello stesso tempo restituisce la grande complessità di un tocai friulano. È una naturalezza di ritorno, dopo grande impegno e dopo aver attraversato tutta la tecnica, concependola finalmente come strumento e non come fine.

6)      La Vitovska è un vitigno presente quasi solo nel Carso. Questo avrebbe dovuto farmi pensare ad Ungaretti, invece per la franchezza e la freschezza del vitigno, per la sua bevibilità quasi infantile (Vodopivec in sloveno è traducibile con Bevilacqua… ironia della sorte!) mi riporta ad accenti vernacolari e pensavo al grande triestino Virgilio Giotti che ad una domanda circa il suo parlar italiano tra amici e familiari, mentre scriveva in dialetto, rispose: “Ma come? Vuole che usi la lingua della poesia per le cose di tutti i giorni?” Ecco, la nuova vitovska in anfora di Vodopivec è poesia.

7)      Walter Mlecnik è uomo molto cordiale e disponibile, stando a quanto ho potuto verificare alla rassegna dei Vini Veri. E fortunatamente produce anche buoni vini. Siamo in Slovenia, ai confini con l’Italia, e si sente. La terra di frontiera conserva sempre un fascino che altre non possono avere. Per di più lo Chardonnay è un non autoctono. Sembra esserci il minimo radicamento territoriale, ma qui è proprio la frontiera che parla, come accadeva nelle liriche di uno dei massimi poeti del ‘900, il praghese di lingua tedesca (ma anche un po’ francese) Rainer Maria Rilke. Apolide, ma intimamente praghese, a salvaguardia di una memoria che non può essere ignorata. Così tra Slovenia e Italia, tra est ed ovest ci si ritrova europei, o meglio cittadini del mondo, ma a far vibrare i vini di Walter è proprio quella terra di mezzo.

8)      Un Pinot noir sui generis. Quasi cattivo, animale, con note amare al naso, da erbe medicinali (mi ricordava un Fernet branca o un Petrus). Del resto i Pommard rivelano l’animo più maschio del celebre vitigno borgognone. Questa cupezza di accenti e la splendida eleganza – nonostante i tratti suddetti – mostrano un’intima lacerazione che ne definisce la tormentata e splendida sostanza. Un pinot quasi nebbiolesco. Per questo suo essere al limite, per la sua natura scissa penso alla lirica oscura e affascinante di Paul Celan, quello che per me è il più grande poeta del secondo Novecento.

9)      Giovanni Struzziero è uomo di altri tempi. Racconta di come un infortunio gli abbia stroncato la carriera calcistica. Parli con lui e senti l’anima irpina. I suoi Taurasi (e del figlio Mario che segue la cantina) sono eroici, vini di altri tempi: niente barrique, solo botti grandi perché “deve essere la natura e il tempo a farli maturare”. Quintessenza dell’austerità, il Campoceraso 2001 è giovanissimo, un infante, che si farà, ne siamo certi. È un vino nato per durare e per stupire. Un gran vino, al di là dei clamori mediatici. Per la sua austerità e per la provenienza, per me non può non essere abbinato ad Orazio, il grande cantore del nettare di bacco nell’antica Roma.

10)  Susanna Crociani, simpaticissima, è un riferimento sicuro per la DOCG Nobile di Montepulciano. Provare per credere: vini con un rubino-granato trasparente, l’opposto dei mangia e bevi e dei vini muscolari che fioriscono in Toscana negli ultimi tempi. Per la sua anima perfettamente radicata a Montepulciano, il corrispettivo è il Redi, autore di quel ditirambo Bacco in Toscana (1685) teso unicamente a cantare il vino e principalmente quello della sua zona: il Nobile nei suoi versi è definito “d’ogni vino il re”.

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Published in: on 08/05/2008 at 9:27 am  Lascia un commento  

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