Due salernitani blasonati

La provincia di Salerno – che meglio conosco tra quelle della Penisola perché ci sono nato e ci vivo da 29 anni – è una della più grandi d’Italia, tanto che risulta affatto difficile trovare un’omogeneità climatica, geologica, orografica. Dal Golfo di Policastro alla Costiera Amalfitana passano oltre 150 km, tanto per dare un’idea; la zona dei Picentini, confinante con l’Avellinese, si estende in un massiccio montuoso che sfiora i 1800 mt; la zona interna del Cilento a sua volta è una sorta di provincia a sé per tradizioni, territorio, storia; mentre l’alto Salernitano, quello confinante con la provincia di Napoli, l’agro Nocerino Sarnese, a sua volta, vanta una storia che guarda più a Napoli che a Salerno. Insomma, è davvero arduo trovare tratti comuni. Le zone pianeggianti sono comunemente note per la grande qualità dei prodotti ortofrutticoli (pomodori in primis), mentre la vite, a differenza delle altre province campane, dà un contributo meno importante all’agricoltura. Tuttavia alcune zone di consolidata tradizione non mancano: è il caso per esempio della Costiera Amalfitana (e di Tramonti), la cui coltivazione della vite, documentata, risale quanto meno al Medioevo, se non prima. Al contempo sorgono nuovi territori, come l’area che si situa tra il capoluogo e i Picentini, dove nasce appunto il Montevetrano.

Negli ultimi anni anche queste terre, dunque, con alcuni loro vini, hanno ottenuto riconoscimenti straordinari. A volte addirittura delle celebrazioni (ma è sempre meglio verificare e riverificare prima di cantare gli osanna). Quel che è certo è che qualcosa si è mosso e questo è già un buon inizio.

 

***

 

Pochi giorni fa ho avuto modo di bere la versione 2005 del Montevetrano (dopo aver nutrito dubbi sulla 2004), un vino al quale continuo a non essere affezionato per più di un motivo. Tendenzialmente, vista la varietà ampelografica della Campania, punterei maggiormente sugli autoctoni. Ma questo non è un affare meramente di palato, quindi si può soprassedere.

Sgombrando il campo da equivoci, il risultato della collaborazione tra Silvia Imparato e Riccardo Cotarella non è stato un cattivo vino, tuttavia fatico a trovarci un genius loci, quel quid che lo renda davvero unico e inimitabile, quella fedeltà al territorio che dovrebbe contraddistinguere ogni vino. Ciò che gli va riconosciuto è il ruolo trainante che ha avuto per la rinascita dell’enologia campana e la sua affermazione mediatica. Detto ciò, il Montevetrano non è un vino perfetto, è figlio di una filosofia enologica che se paga dal punto di vista mediatico, su alcuni mercati esteri e per un gusto aproblematico, poco incline a soffermarsi sulla tradizione e cultura di un bicchiere, dall’altro lato denuncia limiti sul piano dell’originalità espressiva, della riconoscibilità.

Sebbene non sia ipermuscoloso, fa pur sempre della concentrazione e della materia uno dei suoi effetti speciali (l’estratto secco è di 35,50 grammi litro, frutto di una lunga macerazione sulle bucce tesa alla ricerca della concentrazione, molto più delle annate precedenti al 2000). L’acidità totale all’inverso non è tale da rinfrancare del tutto la beva: 5,30 grammi litro (se do uno sguardo ad un vino come il Naima di De Conciliis, per restare in Campania e scendere un po’ più giù in Cilento, vedo che si aggira intorno ai 7 grammi litro, tanto per dare un’idea; certo il Naima è solo aglianico potreste obiettare… ma per me, sia chiaro, è un vanto proporre un vino, in queste zone, che sia aglianico in purezza). Eppure il Montevetrano ha un passo fine, è elegante, principalmente perché i tannini sono addomesticati e perché l’acidità è contenuta, però manca di verve, non fa sobbalzare dalla sedia. I motivi della mia perplessità son presto detti.

Tralasciando il visivo (un rubino fittissimo, carico, con riflessi violacei: così come te l’aspetti) è già al naso che non convince appieno.

Innanzitutto, il vegetale (legato certamente al cabernet, data l’evidente nota di peperone) è ancora prevaricante, il resto lo fa più la tostatura dovuta alla barrique (predominanza di caffè, in particolare, e cacao: il vino sosta dagli 8 ai 12 mesi in rovere francese, prima di un affinamento di 6 mesi in bottiglia) che a sentori propri del liquido (comunque inconfutabile la pienezza di un bel frutto maturo). L’ho aspettato nel bicchiere e ho cercato di capirlo. Infatti, dietro questi due tratti distintivi al naso, c’è una complessità che affiora, con note fortemente mediterranee: carrubo, olive nere e una lieve nota balsamica più difficile da decifrare, leggermente virata verso l’eucalipto. Su tutto però è l’alcool a prevalere, così come quando lo si è versato nel bicchiere, con la sua presenza monolitica e un poco avvilente: un calore fin troppo sopra le righe. Leggo la retroetichetta e scopro che il tenore alcolico è di 13,5%. Il calore che emana però farebbe pensare a qualcosa in più: è evidente dunque che c’è qualche squilibrio tra le parti o, altrimenti detto, una mancata integrazione.

In bocca è come me l’aspetto dopo averlo annusato: asciutto, caldo, forse un po’ troppo, con una scia che compromette la seconda parte della lingua, dove il calore tende a vanificare il percorso. Qui il sorso infatti si spezza in due. Riaffiora poi una nota di tostatura accompagnata ad una balsamica che ritempra la beva, dopo un paio di secondi che il liquido è stato deglutito, regalando una certa pulizia al palato.

Un vino in chiaroscuro. Ripeto, non cattivo, ma che non riesce ad emozionarmi (limite mio?). Due considerazioni finali vanno fatte: 1) sebbene riesca ad essere vellutato in bocca, con tannini risolti, persiste un evidente squilibrio (da un lato il tono vegetale, dall’altro l’alcol fuori posto, senza che ci sia un’integrazione chiara e felice). Lo stesso vino potrebbe essere più compiuto tra qualche anno, e ne guadagnerebbe molto, anche se quel calore alcolico sulla lingua potrebbe non assestarsi mai del tutto; 2) la tipicità è anomala a sua volta: da un lato lo si percepisce come mediterraneo e meridionale, dotato di potenza e calore, dall’altro il suo profilo è fin troppo monocorde: francamente me lo aspetterei più salmastro, più vibrante e meno prevedibile. Non è indimenticabile, e sebbene abbia una sua personalità, è troppo compiaciuto, specchiandosi in uno stile che anziché nobilitarlo, lo rende simile ad una serie di vini e ad un clima che occhieggia troppo a Bordeaux (ricordando però che un gran vino non segue uno stile, lo crea: per inciso, Bordeaux è Bordeaux – e lì nessuno si sognerebbe di piantare aglianico o sangiovese o chessoché per realizzare un superbordolese –, mentre ripetere l’esperimento in altri luoghi rischia di creare epigoni anziché maestri).

 

***

 

Merita ugualmente una lunga disamina il Fior d’uva 2006 di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo, Costa d’Amalfi DOC, da anni portabandiera dei bianchi della Terra delle Sirene: la Costiera Amalfitana. Vino premiatissimo e osannato. Non sono un grande amante dei bianchi passati in legno (il Fior d’Uva fermenta per 3 mesi in barrique), tuttavia il bianco dell’azienda Gran Furor Divin Costiera è un bel vino, frutto di una vendemmia ritardata (terza decade di ottobre), con uve surmature, dunque. Questo dovrebbe dare l’idea della concentrazione e dei profumi e, nello stesso tempo, dar conto del rischio di una minor freschezza. Invece, come dirò, il vino risulterà molto interessante al palato (addirittura meglio che al naso, se possibile).

Se il Montevetrano è una sorta di intruso (per le uve che lo compongono) nel panorama campano, il Fior d’uva è un inno alla diversità e all’autoctonia: fenile, ginestra e ripoli le 3 varietà di uve che ne sono alla base, tutte e tre tipiche della Costiera. Sebbene le tre uve siano sconosciute ai più, la loro traduzione in vino è piuttosto convincente (merito anche del prof. Luigi Moio, consulente dell’azienda). Figlio di una viticoltura estrema e di un territorio incantevole, con terrazzamenti a picco sul mare, tra i 250 e i 500 mt di quota, un colpo d’occhio di pergole che si affacciano prevalentemente a Sud andando da Ravello fino a Furore, questo vino restituisce l’anima di quei luoghi, la loro bellezza, il loro sole, il salmastro del mare che morde l’asfalto e impregna i limoni…

Un paglierino intenso e brillante è il preludio di ciò che ci aspetta al naso: la surmaturazione si avverte, senza appesantire, con toni complessi da frutta matura (e agrumi canditi) che si susseguono e che invadono il campo subito, scavalcando il floreale (sebbene fiori gialli e mediterranei come la ginestra stiano lì ad arricchirne il corredo): pesca gialla, albicocca, toni mielosi ed esotici, e perfino rocciosi. Peccato che il legno sia al momento ancora un po’ in primo piano per i miei gusti (vaniglia e spezie dolci talvolta coprono la sostanza del vino) e con esso una nota etera, ma del resto il campione è ancora giovane e fra qualche tempo dovrebbe riuscire a trovare l’equilibrio tra le parti.

In bocca è coerente all’olfatto. Al palato si adagia con una naturale generosità e ricchezza: morbido, caldo, autorevole, si distende e si articola in tutta la sua complessità, scatenando nella seconda parte della lingua una vibrante freschezza e una furente mineralità salmastra – al momento ancora un po’ scomposte – che danno continuità al sorso e ne bilanciano il corpo e il calore, contribuendo alla lunga persistenza aromatica. Non sorprenda l’abbinamento: l’ho bevuto su un provolone del monaco non stagionato e l’accostamento è stato molto soddisfacente: anzi, mi è parso che il vino sia riuscito addirittura ad esaltarsi!

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Published in: on 13/05/2008 at 4:52 pm  Lascia un commento  

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