Tour nelle Langhe – alla ricerca delle radici del bere II

Atto II: l’accoglienza greca riservataci da Giuseppe Cavallotto. Tradizionalisti e modernisti. Una ballerina che danza sulle punte.

 

 

I vendemmiatori

 

Essi vendemmiano, essi torchiano il vino,

essi pigiano il tempo come il loro occhio,

tutto il pianto che ne stilla ripongono

nel sepolcro del sole, che essi con mano

indurita dalla notte preparano […]

 

(P. Celan, Di soglia in soglia, 1955 – trad. G. Bevilacqua)

 

 

 

Castiglione Falletto si erge sulla cima di un colle, col suo torrione svettante. Piccolo, raccolto, lo si nota quasi da ogni lato della valle. L’impressione che se ne ricava è contrastante: non è chiaro se sia un borgo che ostenta la sua irraggiungibilità e chiusura o è lì in attesa che qualcuno ne condivida i viottoli tortuosi. Intorno solo vigne, come del resto ogni comune dell’area: il paesaggio è splendido, nonostante il cielo minaccioso. E questo forse ci lascia propendere per la seconda ipotesi.

Prima di giungere al centro del paese, salendo, si nota sulla destra una bellissima tenuta: c’è un cartello che indica la presenza di una cantina (ne ritroveremo identici a Barolo e davanti ad altre piccole aziende vitivinicole di Castiglione e comuni limitrofi). È l’azienda dei fratelli Cavallotto. Abbiamo appuntamento con Giuseppe alle 15.00. Per eccesso di zelo alle 14.50 siamo già lì. Laura e Alfio, fratelli di Giuseppe, sono a Londra per lavoro e svanisce di nuovo l’occasione di incontrarli (solo una rapida presentazione con Alfio nel turbinio di Verona, in quel del Vinitaly, poco più di un mese prima). Tuttavia il nostro arrivo, annunciato per tempo, fa sì che lì, nello splendido Bricco Boschis, tutto sia perfetto: Giuseppe ci attende davanti alla porta della sala degustazione, dove la famiglia conserva un piccolo storico del Barolo Bricco Boschis, vino di punta aziendale, oltre ad una serie di altre bottiglie di produttori amici. La sala comunica direttamente con la cantina. Fuori comincia a piovere e non sembra ci siano speranze che smetta. Giuseppe, un ragazzo alto, capelli castano chiaro, dai modi semplici ma gentili, è quasi imbarazzato, tende a defilarsi per far parlare i suoi luoghi e, poi, i suoi vini. Ad intuito direi che la sua è la vera anima delle Langhe.

Nella sala ci sono due visitatori americani che si stanno congedando, visibilmente soddisfatti. A questo punto Giuseppe si dedica esclusivamente a noi, con un garbo, una cortesia che io, uomo del Sud, raramente ho riscontrato altrove. È schivo Giuseppe, timido, ma s’intuisce subito che dietro alla timidezza si nasconde un animo accogliente. I suoi vini sono più o meno così, come racconterò dopo.

“Faccio fatica con l’inglese. Alfio è molto più pratico” – riferendosi agli ospiti che sono appena andati via – “vi faccio visitare la cantina?”. Sgombra il tavolo dai bicchieri e le bottiglie e ci fa strada. Si arguisce che è soprattutto lì, in cantina, che Giuseppe opera con massima tranquillità e soddisfazione. È pervaso, infatti, da una leggera, impercettibile ebbrezza mentre la mostra e la commenta. Botti grandi, naturalmente, che variano dai 10 ai 100 hl. Parte della cantina è stata ricavata di recente, ingrandita per ospitare tutto quanto è necessario alla vinificazione (man mano i Cavallotto hanno acquistato terreni, aumentando così anche la produzione e la varietà di uve vinificate). In un’altra area della cantina ci sono i silos d’acciaio destinati ai bianchi e a rossi leggeri, e le vasche dove avvengono fermentazione (secondo il procedimento classico con cappello semisommerso) e macerazione, complessivamente una trentina di giorni. L’ordine e la pulizia della cantina ci dice della cura che i Cavallotto riservano ai loro vini (del resto, basta andare sul loro sito internet per trovare tutti i dettagli tecnici relativi alle singole tipologie di vino).

L’attenzione scrupolosa ai dettagli non deve però sviarci: l’azienda non persegue un tecnicismo fine a se stesso, tale da falsificare il frutto di partenza. Tutt’altro: i Cavallotto sono tra i grandi interpreti della tradizione langarola, intransigenti: conduzione familiare in vigna e cantina, nessuna concessione alle mode, ma un rispetto costante della materia prima. Nella “guerra” langarola che un po’ arbitrariamente distingue tra tradizionalisti e modernisti (quasi si parlasse di Guelfi e Ghibellini), i Cavallotto sono da annoverare senza tentennamenti tra i primi: esclusivamente botti di rovere di grande capacità, tecniche tradizionali dalla vigna alla cantina, dunque interpretazione regale dell’anima del nebbiolo.

Giuseppe prende due ombrelli e ci accompagna fuori: la tentazione di vedere le vigne, che si perdono oltre le colline, è forte, pertanto non si resiste. Il punto in cui è situata l’azienda è panoramico e la veduta è splendida, nonostante il grigiore del cielo. Intorno quasi tutte le vigne visibili sono di proprietà. Di fronte a noi il bricco da cui parte il Vignolo, altro appezzamento che dà vita ad una riserva Barolo. Gli edifici, invece, sono nel cuore del Bricco Boschis, magnifico e prestigioso cru di Castiglione. La terra è poverissima, lo si intuisce dal colore, biancastro, cinereo: l’area pedologica è quella Elveziana, i terreni sono prevalentemente argillosi (con presenze più o meno importanti di sabbia: è per esempio maggiore nel cru Vignolo). Rientriamo e ci apprestiamo alla degustazione. Sempre zelante, Giuseppe ci chiede quanto tempo possiamo restare. “Un paio d’ore… riusciamo a stare” è la mia risposta.

Prende le bottiglie e prepara il tavolo. È evidente che Giuseppe non vuol tralasciare nulla e ci tratta come fossimo Magi giunti dall’Oriente. Ma la nostra stella cometa, semmai, è proprio il loro Bricco Boschis. Sia io che Barbara avevamo già avuto modo di bere i barolo di Cavallotto e il loro nebbiolo. L’attesa dunque non era legata alla sorpresa dei vini, ma a quella di poterli subito riassaggiare, giacché si tratta, senza tema di essere smentito, di alcuni dei migliori vini della Langa.

C’è curiosità circa il Langhe Chardonnay. Giuseppe ci serve la nuova annata, piuttosto difficile dato l’andamento climatico. Il paglierino tenue, predice, oltre alla giovane età, la natura nordica del vino. Al naso prevale un floreale post fermentativo, in prevalenza fiori bianchi e mela. Elegante, fine, anche in bocca, dove l’alcol non è mai sopra le righe, sebbene la glicerina si avverte al tatto e ingrossa il liquido tra lingua e palato (già roteando il bicchiere il vino mostra una sua densità). È il preludio ad uno stile che ritroveremo intatto in ogni prodotto: la finezza. Tutti i vini sono piuttosto timidi, sussurrati, giocati prevalentemente sull’eleganza.

Passiamo immediatamente al Langhe Nebbiolo ’05. È bene sottolineare che questo vino nasce dalle stesse aree vitate a nebbiolo da Barolo, quindi principalmente dal Bricco Boschis. La differenza di selezione è scandita dall’età della vigna. Gli impianti sono degli anni ’60 e ’70. Man mano si ripiantano barbatelle più giovani ed è proprio da quest’ultime che nasce il Langhe nebbiolo, mentre le più vecchie sono destinate al Barolo.

Colore ancora rubino, molto intenso, con naso fin da subito dominato dalla frutta (ciliegia più che prugna), non privo di eleganza. Lasciandolo nel bicchiere affiora una nota balsamica, vagamente mentolata ad impreziosire il vino. È un piccolo barolo per finezza di tratti. Naturalmente più semplice e di più immediata beva, eppure non manca di una certa profondità gustolfattiva. Una bottiglia a tavola la si finirebbe in pochi minuti (ed è a mio parere un pregio enorme).

Si comincia a salire di livello, gradualmente, e intanto tutte le penne per gli appunti che ho dietro hanno stranamente problemi di inchiostro… Forse è un segno del destino, mi dico, perché la regale presenza dei barolo Cavallotto si sottrae ripetutamente al tentativo di oggettivarne i tratti su carta: vini cangianti, multiformi, quintessenza della classicità e della tradizione, vini dal carattere sfuggente, ritrosi, che prediligono una salmodia più che un atto declamatorio.

E così, da poco imbottigliato, è il momento del Barolo Bricco Boschis 2004, vino di razza che mostra una calma olimpica e una rilassatezza, tipica dei fuoriclasse. Granato scuro con riflessi ancora rubini, molto compatto e consistente, limpido. Sulle prime è timido, proprio come il suo artefice. Gli diamo tempo nel bicchiere, lo lasciamo ambientare e giungere a temperatura. Dopo comincia ad aprirsi su note floreali delicatissime: acqua di rose in primis. Poi prevalentemente lampone, avvolto in una nota balsamica che ritorna sempre con maggiore definizione, mentuccia ed erbe aromatiche. Il naso si fa intenso e delicato ad un tempo, ma non recede di un millimetro. Stranamente riesce già a concedersi con una buona naturalezza. In bocca ha un altro passo e si distende con grazia, occupando tutta la cavità orale col suo apporto odoroso. Il calore lo rende avvolgente e ne smussa i toni duri, conseguenti alla giovane età (l’acidità è abbastanza importante). Il tannino è fitto, ma vellutato, con un’estrazione da manuale. Non ha nessun cedimento. Il finale è lunghissimo e i ritorni coerenti all’olfatto. Un vino buonissimo. Lo si può bere già adesso, ma la freschezza acida ancora scalpitante è foriera di grandi potenzialità evolutive e quindi è forse meglio goderselo fra qualche anno. Ciò che stupisce è la mutevolezza nel bicchiere dei vini aziendali. La tua percezione è sempre a rincorrerli, senza mai raggiungerli. Il paradosso di Zenone non c’entra, né tanto meno la scuola eleatica. Ecco, volendo restare in ambito filosofico, potremmo definirli vini massimamente eraclitei… per dirla diversamente, tutt’altro che monocordi.

Nel frattempo Giuseppe ci ha già versato il Barolo Bricco Boschis Vigna San Giuseppe Riserva 2001 e il Riserva Vignolo 2001 e ci ha portato un bellissimo parmigiano reggiano di 24 mesi. Vini molto diversi tra loro, figli di una grande annata. Il Vigna San Giuseppe si presenta in una veste dai toni granato compatto. Ha una sua aristocratica severità, quasi austero, se non fosse per un’eleganza che già all’olfatto si annuncia superiore. Al naso ricalca molto da vicino la performance del Bricco Boschis 2004. Forse è un po’ più chiuso e più lento a concedersi, ma noi abbiamo pazienza. Passato un bel po’ di tempo, una delicata nota balsamica emerge dal bicchiere. Dapprima una chiusura serrata e vagamente terrosa ne impediva l’avanzamento. Ora è complesso, con note di sottobosco che si articolano tra il ginepro e toni minerali, senza scalfirne l’eleganza. In bocca ha un passo felpato: sembra una ballerina che danza sulle punte, con movimenti lenti e avvolgenti, come in un balletto ciajkovskiano. Il palato è conquistato, grazie ad un conforto balsamico che fa da contrappunto al calore. Il tannino solido, ma setoso, ne è lo scheletro, la chiave di volta per edificare questo capolavoro di architettura (così come nel 2004 lo era maggiormente la freschezza acida). Chiude molto lungo.

Ha tratti più mediterranei il Vignolo. Già al colore ha qualche riflesso aranciato sui bordi. Al naso è dapprima più pronto, con note di prugna, cioccolato, e persino pomodori secchi, sempre all’interno di un quadro fortemente nebbiolesco, che si contraddistingue per la sempre presente balsamicità, tra menta e liquirizia e affioramenti minerali. Più generoso, si mostra accattivante e pronto a conquistare. In bocca dà l’impressione di donarsi di più, con maggiore calore, ma meno verticalità e lunghezza del Vigna San Giuseppe.

Si tratta di due grandissimi vini, diversi nell’articolazione, ma accomunati da uno stile che va privilegiando la finezza, il sussurro, l’eco e i ritorni odorosi.

Non pago, Giuseppe stappa anche un Barolo Bricco Boschis Vigna San Giuseppe Riserva ’99, vino che tende ad essere più comunicativo rispetto al 2001. Ha una freschezza balsamica superiore, su cui si articola ogni altra nota odorosa, che va dal frutto, ancora presente – piccole bacche, quali lampone e ribes –, alla rosa, al cuoio. In bocca è più soffice del 2001, più rotondo, nonostante una trama ancora percorsa dall’acidità. I tannini sono più lievi e la chiusura è appena più corta, ma di grande coerenza e pulizia (altro tratto distintivo dei vini Cavallotto). Al momento è il più compiuto e rilassato, nonostante mostri ancora un ampio potenziale di evoluzione.

Il 2004, nonostante non sia riserva, è ad una strada mediana tra il riserva ’99 e il 2001. Possiede la freschezza del primo e la solidità, l’architettura del secondo. In attesa di una riserva vigna San Giuseppe di quest’annata che verosimilmente farà parlare molto di sé…

Questi vini splendidi sono uno squarcio nel cielo grigio. Degustarli equivale ad esperire un’opera d’arte: lo stato di contemplazione e l’emozione che ne scaturisce è lo stesso. Il vino, ancora una volta, è il giusto equilibro tra arte e natura (che di per sé è già artistica).

Intanto sono già le 18 e scappiamo per un altro appuntamento. Salutiamo calorosamente Giuseppe e lo ringraziamo per la splendida accoglienza riservataci. Sono così felice che non posso trattenermi dal telefonare al mio caro amico S. per raccontargli subito la visita. Ora che ne scrivo, però, permane un po’ di nostalgia di quelle splendide vigne e degli uomini che le accudiscono. Con determinazione mi dico: ritornerò presto al Bricco Boschis!

 

 

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Published in: on 04/06/2008 at 1:09 pm  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. poffarbacco come vi ha trattato bene l’amico Giuseppe Cavallotto! A casa loro si trovano non solo grandissimi e veri vini di Langa, ma una famiglia splendida di cui é impossibile non diventare amici…

  2. A volte vino e uomo sono davvero in simbiosi nell’alta levatura che esprimono.


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