Il fiano: una storia d’amore.

Lo dichiaro pubblicamente: il fiano è il mio vino-vitigno a bacca bianca preferito. Sarà perché sono campano, sarà perché ho anche un debole per i bianchi (ma avrei potuto tranquillamente indicare il più chiacchierato greco di tufo o il beverino biancolella o il misterioso coda di volpe o, infine, la celebre falanghina, un vino, quest’ultimo, che definirei un po’ bagascia per i suoi più accomodanti sentori: più piacione insomma).

Il fiano no. Il fiano no. Il fiano no. Il fiano, consentitemelo, è un’altra cosa. Meno conosciuto, meno bevuto, poco capito, il fiano è altezzosamente aristocratico e selvaggio ad un tempo. Un vino che rischia di dissimulare la sua genitura meridionale: troppo fine per ricadere nel novero dei bianchi del Sud, troppo verticale nel suo nerbo acido per potersi apparentare ad altri più famosi bianchi nati a basse latitudini, troppo sui generis per paragonarlo.

Il fiano lo si distingueva già in antichità dalle aminee, di origine greca (tra cui l’aminea gemina, che sarebbe pressappoco l’odierno greco di tufo), e lo si indicava come Latino. Tuttavia non è del tutto da escludere una sua provenienza ugualmente greca. Il nome è ammantato di leggenda ed è arduo ricostruirne filologicamente l’etimo.

Fiano sembra imparentato ad Apianum (vecchio nome del comune di Lapio, nelle colline nei dintorni di Avellino, dove il vitigno è ben acclimatato) e indica quell’uva che già Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia citava come dolce perché vi suggevano le api (ma qualcuno ha voluto vedere in quel riferimento il moscato, per cui è davvero difficile una ricostruzione precisa e definitiva). Altre leggende legano il nome ad una improbabile discesa in quel di Lapio di una popolazione di origine ligure, gli Apuani. Entrambe le ipotesi sono difficilmente dimostrabili. 

Ciò che ancora si disconosce di questo splendido vitigno non facile da coltivare, con rese mai abbondanti e dal grappolo piuttosto spargolo, è la capacità di dar vita a vini di grande potenzialità d’invecchiamento. Spesso lo si mette in commercio a distanza di pochi mesi dalla vendemmia e lo si consuma giovane. Lo si trova infatti fresco e con un delicato, ma intenso, floreale. Tuttavia il fiano è contraddistinto da un’alta acidità che si accomoda solo col passare del tempo e quei profumi che all’inizio rievocano unicamente fiori, pian piano si arricchiscono di note complesse. Storicamente, infatti, i contadini irpini che producevano fiano, in genere lo “tagliavano” con coda di volpe, vino con un tasso di acidità piuttosto basso. Chi non poteva far ciò era solito consumare il fiano non durante l’anno, ma in quello successivo, proprio per dargli il tempo di assestarsi e trovare il suo equilibrio.

Credo fermamente nelle possibilità di “educare” il palato di chi beve vino, così come si può far distinguere una buona poesia da una cattiva, un’opera d’arte da una cialtronata, una “pizza di un pizzaiolo da una di un pizzettaro” (frase del pizzaiolo della storica pizzeria napoletana Di Matteo). Perciò quando si dice che il bianco va bevuto d’annata, bisogna chiedersi anche quale bianco. I ristoratori e le enoteche che chiedono bianchi giovani da propinare arbitrariamente ai consumatori sono in errore. Certo gli stessi produttori talvolta presi dalle ristrettezze economiche, dalla mancanza di liquidità, preferiscono mettere in commercio alcuni vini prima del tempo giusto.

Ad ogni modo invito chiunque a bere un fiano d’Avellino del 2007 ed uno del 2004 e a dirci poi quale a suo parere è migliore (certo esistono le eccezioni; inoltre il 2007 è stato un anno particolare, caldo: ha mantenuto naturalmente più basse le acidità, ha permesso ai vini di esser pronti subito, ma li ha anche resi più corti al palato, meno complessi e con minore capacità di evoluzione nel tempo), confidando nelle capacità dei palati di affinarsi e di saper distinguere. Saper comunicare un vino è altrettanto importante che venderlo.

Anche questa splendida cultivar è stata valorizzata, riscoperta e, direi, salvata dalla passione e dal lavoro della famiglia Mastroberardino, la prima che ha creduto negli autoctoni in Irpinia e nella possibilità di lavorarli in purezza.

Infatti negli ultimi anni si è registrato, nella provincia di Avellino e non solo, un incremento notevole di aziende che hanno insistito su questo vitigno, raggiungendo talvolta un risultato davvero alto. Così per la prima volta dal secondo dopoguerra ad oggi è stata l’Irpinia a sprovincializzare e a “prestare” i propri vitigni, anziché subire l’invasione di varietà alloctone. Di fatto in Puglia, in Basilicata, in Sicilia si sta producendo fiano, così come già da alcuni anni nel Sannio e in Cilento (e sebbene le caratteristiche pedoclimatiche siano di volta in volta differenti, non mancano dei campioni in questi territori; in particolare mostra un certo dinamismo proprio l’area più “attardata” in fatto di vini: il Cilento, con interpretazioni importanti e originali come il Perella e l’Antece di De Concilis e l’interessante Kratos di Maffini – che continuo a preferire al primo della casa, il Pietraincatenata).

Il faro della produzione resta, tuttavia, il territorio che ha al centro Avellino ed è delimitato dai comuni di Lapio a Nord-Est, Summonte a Nord-Ovest, Montefredane a Nord, Forino e Santa Lucia di Serino al Sud, insomma il territorio del fiano d’Avellino DOCG.

Eppure all’interno della stessa DOCG esistono varie differenze pedoclimatiche, tali da dare risultati diversi da zona a zona, con delle aziende-guida in ognuna di esse. Parimenti si diversifica la pattuglia degli interpreti di questo vino. Ormai i produttori più significativi sono rappresentati da piccoli vigneron (il più delle volte ex-conferitori delle aziende più grandi) che lavorano e vinificano autonomamente (Guido Marsella, Antoine Gaita, Raffaele Troisi, Ciro Picariello…) producendo numeri piuttosto limitati di bottiglie, da aziende a conduzione familiare che si affidano a consulenti qualificati (è il caso di Colli di Lapìo, Pietracupa, I Favati, Urciuolo…). Restano ugualmente su buoni livelli qualitativi la storica azienda Mastroberardino e i “cugini” di Terredora, tra le grandi maison campane. Questo affrancamento dai grossi produttori sta ponendo l’Irpinia di fronte a delle scelte decisive che, se da un lato la accomunerebbero alla produzione diversificata e agguerrita, in termini qualitativi, di aree molto vocate per i bianchi – come il Collio Goriziano –, dall’altro rischia di diventare una corsa al guadagno, perdendo di vista ciò che dovrebbe procurare interesse, fama, apprezzamento e lo stesso guadagno: la qualità appunto. Al momento questo passaggio è ancora in atto e sarà difficile capire dove giungerà la provincia di Avellino (che vanta, unica al meridione, 3 docg). Quel che è certa al momento è l’affidabilità dei produttori succitati.

Fra qualche tempo potrebbe essere anche giusto (nonché vantaggioso in fatto di marketing) favorire uno studio serio e approfondito delle varie zone di produzione. Per ora, tentando di mappare sommariamente il territorio e i vini (in base alle località di provenienza) si potrebbero già trovare dei tratti distintivi.

 

Clelia Romano, dell’azienda Colli di Lapio, è stata tra le prime piccole aziende a produrre un fiano in purezza, nell’areale di Lapio. I fiano di questa zona sono caratterizzati da un certo equilibrio tra alcol, mineralità e freschezza, presentando un naso sempre molto preciso e definito, estremamente fine che si articola su note di nocciole tostate, il filo conduttore di questo territorio. Il frutto, in genere, è pieno (la pera è uno dei sentori riconoscibili) e la struttura importante. Si tratta sempre di campioni molto eleganti e nello stesso tempo dal corpo robusto. Dello stesso territorio sono i fiano di Terredora, di Rocca del Principe e Nicola Romano.

 

Decisamente i più riconoscibili e caratterizzati sono i fiano di Montefredane, piccolo borgo giacente su di una collina a ridosso di Avellino, argillosa in prevalenza. Qui risiedono tre delle aziende più importanti dell’intera DOCG: Vadiaperti di Raffaele Troisi, Villa Diamante di Antoine Gaita e Pietracupa di Sabino Loffredo. I fiano di Montefredane hanno una classe innata, sono campioni di longevità perché puntano in genere su una freschezza acida più spiccata, una mineralità rocciosa, che fanno da pendant ad un corpo dagli estratti sicuramente meno ricchi di quelli di Lapio. Sono dei vini sottili, con naso dal timbro minerale e sempre mutante, molto fine e intenso, arricchito di un particolarissimo sentore di sottobosco che va dalla foglia di castagno alla felce. La bocca è tesa, ma splendidamente lunga. Sono in genere vini che vanno attesi e bevuti in là nel tempo, per via della loro “verticalità” a tratti pungente.

L’azienda Vadiaperti, con il professore Antonio Troisi, è stata la prima a vinificare e commercializzare fiano dopo Mastroberardino. I suoi sono vini sottili come lame affilate, ma da un granitico potenziale d’invecchiamento, grazie ad acidità elevate che col tempo si traducono in una ricchezza di aromi e in un’articolazione alla beva da manuale. Non sono mai vini dall’impatto generoso, ma giocano di fino, si lasciano inseguire. Se fosse un film sarebbe la radice del cinema, intramontabile: nordico e severo come La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer.

Più o meno il discorso è replicabile per i vini di Pietracupa, appena più ampi al naso con sensazioni da erbe amare/balsamiche e nel contempo spezie, ma ugualmente verticali, selvaggi al palato, con una trascinante forza fino all’allungo finale: ostici e affascinanti ad un tempo, sfuggenti e indomiti. Pietracupa presenta anche una selezione, Il Cupo, che sosta in legno e vive di una concentrazione e un peso maggiore.

Il fiano di Antoine Gaita, il Vigna della Congregazione, è un vino di rara eleganza, dal tocco quasi francese. Naso tremendamente minerale, ma complesso, ricco, articolato, eppure mai sopra le righe: sempre misurato, dotato di una grazia e calma olimpica. Più che la nocciola, i sentori sfiorano la castagna, con sensazioni appena mielose, senza essere tuttavia minimamente ammiccanti, poi spezie, erbe: menta, anice… È probabilmente il più ricco di sfumature, un campione di razza, dal palato complesso e fine, e un finale lunghissimo. È uno dei bianchi della mia vita. Punto. Lo si berrebbe ascoltando Mozart.

 

Summonte è in altura, forse concorre ad una propria beatificazione, enologica, in concorrenza a Montevergine. Il suo nome per gli appassionati di vino si traduce in Guido Marsella. Fiano potenti e dal grande tenore alcolico. Se il Vigna della Congregazione ha una compostezza classica, il fiano di Marsella ha un’esplosività barocca: rigoglioso, esuberante. È un vino che fa corsa a parte, eretico e pieno di sé. Dal grande impatto, caldo e di grande struttura, ma anche dall’irrequieta acidità. Un vino sorprendente e anarchico, con una trascinante evoluzione olfattiva, molto fumé e poi man mano speziata, con aghi di pino, corteccia, erbe aromatiche. Se lo si fosse prodotto nel ‘600 l’avrebbero mandato al rogo…

È di Summonte anche Ciro Picariello, ma il suo fiano nasce dalla combinazione di uve di questo territorio e di quello di Montefredane. Più pacato, ma altrettanto interessante. Primo imbottigliamento a partire dal 2004. Già adesso è una certezza.

 

La zona di Cesinali, molto prossima al monte Terminio, è dominata da noccioleti e i fiano di questo territorio (I Favati sono forse il punto di riferimento, ma altre piccole aziende crescono…) sono caratterizzati, manco a dirlo, dal tipico sentore di nocciola. Sono forse meno minerali, con meno capacità d’invecchiamento, ma presentano un bel floreale e fruttato che li rende molto gradevoli. E poi le mille articolazioni all’olfatto tipiche del fiano. Hanno una struttura minore (del resto cambia anche la composizione del terreno, più sciolto e sabbioso), sono fini, docili, ma tutt’altro che anemici e rinsecchiti. Sono vini ottimi da aperitivo e antipasti. Magari accompagnandosi con nocciole tostate…

 

Forino confina con la provincia di Salerno (Bracigliano e il Valico del Salto ne sono il collegamento), dunque è la punta estrema della docg. Qui vi opera un’azienda piccola, ma dalla qualità sempre crescente: Urciuolo. Difficile reperire i loro prodotti per chi non è del posto, tuttavia per chi riuscisse ad accaparrarsene qualche campione lo custodisca gelosamente. Difficile, quindi, inquadrare la zona, molto fuori dal cuore della denominazione. Anche qui tuttavia il terreno ha una percentuale di sabbia in più rispetto a quelle argillose di Montefredane e dintorni. La selezione Faliesi nasce da una vendemmia appena ritardata, per cui ha più corpo e morbidezza, pur mostrando un bel nerbo acido e un carattere importante sia per come si esprime al naso che per la reattività al palato. Il fiano base è appena più delicato e meno poderoso. Entrambi sono caratterizzati da notevole eleganza e da una buona spinta minerale. Mi è capitato lo scorso anno di berne un campione del ’99 in forma meravigliosa (e un greco, mieloso e succosissimo, del 2001). Sono vini ruspanti, eppure dotati di una forte personalità. Potrebbe essere l’indirizzo del futuro, visto anche il livello del taurasi e del greco.

 

Insomma, non c’è che da scegliere e magari visitare le aziende.

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Published in: on 26/06/2008 at 6:00 pm  Comments (1)  

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  1. Voglio segnalarvi questo articolo dell’amico di fabio cimmino:
    http://www.tigulliovino.it/centrosud/archivio_0014.htm


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