Tour nelle Langhe. Alla ricerca delle radici del bere – Atto IV

Saba
Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un’Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all’altra
dall’uno all’altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
“Porca – vociferando – porca”. Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.
 

V. Sereni, Gli strumenti umani, 1965

 

 

L’estro e la luna. La fantasia vs l’utilitarismo. Quando i vini assomigliano al proprio fattore: Beppe Rinaldi e i suoi barolo.

 

 

“Quell’uomo vive sulla luna!” Espressione talmente ricorrente nella nostra fraseologia da lasciare indifferente l’ascoltatore. E se invece tentassimo di addentrarci nella sostanza di tale esclamazione? Agli inizi del XVI sec. con Ludovico Ariosto la Luna, già ampiamente cantata da lirici e citata nei miti, entra di diritto nell’immaginario comune come topos spiccatamente poetico, per la sua siderale distanza dalla terra e l’alterità che la contraddistingue. Il paladino Astolfo vi si reca a cavallo dell’Ippogrifo per recuperarvi il senno smarrito di Orlando. La Luna, dunque, è il luogo in cui alloggia tutto ciò che è stato smarrito dagli uomini (anche il ricordo) e pertanto diventa una creatura a sua volta viva e misteriosa, uno spazio altro, enigmatico, affascinante e perciò tremendamente poetico (Leopardi ne farà la protagonista assoluta di molte sue liriche).

Questa distanza colmabile solo con l’immaginazione e la divagazione della mente, prima che nel ’69 accadesse qualcosa di epocale, resta ancora oggi la distanza su cui si adagia un sentiero intriso di fantastico e di fiabesco.

L’uomo che vive sulla luna è perciò a mio modesto avviso un uomo che si svincola dalla stringente aridità terrestre, tutta tesa a ridurre lo spazio poetico a luogo privato e nascosto, a una soverchieria da maneggiare con cura, per svagati e poco pratici abitanti del nostro pianeta: un illuminato, uno che sa dare il giusto valore alle cose.

Questa lunga introduzione è per dire che Beppe Rinaldi, “Citrico”, è l’uomo lunare del vino italiano. Guai a pensare che l’uomo-selenita sia un’entità priva di spina dorsale, un disadattato o un patologico. Sarebbe un ulteriore tentativo di sminuirne la complessità (anche se a ben vedere, meglio sarebbe, oggi, esser folli, per stare con Amleto…). Nell’epoca dell’homo economicus di certo tutto ciò che mal si adatta all’utilitarismo è margine e perciò emarginato: la cruda legge dell’Occidente sviluppato.

Tornando a Beppe Rinaldi, ricordiamo tuttavia che egli è pur sempre titolare di un’azienda vitivinicola, perciò si tratta di un uomo che ha anche piantate le sue scarpe in terra (anzi, tra le vigne), sebbene la sua passione per l’alpinismo lo porti a toccare il cielo, ad inerpicarsi laddove gli altri mortali non hanno accesso.

La lira (lo strumento a corde dell’antica Grecia, quello che accompagnava i poeti, e non il vecchio conio italico!) è il simbolo della sua azienda, a rimarcare l’estrosità e la “diversità” (e sì, la poesia!) di uno dei più grandi vignaioli-produttori del nostro Paese.

È sabato mattina quando ci rechiamo verso Barolo e appena lasciatoci alle spalle il centro del paese giriamo verso sinistra. Poco dopo è la casa di Rinaldi. Appuntamento alle 11. Attraversiamo un cancello e la favola non accenna a terminare: alcuni conigli sono appena all’angolo, in uno spazio a loro dedicato (Beppe Rinaldi è pur sempre un veterinario, sebbene non esercita più) in delle piccole tane. Di fronte, una villetta con un balconcino alberato davanti: sembra una casa fuoriuscita da una fiaba dei fratelli Grimm! E non è finita qui: due uccellini si posano sulla ringhiera, si inseguono in evoluzioni aeree nel piccolo spazio prima di ritornare lì dov’erano. La nostra presenza non sembra incutere timore a queste piccole creature.

La signora Rinaldi ci accoglie e ci invita a seguirla giù in cantina. Ci sono altri visitatori, svizzeri, che attendono di degustare i prodotti di famiglia. Lo spazio è esattamente in linea con l’atteggiamento apparentemente svagato e distratto di Beppe: vecchie bottiglie impolverate, altre di produttori amici, attrezzi non meglio identificati, sedie, dipinti (“eh, sì, sono di Eugenio Comencini” ci dice la signora, “l’illustratore del volume di Hafez”). Una barrique è diventata una singolare sedia a dondolo, potrebbe essere un prezioso oggetto di design artigiano… “Il miglior uso che possa essere fatto di una barrique”, chioserà poi Beppe (io invece penso anche ai Bottari di Portico che accompagnano con ritmo afro-mediterraneo Enzo Avitabile…).

Una differenza tra Rinaldi e gli altri amici, in sede di vinificazione, è l’utilizzo di vecchi tini scoperti per la fermentazione, altro retaggio di un vecchio modo (ma anche “mondo”) di vinificare. Anche lui, come gli altri produttori a cui abbiamo fatto visita, effettua per i barolo macerazioni piuttosto lunghe. Beppe Rinaldi è un estroso, un uomo singolare, che ama raccontare avventure capitategli o vecchie storie della langa, lentamente, con tono pacato e scandito da lunghe pause, quasi fosse distratto da altro nel frattempo. E fuma. Istintivamente gli si riconosce una personalità magnetica. Ma lui, nel gioco della parti che la vita gli ha chiesto di interpretare, è umile, ben conscio tuttavia della qualità dei vini che riesce a realizzare. Racconta della sua passione per la moto, delle escursioni in montagna con una semplicità e un tic della divagazione che nella loro pindaricità è come se seguissero un criterio ben preciso (e un uomo che ama l’aria aperta è un uomo libero che desidera libertà per tutti). Dice che la figlia maggiore, Marta, pronta ad affiancarlo in azienda, sta intraprendendo le prime sperimentazioni, ma che al momento sta malauguratamente (sorride) armeggiando con i fusti piccoli!

È come posseduto da un daimon, Citrico, che lo pone ben all’interno della quotidianità, ma nello stesso tempo gli porge occhi più acuti degli altri. È un battitore libero, uno che non ha paura di manifestare le proprie idee e il proprio modo di vedere le cose. Anarcoide, libertario, è insieme a Baldo Cappellano e a Maria Teresa Mascarello la trincea avanzata del barolo, la frangia critica, l’area giacobina, quella resistente e ribelle, che guarda al futuro senza mai perdere di vista il passato, convinti, come sono, che la storia – senza necessariamente la s maiuscola – è magistra di qualche cosa, a dispetto dei versi di Montale. Non ha una visione fiabesca del mondo, ne avverte la drammaticità del presente ed è quindi pronto a prendere posizione, ma nel frattempo è abile a cogliere quelle sfumature, le piccole cose che sanno stupire, inneggiando alla natura e alla semplicità. Se i vini assomigliano a chi li produce, ebbene, quelli di Beppe sono vini “lirici”, che sanno toccare corde e suonare come pochi, hanno la capacità di affascinare, come solo Calipso riusciva con Ulisse.

Memore della lezione di Bartolo Mascarello, Beppe preferisce non esaltare i singoli cru che ha a disposizione (e che cru! Brunate verso La Morra, Le Coste, San Lorenzo in Cannubi, a Barolo, e Ravera tra Barolo e Novello), ma trovarne una sintesi per ottenere un barolo migliore, accoppiandoli, in un amplesso dolcissimo che non può non partorire veri gioielli di enologia. Le coppie non sono casuali, ma tendono a mettere insieme particelle che danno vini più robusti ad altre che hanno un tasso di acidità maggiore, così da equilibrarle: quindi rispettivamente Brunate – Le Coste, San Lorenzo – Ravera.

Questa volta non abbiamo bevuto il Brunate – Le Coste, vino lirico per eccellenza, tra quelli di Barolo. Siamo partiti con una Barbera d’Alba 2006, vino ruspante come il Barbera di solito è, ma con una definizione al naso ed una rispondenza gustativa che ne farebbe un compagno ideale del pasto, quotidianamente. A me è sembrato quel vino del contadino, senza i difetti di un metodo empirico che quasi sempre tali prodotti artigianali possiedono. La Barbera (o meglio il Barbera, dacché è già vino) di Rinaldi ha il meglio della naturalezza di beva che si può chiedere a tale prodotto e la definizione di chi il vino lo sa fare davvero. Una sintesi che non è data trovare così facilmente.

Nobilissimo il Langhe Nebbiolo 2006, accattivante nelle vesti rubino non molto concentrato. Al naso sembra il fratello minore dei due barolo: soprattutto balsamico, con menta e anice stellato piuttosto spiccati, adagiati su un frutto rosso che qualcuno definirebbe “croccante”. In bocca ricalca fedelmente l’impressione olfattiva nei ritorni odorosi, mentre si estende con grande eleganza, tannini soffici incastonati in una acidità sempre tesa, ma non sfiancante, anzi rinfrescante e splendidamente integrata nel corpo del vino. Può servire già piatti più importanti, tuttavia con i tajarin al sugo tradizionale sarebbe perfetto. Specchiandosi in questo nebbiolo è intuibile la performance dei futuri barolo 2006, giacché il rapporto tra maturità di frutto e componenti dure è particolarmente equilibrato già ora (c’è da aggiungere che questo Langhe può durare tranquillamente alcuni anni, grazie proprio al nerbo acido).

Il Barolo San Lorenzo – Ravera 2004 è qualcosa di difficilmente narrabile. Complice un’annata straordinaria, da leggere sempre in prospettiva (ma che già sta raccontando storie bellissime), una materia prima di qualità eccellente, ci si trova di fronte ad un nettare indiscutibilmente da provare per chi voglia sapere cosa sia un vero barolo. La zona di San Lorenzo Cannubi presenta un terreno mediamente sciolto, con composizione sabbiosa su marne silicee e scarsa presenza di argilla scura. Sono terreni quindi più magri. L’ottima esposizione e il clima consentono quasi sempre di avere dei grappoli di ottima maturazione. Queste caratteristiche trasmettono quell’eleganza in più che in genere si è soliti trovare nel comune di Barolo, rispetto ad esempio ad un barolo di Serralunga o Monforte. Da Ravera giunge, poi, una maggiore freschezza ad equilibrare il tutto. La parola d’ordine è tradizione, tradizione, tradizione. Classiche botti grandi di rovere di Slavonia per l’affinamento. Rispetto al Brunate – Le Coste (sentito poco tempo prima) è appena meno suadente, ma più maschio. Difficile scegliere tra i due. Agli occhi è già possibile intuire un corpo non sovrabbondante, dato che il rubino-granato (il campione è ancora relativamente giovane) si presenta lucente e non superconcentrato. Al naso un effluvio balsamico irretisce. Il vino è piuttosto etereo, ma non c’è volatile a sormontare i suoi sentori principali: accenni di menta, anice, un pizzico di liquirizia, a scortare un frutto integro e maturo che vira già verso la prugna. Lasciarlo anche per poco nel bicchiere permette al vino di compiere ulteriori acrobatiche evoluzioni: il naso comincia ad approfondirsi e a diventare via via più stratificato (ma badate bene: l’avvolgente balsamicità non scema), con sottobosco e terrosità che arricchiscono senza maltrattare la freschezza prima evidenziata. Al palato è trascinante, irrequieto nel dialogo serrato tra freschezza e tannino che distendono la beva all’inverosimile. La sensazione tattile tuttavia è mitigata da un’avvolgente calore che rende il liquido come un velluto, senza disperderne l’energia e la freschezza. È un continuo gioco al rilancio tra parti dure e morbide, fino a ritrovarsi in una sinfonia appagante in fondo al palato, dove più conta l’equilibrio, la pulizia, i ritorni odorosi. La bevibilità è un paradigma irrinunciabile: e qui c’è tutta. Il corpo non è di quelli che intimoriscono, ma ciò che conta è l’architettura complessiva: la struttura che ne dà l’assetto insieme all’eleganza stilistica che lo caratterizzano. Difficile non amare un vino del genere e difficile anche credere che un palato non esperto non ne riesca a comprendere la classe superiore. Nonostante l’aristocrazia nebbiolesca, questo è un vino per tutti, dacché tutti possono amarlo, senza essere intontiti da effetti speciali, ma semplicemente attratti dalla sua intramontabile classicità. La severità non è mai tanta da lederne la passione.

Eppure i Barolo di Rinaldi sono altrettanto differenti dai fuoriclasse bevuti nella giornata del venerdì, vivono di un diverso e contraddittorio equilibrio: non hanno la radicalità terragna e selvaggia (quasi da action painting) degli Otin Fiorin di Cappellano, né la policletea ponderazione dei barolo di Cavallotto, ancor meno l’esuberanza quasi mediterranea, la potenza del serralunghino Arione 2004 di Gigi Rosso. Qui la classicità è percorsa da un brivido che non l’accomoda mai, ma la sfida sempre, in questa tensione provocata dal divaricarsi, su un asse verticale, dell’accelerazione verso l’alto e la repentina discesa nel cuore della terra: etereo, appunto, ma venato di un quid inafferrabile che scava, anziché elevarsi. È la rivoluzione michelangiolesca del non-finito: vini-utopia per una società utopica.

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Published in: on 02/07/2008 at 2:47 pm  Comments (1)  

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  1. Continuate cosi`! Vi abbiamo aggiunto nella nostra blog`s list. apresto
    Un saluto da New York
    Paolo


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