Buoni, ma non indimenticabili (tranne che per il prezzo): l’Ornellaia 2004

Quando mi trovo davanti a determinati tipi di vino (stile internazionale, uvaggio bordolese fuori zona, quelli osannati dal Wine Advocate e Wine Spectator, per intenderci) sono mosso più dalla curiosità che dall’aspettativa del godimento. Non è un giudizio preventivo, ma la consapevolezza che il mio gusto non apprezza più di tanto vini di impostazione moderna, i quali dopo due bicchieri cominciano a sfiancare il mio palato, sfibrando le papille gustative e provocandomi una curiosa nausea.

Stavolta mi sono imbattuto nell’Ornellaia, uno dei vini glamour dell’enologia italiana (in virtù anche della passata collaborazione con il celebre e influente enologo Michel Rolland). No, non possono chiamarsi vini Nouvelle Vague, sarebbe una confusione stilistica imbarazzante: sarebbe come definire Godard & company dei registi hollywoodiani. Invece, restando al paragone cinematografico, i vini della costa Toscana, quelli della DOC Bolgheri, sono né più né meno che gli Spielberg, i Lucas, insomma gli effetti speciali dell’enologia (detto senza sarcasmo e senza giudizio partigiano da comunista snob). Così come hanno libertà di esistere i vini dei vigneron, di matrice anarcoide e talvolta vernacolare, allo stesso modo possono esistere vini hollywoodiani (solo che stranamente, nell’immaginario collettivo, i primi sono rozzi e quasi da vecchia osteria, i secondi sono extra-lusso, da salotti bene: per me, che adotto altri parametri, i primi sono cinema d’essai e i secondi cinema hollywoodiano high-budget, ma è un punto di vista).

Non tocca a me illustrare la storia recente della Tenuta dell’Ornellaia, che da Lodovico Antinori è passata prima, parzialmente, al colosso americano Mondavi, poi completamente, infine quest’ultimo l’ha ceduto ai Frescobaldi.

Certo, raccontata così, la storia di un famoso vino sembra quella di quotazioni in borsa o scalate bancarie. Ma del resto la storia di un vino famoso non è esente da forti spinte economiche.

Venendo all’incontro col vino, devo dire che sono stato intanto molto fortunato ad aver trovato sulla mia strada l’annata 2004 (cabernet sauvignon 60%, merlot 25%, cabernet franc 12%, petit verdot 3%), che si rivela, se ce ne fosse ulteriore conferma, una delle migliori in Toscana degli ultimi anni (e stavolta non per propaganda e incentivi alle vendite, ma per pura osservazione dell’andamento climatico). Ebbene, premettendo che non ho potuto dedicare al vino tutto il tempo che avrei voluto, qualche considerazione di massima riesco a fornirla.

Devo dire che il colore mi ha impressionato dapprima negativamente, un rosso rubino cupo, impenetrabile, con riflessi violacei, segno di un corpo particolarmente carico.

Il naso mi ha invece messo a mio agio. La prima impressione avuta è stata la sensualità. Frutto maturo, da bacca scura, e poi menta e tabacco, man mano inviti di macchia mediterranea: eucalipto, aghi di pino secchi, corteccia, spezie orientali: intenso e avvolgente. Estremamente pulito e dotato di una esuberanza balsamica, com’era prevedibile. In bocca mostra la sua potenza, i suoi muscoli, tuttavia è asciutto, vellutato, con tannini già piuttosto maturi e perciò non graffianti, sempre tentando la strada della suadenza (più che dell’eleganza propriamente detta). Sebbene l’impatto principale è il calore, risulta anche mediamente rinfrescante: la beva infatti non è bruciante e contratta, ma si distende bene. È solo in fondo al palato che il vino diventa più prevedibile, chiudendo con un accenno balsamico subito risucchiato dall’alcol, che prende il sopravvento (la percentuale è 14,5% del volume totale), vanificando in parte la freschezza mostrata prima. Ho avuto poco tempo per seguirlo nel bicchiere: non più di mezz’ora. Quindi non ho potuto scoprirne un’eventuale evoluzione. Ho semplicemente avuto l’impressione che a bicchiere fermo si sia appena involuto, evidenziando molto di più l’alcol: difetto non da poco in chiave evolutiva.

Ad ogni modo il giudizio resta positivo, pur rimarcando che non si tratta del “mio” vino. Resta, purtroppo, il limite insormontabile del prezzo che non può essere giustificato: per una bottiglia di circa 120 euro (meno male che non ho dovuti sborsarli io!) ci si aspetterebbe una prestazione portentosa e indimenticabile. Questo invece induce a non trascurare qualche difetto del vino, come per esempio il peso estrattivo che, per quanto mitigato da un naso balsamico, è preponderante in bocca nel binomio corpo-alcol, specie nell’ultima parte del palato, come ho poc’anzi scritto. Di conseguenza ci si pone anche il problema dell’abbinamento: è un vino che difficilmente può accompagnare il cibo senza surclassarlo. Data la morbidezza dei tannini e il calore, potrebbe risultare più appagante berlo su formaggi stagionati.

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Published in: on 07/07/2008 at 8:14 am  Lascia un commento  

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