Taurasi Radici Riserva – Mastroberardino

Essendomi confrontato per l’ennesima volta con lo splendido Taurasi Radici Riserva (per me il Taurasi) di Mastroberardino (in questo caso è il ’99, già bevuto non molto tempo prima), ripropongo uno scritto di circa un anno e mezzo fa, a proposito però del ’97.

 

Premessa necessaria.

 

I vini non sono tutti uguali. È banale? Niente affatto. In qualsiasi sfera dell’esistenza c’è l’ingerenza di un pensiero dominante, che a forza di calcolate somministrazioni si cerca di inculcare e far digerire acriticamente. Vedete, come in poesia c’è chi pretende chiarezza a tutti i costi (ma cosa diavolo è la chiarezza, cosa diavolo l’oscurità? Cosa il trobar leu il trobar clus?), chi mal digerisce la diversità di scrittura, la ricerca, lo scarto, l’imprevedibilità anarchica dell’estro e della sensibilità di un poeta, così in vigna e in cantina c’è chi persegue l’omologazione, l’appiattimento acritico delle papille gustative.

Il cliente ha sempre ragione, come dire: diamo in pasto alla gente qualsiasi libro prodotto, il più inutile possibile, il più inconcludente, quello che deve aiutare a non pensare, a distrarci da tutto, con tanta avventura, tanto amore, qualche tradimento, qualche ammiccamento civettuolo. E siamo felici e contenti, decerebrati e passivi. Quindi diamo al consumatore qualsiasi cosa, omogeneizzati, pappine pronte, la pizza surgelata, la pasta che deve fare quattro salti in padella. Diamo vini che non sono vinificati nel legno, ma legno nel vino, così che gli aromi si possano sentire meglio. Eleviamo l’artificio a sistema universale: l’imbroglio.

Diamo alla gente tutto questo perché la gente viene da lavoro, è stanca, non ha tempo. La gente DEVE lavorare, non può perdere tempo con queste cose inutili, non può permettersi di pensare, di godersi il tramonto, di donare una carezza.

Il lavoro sopra ogni cosa.

Come dire: smontateci la testa, buttate via il cervello. Produci consuma crepa, come salmodiava Giovanni Lindo Ferretti (quando ancora credeva in una forma di resistenza).

Così il vino ha un pensiero unico: le aziende devono guadagnare tempo e denaro, occorre fare vini pronti subito, laddove la natura dice che occorre tempo. Così, diamo il vino-macdonald alla gente, guai a fare loro assaggiare prodotti altri, quelli che sono “diversi”.

 

La mia non è una critica alla semplicità, anzi… vorrei ricordare che la semplicità ha più strade di quante ne vogliono far credere. In questo caso, per me semplicità è bio-diversità in vigna, tradizione e memoria in cantina, naturalezza di ritorno. In poesia è onestà morale, coerenza con se stessi, coalescenza dell’integrità del sentire con l’urgenza della scrittura, senza barare, senza falsificazioni, pertinenza della materia formale alla materia dell’espressione, ma anche un “agire artistico” che risponde ad un “agire umano” (e qui prendo spunto da alcune considerazioni di Giuliano Mesa) di cui l’uomo-poeta è responsabile.

 

Un grande vino sta ad un prodotto industriale così come la vera poesia sta ad uno slogan pubblicitario.

Chiaro?

 

Per scrivere grande poesia occorre avere bravura, tecnica, capacità di organizzare la materia in una forma, ma soprattutto occorre una voce che sia riconoscibile, che ritorna vibrante nel timbro e negli accenti e, anche, nella capacità di sorprendere e spiazzare il lettore.

Anche i vini hanno una voce, a volte cantano e a sentirli li distingui da chilometri di distanza…

 

 

La poesia, l’originalità, la memoria del vino

 

Ci sono dei vini che sono grandi poesie: hanno accenti purissimi, una voce che si erge fino al cielo e ne senti l’eco ripetuto nelle valli.

Il vino non è solo tecnica, come non lo è la poesia: c’è una voce dietro ognuno di loro, c’è la terra in origine, c’è l’uomo con la sua passione nel coltivarla, c’è la memoria di un tempo che circolava nella ciclicità della natura: la linearità è un discorso di comodo, un imbroglio anch’esso.

Il vino si fa dall’uva, non da chissà quale diavoleria alchemica.

Ad un vino non  è sufficiente essere solo buono: avremmo perduto la nostra scommessa. Un vino è anche cultura, memoria, territorio, passione. Non è frutto di un processo automatizzato che esclude l’umano. È figlio della terra e tale deve restare. La cantina è uno strumento per elevare tali caratteristiche, non per azzerarle. La tecnica è un supporto, non il fine.

Anche il vino ha dunque la sua etica: tradirla significa aver tessuto l’ennesimo inganno all’umanità in nome dell’annullamento del pensiero critico, della diversità, dell’indipendenza, per piegarlo alle logiche ferree di una società che mira all’esclusione e/o all’indifferenziato.

 

Un aglianico non può essere merlot, un pinot nero in Borgogna non sarà mai uguale ad un pinot nero in Alto Adige. Non si possono modificare la composizione di un territorio e il carattere (mi verrebbe da dire “inclinazione”, “daimon”) di un vitigno, se non forzando mostruosamente la natura.

Far sì che un aglianico somigli ad un merlot equivale a sbiancare la pelle ad un uomo di colore solo per averlo uguale a noi: in poche parole non riconoscerne delle caratteristiche intrinseche.

Fare di tutti i vini un solo vino, sempre uguale a sé stesso, fotocopiato, vuol dire imporre un unico pensiero e decretare la morte di ogni corrente eretica. Quindi, in breve, far sì che delle novelle McDonald del vino distruggessero quanto vi è di locale, piccolo, indifeso.

In parte ci stanno già riuscendo, giocando sul cosiddetto “gusto internazionale”, imponendo sul mercato vini marmellatosi, pronti subito, molto dolciastri che somigliano più alla coca-cola (nei casi migliori a sciroppi) che ad un prodotto derivato dalla fermentazione dell’uva.

Bisogna difendere il territorio, le voci diverse, quelle fuori dal coro, quelle che non somigliano a nessuno e cantano solo come le loro corde vocali sanno fare.

 

 

Mastroberardino

 

In Campania diversi decenni fa erano a rischio di estinzione alcune tipologie di uva da vino. Talune erano praticamente scomparse. Solo la passione, la scommessa dei Mastroberardino ha fatto sì che fossero reimpiantati dei vitigni esistenti da secoli (talvolta da millenni: leggi Fiano e Greco, già ricordati da Plinio il Vecchio e da Columella) sul suolo campano.

Il fiano è oggi quel che è grazie a loro, il taurasi è stata una loro intuizione.

La loro fortuna è nata anche dal rischio di andare controcorrente in un periodo in cui “autoctono” e “territorio” dicevano poco o nulla.

La riconoscenza verso questa famiglia non è mai abbastanza (sono in sintonia con quanto scritto da Maurizio Paolillo sul numero 25 di Porthos).

Oggi fortunatamente in Campania sulla scorta di Mastroberardino (che continua a giocare sempre un ruolo di primissimo piano) sono nate tante piccole realtà che vendemmiano e operano nel tentativo di valorizzare il territorio e di esserne fedeli interpreti. Alcune di queste sono specializzate nella produzione di un unico vino, quello che magari i loro avi sapevano fare.

 

 

Il Taurasi Radici Riserva ’97 – Mastroberardino: l’emozione della degustazione

 

Mi sono spesso chiesto se ci si può innamorare di un vino. È anch’esso qualcosa che riguarda il lato più emozionale di un essere umano, legato magari a ricordi, a sensazioni vissute quasi in un altro tempo, in un’altra storia, in un altro mondo. Non sto pensando ai dolcetti di Proust, alla riattivazione di un tempo perduto nella scatola cranica, non si tratta di memorie involontarie, ma di momenti intimamente connessi al sapore del vino, in cui la referenzialità è il vino stesso e anche gli istanti ad esso legato con tanto di accadimenti.

Ci sono dei vini che talvolta ti lasciano un segno indelebile, quasi una ferita, quelli che ricorderai per tutta la vita, come succede con gli amori più intensi che hai vissuto. Non già perché siano in assoluto i migliori, ma perché ti hanno sorpreso, sono riusciti a scartare di lato, quel tanto che lascia piacevolmente disorientati, con quel respiro evocativo e indeterminato, con quella capacità di sorprendere e di essere imprevedibili. Sono precipitati nel bel mezzo della tua vita, a metà strada tra una carezza e una tegola in testa. Ci si può innamorare di un vino.

Il Taurasi Radici Riserva ’97 di Mastroberardino è uno di quei vini. In genere non si può bere un vino così quando si è soli: non avrebbe senso. Il vino è socialità, condivisione, per cui è fondamentale dividere il sorso con amici, persone care, in qualche occasione felice (o lo si beve per renderla felice, quella occasione).

Non è stato il Natale, ma il giorno dopo, perché ospite era il carissimo amico Hawkeye. C’era un maiale brasato con mele annurche. I tempi erano maturi per stappare la bottiglia.

9 anni dalla vendemmia e sempre meglio bere il vino 3 anni prima che 3 mesi dopo, come recita un adagio (per non avere brutte sorprese sulla tenuta della bottiglia, s’intende). E invece quel vino era perfetto, ancora in piena fase ascendente nella sua evoluzione (che sembrerebbe eterna, stando a quello che il liquido ci ha donato), con il bel colore granato, ancora vivo, pimpante, impeccabile, che quasi lo faceva sembrare un giovanotto. Integro, quasi spavaldo nel far bella mostra di sé. Sono bastati 2 secondi per capire con quale eccellenza avevamo a che fare.

I profumi.

I profumi sono una storia a sé, tutto un mondo che si lascia evocare, un effluvio di sensazioni che ti astrae dall’attimo che stai vivendo: un’estasi quasi di matrice mistica. Ripercorri con la mente qualche via delle spezie verso oriente, in un susseguirsi di note senza tregua. Chiudi gli occhi e dal bicchiere sembrano fuoriuscire noti versi di Coleridge…

In bocca, se possibile, c’è ancora di più: l’entrata al palato come un’onda che ti avvolge, con i tannini levigati, ma niente affatto spenti, vivissimi. L’espansione è da manuale del vino, con una spinta acida fuori dal comune a sostenere un equilibrio che si direbbe cosmico. L’impegno del palato c’è tutto, attivato dalla sapidità, dagli ancora esuberanti tannini. Nessuna nota stonata. Il finale è lunghissimo e lì, dalla seconda parte della lingua in poi, c’è una classica morbidezza e naturalezza che va di pari passo con la sensazione di asciutto e pulizia che il vino rilascia, grazie a quel tipico finale leggermente amarognolo dell’aglianico.

Potenza ed eleganza (molta eleganza) quasi da far sospettare che non sia un vino del Sud. Un vino che tranquillamente può essere elevato a pietra di paragone.

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Published in: on 17/07/2008 at 5:57 pm  Comments (1)  

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  1. Domani berrò il ’99 e ti saprò dire, mi ha molto incuriosito…


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