Tour nelle Langhe. Alla ricerca delle radici del bere – atto V

Alba la presero in duemila il 10 ottobre e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944

(B. Fenoglio, I 23 giorni della città di Alba, 1952)

 

occorre essere attenti
e scegliersi la parte dietro la Linea Gotica

(G. L. Ferretti, Linea Gotica, 1996)

 

Vendemmiare e vinificare sono atti politici? Le parole di Sangiorgi. Bartolo e Maria Teresa Mascarello e il fascino del classico.

 

D’accordo, si parla solo di vino. È solo vino e niente altro. Eppure sono fortemente persuaso che ogni gesto, quanto più è quotidiano, tanto più è politico (ma badate bene, non partitico!). D’accordo non prendiamoci sul serio, si produce e si beve solo vino (come più volte si ripete in giro). Eppure ognuno vive, pensa e fa nell’illusione che il suo progetto di vita possa creare un microcosmo – diciamo anche utopico – che in qualche modo entra in relazione con un macrocosmo, potendolo persino influenzare (sebbene di poco). Produrre vino non è una scelta neutra e incolore. Non è solo un lavoro. È anche passione. E quando entra la passione, pasolinianamente, potremmo tirarci dietro il nostro modo di vedere e stare al mondo, la nostra “ideologia”, che in questo caso è veramente prassi. Non è tanto un “dimmi che mestiere fai e ti dico cosa voti”, piuttosto è leggere in talune scelte un determinato approccio alla vita, rispondente al nostro far parte della società degli uomini, al comportarci così anziché costì.

Tutti i vini somigliano, volente o nolente, all’esecutore e, di fatto, si schierano, hanno un’anima (non sempre…), partecipano al mondo. Non sono solo prodotti commerciali, così come i produttori di vino non sono solo imprenditori. C’è dell’altro e non è mai trascurabile. Il vino è un fatto di risonanze.

Ricordo sempre le bellissime e lampanti parole di Sandro Sangiorgi (cito a memoria e quasi sicuramente qualcosa non è al posto giusto): il terroir è lo spartito, il vitigno è lo strumento, il vignaiolo è l’esecutore. È come dire che la natura è il vero autore, quella che ha i diritti dell’opera e che merita per prima la citazione. Sempre. L’uva è quello specifico strumento che può intonare quel tipo di musica, quella partitura (immaginatevi i preludi di Bach suonati con la chitarra elettrica! Vi sembra credibile?). L’esecutore, il manico, è chi può dare di quella musica un’interpretazione sublime. E allora, provate a interpretare la partitura di So What cambiando la tromba di Miles Davis e facendola diventare uno strumento a corde, e – ancor più inverosimile – chiedere a Thelonious Monk di suonarlo! Credo che ci sarebbe un bel po’ di confusione, vi pare?

Certo, accanto alla tradizione esiste l’innovazione e non va trascurata. Sono d’accordo. Ma vedete, la tradizione non è un fatto statico, ma dinamico già in sé. La tradizione è ciò che si tramanda accomodandosi nei tempi, restando uguale a sé stessa nella sostanza, portandosi dietro un’identità senza che questa diventi atteggiamento, eppur tuttavia evolve, cambia, si rinnova, si specchia, si interroga. Ma attenzione, tagliare i ponti definitivamente con essa, vuol dire anche perdere l’identità (e prima di contaminarsi, un’identità occorre averla, per quanto malconcia e macilenta possa essere). Come scrisse un amico poeta e intellettuale “ogni stile conserva una tradizione e se stesso (pena l’incomunicabilità); ogni stile rinnova la tradizione e se stesso (pena il manierismo)”. Non si tratta di affermare semplicisticamente che la verità sta nel mezzo. Sta semplicemente nel dire che il futuro si costruisce guardando anche al passato. Un cambiamento se è moda non è mai una rivoluzione o un progresso (per chi ama questa parola, su cui qualche dubbio francamente lo nutro), o comunque un beneficio per chi lo attua.

C’è un vizio di fondo nei vini modaioli: inseguono la chimera di un successo commerciale a tutti i costi e vorrebbero che i giornalisti fossero degli yes-man, pronti ad applaudirli. Non amano il dissenso. Nascono in malafede perché guardano alla gente dall’alto in basso, considerandola piatta, un insieme di numeri, una fetta di mercato da raggiungere, facilona nel gusto, una banderuola da poter indirizzare col marketing e la comunicazione del caso, studiando tutto a tavolino. Di vini moderni ottimi ce ne sono tanti, così come ce ne sono di caricaturali, deprecabili. Questi ultimi sono il tentativo di ridurre tutto a merce e mercato, calpestando cose e persone. Contesto e contesterò sempre chi dice: “il pubblico vuole così, il consumatore vuole così”, omettendo che le macchine del marketing, dell’informazione e dell’orientamento dell’opinione ne falsificano il libero arbitrio fin da subito.

Il guaio, inoltre, è che l’Italia ha una pessima memoria e una cattiva coscienza: se potesse baratterebbe gli scavi di Pompei con la Silicon Valley, Dante con Bill Gates, il David di Michelangelo con il brevetto dell’i-phone. Si guadagna di più, è chiaro, ma la dignità, per carità, cerchiamo di conservarla.

Bloch scriveva Il principio speranza, individuando nell’utopia e nella speranza i principi costitutivi del cammino dell’uomo verso il futuro. Pensare significa oltrepassare, scriveva. Tuttavia conoscere il reale e conoscere la sua storia sono requisiti indispensabili affinché ciò accada. Il principio speranza, oggi, nella dilagante banalità, nel disegno occulto che punta all’azzeramento delle nostre capacità critiche, si traduce in un principio resistenza: resistenza alla decomposizione dell’umano, resistenza alle scelte preconfezionate.

Quando la tecnica sovrasta l’umano, inevitabilmente, si corre il rischio di scambiare il fine con il mezzo. Ciò che è mezzo ha da restare mezzo. A scegliere deve essere l’uomo (se possibile in simbiosi con ciò che lo circonda).

Esiste, invece, la ragionevolezza, il buon senso, quella sapienza con millenni di storia che talvolta va seguita. Non è la Verità, con la maiuscola, e non pretende di esserlo, ma quanto meno poggia su basi solide, anche quando l’input era l’empirismo e non un metodo consolidato. Ma quando si appura che quel metodo empirico, pur perfettibile, è molto prossimo alla soluzione migliore, allora perché non seguirlo, magari perfezionandolo, ma non stravolgendolo?

Ci sono dei vini che hanno una storia consolidata alle spalle e che hanno delle caratteristiche tali da non poter “vivere” diversamente, pena lo stravolgimento totale della loro natura. Va bene la barrique e il taglio bordolese a Bolgheri, sarebbe piuttosto sospetta invece in una terra dove da centinaia di anni si vinifica in un certo modo.

Bartolo Mascarello, definito da Ziliani la “coscienza critica del barolo”, è un esempio di rispetto per la sua terra e di vita armoniosa tra le vigne e la cantina. Più di ogni altro si approssima in fatto di vini a quel che ho chiamato “principio resistenza”. Non ho fatto in tempo a conoscerlo, ma ricordo che quando morì il 12 marzo (una data, per altro, significativa per me) di qualche anno fa, ci rimasi molto male. Quando abbiamo bussato alla porta di Maria Teresa Mascarello, non nascondo che sono stato colto da una strana emozione: ero piuttosto bloccato. Maria Teresa sarebbe giunta da lì a qualche minuto. Nel frattempo guardavo le foto di Bartolo, in alcune era in posa con scrittori e intellettuali piemontesi. Poi c’era la mitica bottiglia che tanto fece parlare di sé (potete vederla nella foto): no barrique, no Berlusconi. Bartolo, come tutti coloro che si occupano di vino sanno, disegnava le sue etichette personalmente da quando gli fu impedito di girare per le sue vigne da una malattia. Così quel muro che fa da sfondo al famoso slogan, nell’etichetta di un suo barolo, è una forma di resistenza, riallacciandosi a quell’altro slogan: meno barrique più barricate. Così scopriamo che il vino è politico, con Bartolo perfino rivoluzionario, forse sessantottino.

Le barricate di Bartolo vanno di pari passo con quell’altro celebre slogan di Baldo Cappellano “io evolvo all’indietro”: entrambi rappresentano una forma di resistenza all’omologazione, una salvaguardia della diversità (e non deve sorprendere che entrambi si declinano in tradizione).

Quando arriva Maria Teresa, che mostra una forte somiglianza col papà nei tratti somatici (stando alle foto alle pareti), ci accompagna subito in cantina, dove riposano vecchie annate di barolo, tra le botti grandi di rovere di Slavonia, e le vasche di fermentazione. Lì ci attardiamo a chiacchierare di “stili” enologici e di “stili” giornalistici, notando anche come talvolta distinte fedi politiche – si parlava di due note firme del giornalismo enologico – convergono su un certo tipo di vino, espressione di un territorio e di una tradizione (ecco le due paroline magiche). Come dire, il barolo (una specifica espressione del barolo) unisce… Maria Teresa oggi continua a dar voce a questo stile, che oserei definire “autentico” oltre che classico, confermandosi un punto di riferimento per il barolo che va oltre le mode. È simpatica Maria Teresa e il filo della conversazione è così intricato che si dipana in mille diramazioni, conservando un tono sempre amabile.

Nel frattempo siamo già ritornati in sala, circondati da oggetti che ricordano Bartolo (sono nel tempio del barolo e l’emozione non accenna a diminuire). Ci vengono mostrate le stampe dei suoi disegni, destinati ad abbellire le sue etichette. Cominciamo a bere qualcosa. Si parte con una freisa nebbiolata del 2005, severa, ruvida (il suo profilo nebbiolesco si intravede soprattutto quando il tannino mostra i denti e morde). Singolare parlare di un vino generalmente beverino come di un liquido ancora in fase di assestamento, ma è così. Si passa poi ad un langhe barbera 2005, un vino che direi da abbinamento, per via dell’esuberante forza acida e del corpo robusto. Il mio palato reclama qualcosa da addentare e penso a carne carne carne! Poco dopo è il grande momento del barolo. Maria Teresa ci serve un 2004 (le cui bottiglie sta incapsulando proprio in quei giorni). Ricordiamo che è tradizione del comune di Barolo non esaltare i singoli cru, ma assemblarli, al fine di ottenere un liquido di maggiore equilibrio tra corpo, potenza, tannini, eleganza, freschezza. Così come succede con Beppe Rinaldi (che tuttavia preferisce produrre due barolo, per coppie di vigneti), anche Maria Teresa è fedele a questa tradizione, miscelando addirittura tutte le uve provenienti dalle diverse vigne di proprietà. Non a caso sull’etichetta leggiamo: Canubbi (sic!), San Lorenzo, Rué, Rocche (quest’ultima in località La Morra). La sintesi è un barolo la cui eleganza è difficilmente rappresentabile dalla parola scritta. In genere i barolo della famiglia Mascarello sono noti per essere sempre scontrosi, con tannini marcati quando il vino è giovane, determinando un’accentuazione delle componenti dure. Pur confermando che il campione del 2004 ha un tannino ben percettibile (ma stiamo parlando di barolo, signori, non certo di un vinello piatto), bisogna riconoscergli una classe cristallina. Il colore è un granato scarico (il più trasparente tra quelli bevuti durante tutto il tour), con un naso che comincia già ad indirizzarsi verso note riconoscibili di frutto maturo al punto giusto: non c’è nessuna affettazione, piuttosto è la preziosità e la gentile nota dei lamponi e piccoli frutti di bosco, comprendenti perfino un’elegante fragolina, a farla da padrone; poi man mano sale la ciliegia, approfondendo il registro fino a scavare verso una leggera speziatura, erbe aromatiche, emersioni di mineralità e una freschezza mentolata. Ma attenzione sono delle sensazioni che carezzano il naso, quasi volessero destarlo da un torpore. Ciò che al momento stupisce è la pulizia del registro. Il tono vira verso il femminile, una leggiadria quasi “barbarescheggiante”. La coerenza al palato è addirittura scrupolosa. Infatti il vino ha misura, un equilibrio che già ora lo rende piacevole. Il corpo è snello, tale da renderlo agile, ma sempre scattante, appena un po’ nervoso (ma meglio sarebbe dire capriccioso, come può esserlo una donna). Tuttavia il vino è molto ampio in bocca, si espande con grazia, senza che gli sia di peso il nerbo acido e il tannino (che risulta estratto assai bene): ora conferiscono severità e un pizzico di austerità ad un vino che già è buonissimo, ma che fra qualche anno sarà splendido. Anzi, è proprio grazie a questo tannino e a questa acidità che il finale risulta ancora più sorprendente (se è possibile): lunghissimo e articolato, senza la minima sbavatura. È un gran vino. Poco altro da aggiungere. L’anima femminea del barolo (e chi l’avrebbe mai detto!). Poi penso che è una donna a prendersi cura di questo liquido: e tutto torna!

Prima che Maria Teresa ci versi il 2003, suonano il campanello: è Beppe Rinaldi! Per qualche minuto si siede insieme a noi e beve un sorso, per poi andare via, impegnato nei suoi lavori. Intanto assaporiamo un amaretto e prendiamo una pausa dal vino. Il Barolo 2003 è sorprendente, è un gioco di prestigio. Impossibile trovare tanta eleganza in un’annata così problematica. Forse solo il Bricco Sarmassa di Brezza e pochissimi altri hanno avuto tale classe. Anche stavolta dunque ci si discosta dalla ruvidezza proverbiale dei barolo di Bartolo: il 2003, già dal colore più maturo, riesce ad avere la polpa necessaria per rendersi godibilissimo, con un profilo olfattivo davvero superbo, spaziando dalla prugna al lampone, dalla ciliegia alla menta, dal tabacco al cuoio. È più dolce del 2004 (non avevamo dubbi), più pronto, da bere ora. In bocca è appena più stretto e più corto, ma più caldo e morbido, più rilassato. Si tratta appunto di un’altra annata che non ha la complessità della 2004 e perciò non vivrà a lungo e non potrà aprirsi ulteriormente. Nel frattempo però ce lo godiamo con gioia. Prima di andare. Ci sono già altri visitatori che bussano alla porta. Noi prendiamo congedo da questo vero e proprio archivio storico di Barolo e salutiamo calorosamente Maria Teresa, con la promessa di ritornare presto lì, in via Roma 15.

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Published in: on 24/07/2008 at 6:56 pm  Comments (1)  

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  1. […] we are apt to forget the historically political significance of wine and the wine trade. Over at Divino Scrivere, one of my favorite Italian wine blogs, the authors recently reminded their readers that “il vino […]


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