Come non bere più un vulcano

Nel suo libro L’elogio dell’invecchiamento (che consiglio a tutti di leggere: link a lato del blog dell’autore), il simpaticissimo giornalista (nonché degustatore ufficiale AIS) Andrea Scanzi, dovendo scegliere 10 vini italiani indispensabili, rispondenti ad altrettante tipologie, ha incluso l’aglianico, unico del Sud. La scelta di appena 10 vini-tipologie ovviamente sottopone Scanzi al rischio di attacchi. Quando si sceglie, lo sappiamo bene, bisogna fare anche dolorose rinunce. E allora non importa che del Sud ci sia solo un vino. E non importa nemmeno che a rappresentarlo sia una DOC, quella del Vulture (in Basilicata), e non la DOCG Taurasi (in Campania), forse più prestigiosa.

Scanzi per ogni tipologia sceglie anche un produttore o un vino simbolo: c’è Biondi Santi per il Brunello, c’è Ampelio Bucci per il Verdicchio e così via. Per l’aglianico (del Vulture) la scelta è caduta su Paternoster. Anche in questo caso diventa difficile contestare (io nel Vulture ho ugualmente la mia preferenza, un po’ eccentrica: D’Angelo). Paternoster è di fatto l’azienda più rappresentativa della DOC, la più blasonata e quella che con maggiore continuità ha proposto vini di ottimo livello. Scanzi intitola il capitolo dedicato ad essa Come bere un vulcano (il Vulture è un vulcano spento, dato non di poco conto, visto che determina inevitabilmente la composizione del suolo). Allora perché questo mio titolo in risposta? Cos’è che non va, allora? Riguardo a Scanzi e al suo libro va tutto bene. C’è invece da dire che Paternoster negli ultimi tempi non mi convince più. Non che non faccia buoni vini, intendiamoci, ma il Don Anselmo non è più quello di una volta: è diventato più concentrato, più grasso, si è abbandonato a qualche concessione di troppo. Qualcosa non mi torna rispetto all’idea che ho dell’aglianico del Vulture, che di solito tende ad essere un vino molto elegante, restando tuttavia selvaggio, giustamente potente, così come l’aglianico di norma è, ma mai davvero così potente e così concentrato. Invece ultimamente qualcosa è cambiato. Il vino è sempre straordinariamente minerale (questa è la chiave di volta del Don Anselmo), conserva comunque quell’atteggiamento perentorio e un po’ scorbutico dell’Aglianico, segno di una sua regalità austera (è bravissimo Scanzi a descrivere tale caratteristica, dicendo che siamo noi ad essere andati troppo avanti e a non aver capito l’aglianico), però c’è un pizzico di pesantezza di troppo. Magari se provassi adesso un’annata controversa come la 2002, finirei per trovarlo bello ed equilibrato, perché la magrezza dell’annata avrà bilanciato naturalmente quel po’ di ciccia in più che negli ultimi tempi ha messo il Don Anselmo. Ma purtroppo annate come la 2000 e la 2003 sono davvero pesanti da bere, monocordi, monolitiche. Il liquido sembra imbrigliato dalla sua stessa esuberanza, come sotto una cappa di smog e nebbia. Eppure, per quanto riguarda il 2000 son passati 8 anni dalla vendemmia. Ciononostante il liquido è là, immobile, ingessato nel tempo, statico, privo di una sua forza motrice al palato, e purtroppo troppo compromesso da note olfattive dolciastre e allotrie dovute al legno; in più il registro è dominato dall’alcol. La controprova l’ho avuto dalla bottiglia lasciata lì, a metà, per la sera e poi per il giorno successivo, ma niente! Nessuna risposta: ottuso e distante, prigioniero di se stesso. Perché mi fai questo, Don Anselmo? Ti aspetto, ritorna…

 

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Published in: on 29/07/2008 at 11:22 am  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. Concordo al 100%… Solo per restare sull’Aglianico di scelte ce ne sono parecchie di molto piu’ interessanti… Mi piacerebbe sapere come la pensa in materia Luciano Pignataro.

  2. Gentile Paolo, sul sito di Pignataro, nelle sezioni relative alle regioni e alle province, può farsi un’idea di ciò che pensa. Il panorama è ampio e sfaccettato e gli stili sono spesso diversissimi. Tanto per fare un esempio, solo nel Vulture trovo una distanza enorme tra i vini della Cantina del Notaio (leggi prof. Luigi Moio, per quanto riguarda la vinificazione) e quelli di D’Angelo. Non intendo dire che gli uni siano migliori degli altri e viceversa, ma c’è una distanza tale da rendere difficile al degustatore di farsi un’idea precisa di cosa sia l’aglianico. Pignataro ha presentato nel relais di paternoster il libro di Scanzi (riferimenti su ambo i blog) e ha conferito 3 bottiglie al Don Anselmo 2004. Per inciso, credo che il Don Anselmo sia stato un vino importante per l’aglianico e per il Vulture, forse decisivo, ma non per questo quel vino è e sarà sempre il migliore.


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