Tour nelle Langhe: alla ricerca delle radici del bere – atto VI

 

 

 

 

L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguali agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi diverso. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una “falsa” uguaglianza ricevuta in regalo.

 

(P.P. Pasolini, Ampliamento del bozzetto sulla “rivoluzione antropologica” in Italia, Scritti corsari, 1975)

 

 

La tecnica e il tecnicismo. Conservatori e tradizionalisti? 
Sergio Barale e il suo orientamento.

 

 

Nel centro di Barolo, a via Roma, è ben visibile l’insegna che indica l’azienda vinicola Barale. Anch’essa impreziosisce col suo storico marchio il comune di Barolo. Sergio Barale è al momento fuori casa, in giro per vigne e declivi col suo cavallo. Ci riceve, quindi, sua figlia Eleonora, da poco entrata in cantina, che ci fa accomodare e ci presenta i primi vini.

Nel nostro viaggio langarolo, breve ma intenso, abbiamo volutamente prediletto quelle aziende che per filosofia, cultura della vigna, temperamento dei proprietari, sono da annoverare tra i conservatori della tradizione barolista. Voglio qui adoperare l’aggettivo sostantivato conservatore in accezione niente affatto politica (ad uomini come Baldo Cappellano, Beppe Rinaldi e Maria Teresa Mascarello starebbe senza dubbio stretta), ma in un senso, direi, pasoliniano, in opposizione a quella logica del potere consumistico che caratterizza la rivoluzione antropologica avvenuta in Italia durante il boom economico e diffusasi capillarmente per tutti questi anni, ai danni, spesso e volentieri, di chi nutre una passione per i campi, per l’agricoltura, tale da essere definito retrogrado e poco aggiornato. Una fede cieca nella tecnica (e non nella scienza, si badi bene) talvolta è controproducente. Il sonno della ragione genera mostri, per dirla con una celebre incisione di Goya. Nel nostro caso la tecnica enologica, quando esaspera il suo intervento, va a totale detrimento dell’integrità del prodotto, falsificandolo. Chi invece riesce a tratteggiarne i confini, ponendola a disposizione del suo lavoro, può indubbiamente raggiungere notevoli risultati.

Ebbene Sergio Barale per quanto tradizionalista e “conservatore” (le virgolette, dunque, sono d’obbligo) è molto attento alla strumentazione tecnica volta ad accrescere il livello qualitativo dei suoi vini. Ma badate bene, si tratta di una tecnica del tutto assorbita dall’uomo, quindi strumentale e perciò non prevaricante. Insistere su questo punto non è un tic di chi scrive, ma uno strumento per tentare di scalfire una cultura omologante in ogni campo dell’esistenza. Poiché parliamo di vino, almeno, tentiamo di far breccia in quella roccaforte di ipertecnicismo (e zero anima) che caratterizza la stragrande maggioranza della viticoltura ed enologia dei nostri tempi (e non mi si dica che siamo visionari e che quanto affermiamo non corrisponde a verità), anch’essa facente parte di una più grande tessitura che stabilisce come parola d’ordine il consumare distrattamente, distante anni luce da un approccio consapevole e critico allo stare al mondo e in società.

Il vino, sebbene da molti considerato un bene di lusso (ed in parte purtroppo lo è), appartiene alla nostra storia quotidiana: un suo deragliamento e distrazione (in tutte le accezioni) equivale, né più né meno, ad un oblio della memoria.

Sono sempre più persuaso che le Langhe costituiscano il più grande patrimonio storico-qualitativo del nostro vino: grande conoscenza di ogni parcella di territorio da parte dei viticoltori, incomparabile accortezza in vigna e mano sicura in cantina, tradizione e memoria che contraddistinguono ogni singolo gesto (quanto dovrebbe imparare la mia antica e troppo giovane Campania!).

Sergio Barale può contare su 20 ettari vitati, suddivisi in varie vigne (alcune in importanti cru per quanto riguarda il barolo) sia nel comune di Barolo che in quello di Monforte. A differenza di altre celebri aziende di Barolo, Sergio tende a mantenere separate le uve nebbiolo (di varietà michet) delle diverse vigne, per esaltare i singoli cru: dalle vigne di Castellero (nel comune di Barolo) produce un Barolo (in teoria sarebbe il secondo prodotto aziendale) e da quelle di Bussia Soprana in Monforte d’Alba dà vita al vino di punta (dal 2004 si affianca ai due classici di casa un nuovo barolo prodotto in poche bottiglie dalla località Cannubi, altro celebrato cru).

Sergio è avverso al rovere di Slavonia, a suo modo di vedere meno elegante e poco definito, pertanto preferisce adoprare legno francese. Tuttavia, rispettoso della tradizione, non affina i suoi barolo in legno piccolo: i fusti, medio-grandi, sono di 1500 e 2500 litri. I tempi di fermentazione e macerazione si aggirano intorno ai 15-20 giorni.

Non mancano le sorprese in cantina: è divertente e stimolante trovare nelle Langhe uno spumante metodo classico, unicamente da uve Pinot Noir (questo conferma quanto si scriveva sopra, circa l’attenzione riservata da Sergio Barale al fatto tecnico), il Sulle Langhe, frutto di un nuovo esperimento, insieme all’enologo Della piana. Fresco e di carattere, piuttosto incisivo nella verticalità citrina al naso, ma soprattutto ampio e ricco al palato (il pinot noir in questo caso si esprime col corpo).

Curioso che non abbiano pensato ad un assemblaggio con lo chardonnay, che pure coltivano i Barale in località Castellero, ricavandone un fresco e affilato Langhe Chardonnay. Abbiamo sentito l’annata 2007, che seppur dotata di maggior corpo, si esprime con una sottile eleganza, intuibile tutta all’olfatto: delicato e intenso, mentre in bocca non rinuncia ad un carattere tutto langarolo, secondo cui prevale la freschezza.

Non è il mio vino il Barbera d’Alba Preda 2005, frutto di una vendemmia tardiva e quindi mostrando muscoli e concentrazione, volte ad equilibrare la furente acidità della barbera. Tuttavia non per questo (per una ragione di gusto strettamente personale) se ne deve parlar male. Infatti il profilo è nitido e ben definito, con naso ricco di frutta rossa matura, piuttosto esplosivo, a cui fa da pendant una bocca asciutta e, nonostante tutto, piuttosto tesa. È il vino giusto per chi cerca una barbera più addomesticata.

Il Barbaresco Serraboella 2005 non tradisce la nobiltà del luogo di origine, uno dei più importanti della DOCG Barbaresco. Il vino è trattato alla stessa stregua del barolo (cambia ovviamente per disciplinare l’affinamento) e comunica la naturale eleganza della tipologia: fine, sussurrato. Ciononostante continuo a nutrire qualche dubbio circa la bontà dell’annata 2005 per la seconda denominazione più importante di Langa (in quei giorni abbiamo avuto la possibilità di sentire una quindicina di Barbaresco diversi del 2005 e sono state più le perplessità che le note positive). Ebbene, il barbaresco di Barale, figlio di quell’annata, marcia appena più stretto a centro bocca. A parte ciò l’esecuzione è impeccabile e il vino si lascia bere con una certa leggiadria (non è cosa da poco).

I Barolo, inutile dirlo, rappresentano il fiore all’occhiello della produzione aziendale. Mi ha destato buona impressione il Castellero 2004, fedele all’orientamento stilistico di quanti hanno saputo assecondare questa grande annata. La tessitura del vino è quella tipica di Barolo: colore brillante e trasparente nel rubino con riflessi granata, naso subito interessante ed elegante con note di amaretto che si stagliano sullo sfondo di un frutto integro e pieno, a corollario di una viola piuttosto in evidenza. Al palato il calore e la materia bilanciano la poderosa freschezza e il tannino ancora giovane e scalpitante, lasciando appena prevalere i secondi. Il terreno nella località Castellero è più tufaceo, i cloni sono più vecchi, così come di conseguenza le vigne. Si tratta dunque di un vino che abbisogna di qualche tempo per portarsi al giusto equilibrio. In questo caso, trovandoci di fronte ad un’ottima interpretazione di una grande annata, c’è tutto il tempo a favore di una felice evoluzione. Eppure la sua grazia lo rende già apprezzabile ora: non ha una struttura inquietante, privilegiando la finezza.

In piena sintonia con l’annata 2001 è invece la Riserva Bussia. Ricordiamo che qui siamo sui terreni di Monforte, da dove in genere provengono Barolo molto longevi, un po’ chiusi e scorbutici sulle prime, di grande struttura e personalità. Ebbene, la Riserva Bussia ricalca queste caratteristiche, pur rimanendo fedele ad uno stile che va a privilegiare il passo elegante, più che la potenza. Dopo i 3 anni di botti medio-grandi, la riserva riposa per altri 2 anni in damigiane da 54 litri, prima di essere imbottigliato

Al naso è sulle prime molto chiuso, ma profondo, con note di humus. Nello stesso tempo ha caratteristiche eteree più spiccate del fratello minore. Ad ogni modo sembra concedersi di un millimetro all’ora. In bocca esprime tutto il suo potenziale, caldo e capace di avvolgere il palato con una trama tannica di grande eleganza che fa da collante al sorso, donandogli profondità e articolazione.

L’impressione è che i barolo di Barale siano stilizzati, ma non per questo dei bozzetti caricaturali. Badano all’essenziale e in ciò sono latori delle caratteristiche fondamentali del grande vino langhetto, senza storpiature e intenti gigioneschi, dal profilo classico. Dietro questa sagoma appena disegnata s’intravede la necessità (e non più l’eventualità) di un lungo invecchiamento per aprirsi completamente, senza resistenze: cosa di cui i vini di Sergio sono capaci. Ne siamo sicuri. Perciò comprate oggi un 2004 o una riserva 2001 e conservateli senza remore. Non ve ne pentirete.

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Published in: on 20/08/2008 at 10:44 am  Lascia un commento  

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