Alla Cucina del Museo un’opera d’arte: Taurasi Riserva Mastroberardino ’85

 

Di fronte ad oggetti, eventi, volti che ricordano un’epoca si cerca di ricordare “come eravamo” in quell’anno specifico, dove eravamo, cosa facevamo, quali erano le nostre abitudini. La madeleine di Proust era capace di innescare quella “memoria involontaria” che si destreggiava nei meandri della mente, nel grosso archivio dei ricordi, anche quelli che erano apparentemente svaniti. Un viaggio a ritroso che desta sorprese e accende di nostalgia il nostro cuore. A meno di 30 anni è facile raschiare la nostra scatola nera. Si può, senza forzare tanto, attingere ai ricordi più disparati, con una elaborazione a posteriori meno invadente e dunque un’autenticità maggiore e un minor margine di errore.

Nel 1985 avevo 6 anni. Il 23 novembre di quell’anno (ad esattamente 5 dal tragico terremoto in Irpinia) ci trasferivamo con i miei genitori e mia sorella in una nuova casa (quella dove tuttora vivo, saltuariamente, dati i continui spostamenti per l’Italia). Il 23 novembre la vendemmia dell’aglianico di Taurasi doveva essere conclusa da non più di un mese (bisognerebbe chiedere ad Antonio Mastroberardino, se ne ha esatto ricordo). Non ho un gran ricordo del clima di quell’anno.

In estate ascoltavo in radio, grazie a mia sorella più grande i me, i Duran Duran: Wild Boys impazzava, così come i loro “avversari”, ugualmente new romantic (ma molto meno appeal per quanto mi riguarda) Spandau Ballet. I ritornelli costanti (ero un canterino provetto, tratto che poi ho conservato), quelli che ripetevo a mo’ di tormentone erano Cerco un centro di gravità permanente (sebbene fossero passati ben 4 anni dall’anno di pubblicazione) e La donna cannone. Mia sorella li registrava dalle radio ed io le avevo ben imparate (per un bambino di 6 anni non erano affatto male come ascolti).

In tv sentivo parlare di un certo Reagan e cominciava a venir fuori una parola stranissima che suonava pressappoco come preistorica: solo dopo avrei scoperto che trattatavasi di “perestrojka” e l’artefice era un certo Mikhail Gorbaciov. Il presidente del consiglio dei ministri era Bettino Craxi, al suo primo mandato e primo socialista nella storia della Repubblica Italiana. Nello stesso anno vi fu la crisi di Sigonella, con il primo vero (e unico) momento di crisi tra Italia e Usa, tale da indurre il PCI di Natta ad approvare la condotta del governo a riguardo.

Erano gli anni del disimpegno a vari livelli, di una restaurazione politica e ideologica, tesa all’allontanamento dalla politica stessa per favorire invece un avvicinamento della gente a forme di evasione totale, con conseguente esplosione di un consumo acritico che andava privilegiando forme di compensazione. Sono gli anni dell’avvento delle tv commerciali, della pubblicità, di una lenta ma inesorabile omologazione dei costumi, di colori e luci colorate, di proclami rassicuranti e idee di guadagno facile. Smpensazionete orme di evasioniad avvicinarsi a forme di evasioni totali, l fantasy e dalla fantascienza, completamente ingurgi L’arte aveva minori implicazioni etiche ed ideologiche, si ritirava verso linguaggi più accessibili (meno problematici) e meno sperimentali (e per certi versi meno “militanti”): così la poesia dopo Castelporziano riproponeva schemi meno impegnativi e chiudeva una stagione; la musica abbandonava il progressive e il punk e anche la new wave non si sentiva troppo bene (per dirla alla Woody Allen): era il tempo di un elettropop ballabile e di band amate dagli adolescenti; il cinema era dominato dai super effetti speciali, dal fantasy e dalla fantascienza, dall’avventura (non di rado si trattava di film di propaganda), completamente ingurgitato dal potere hollywoodiano, pieno di sequel, di rifacimenti (cosa che produrrà, negli anni a noi più vicini, i cosiddetti film di cassetta e cinema blockbuster) e mai più d’autore.

In Campania era ancora il dopo-terremoto, anni in cui l’edilizia e gli appalti prendevano strane pieghe, in cui la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e poi la Nuova Famiglia erano protagoniste di grandi affari e responsabili di una lunga scia di sangue.

 

 

Perché ricordare tutto questo?

L’85. Qual è stata la mia madeleine?

A Modena, appena un paio di giorni fa, al ristorante Cucina del Museo, in pieno centro storico, abbiamo trovato un vino che mai avrei immaginato di trovarvi. La tentazione è stata forte e il prezzo troppo invogliante per farsi sfuggire l’occasione.

Funghi porcini (trentini) alla griglia e filetto di vitello allo spiedo (con funghi porcini), insieme ad un assaggio di formaggi (tra cui un bellissimo pecorino di fossa marchigiano) hanno ancor di più stuzzicato l’idea.

Scorro la lista dei vini e chiedo ad Alberto, il proprietario, con un tono a metà strada tra il rimprovero e la sfida: “vedo che la Campania è molto trascurata. Non hai niente?” Non avevo scorto il Montevetrano e il Terra di Lavoro (comunque la mia scelta sarebbe caduta altrove). Penso che a Modena ormai nei ristoranti ci siano solo Feudi di San Gregorio e poco altro. Scelta di comodo, niente affatto ragionata e che poco dà l’idea della Campania vitivinicola. Ebbene, Alberto si avvicina e mi fa: “Ma come? C’è Mastroberardino!” “E dov’è?” controbatto. In effetti in carta non c’è scritto e Alberto, quasi destatosi, ammette che quella carta è un “estratto” molto parziale delle etichette che ha. Vado in fibrillazione e attendo cos’ha da propormi. Il massimo dell’antiomologazione e dello “strappo” riguardo la Campania vinicola che mi è capitato di vedere a Modena è stato all’ottimo Lo Stallo del Pomodoro, dove una gran carta dei vini improntata su una scelta controcorrente e difficile (solo “tradizionalisti” per Piemonte e Toscana, solo Etna e poi Gulfi per la Sicilia, quasi tutti i “vini veri”…), presentava i taurasi di Di Prisco, Perillo, i fiano di Villa Diamante, Clelia Romano ed altre chicche. Qui però Alberto tira dal cilindro molto di più: “Ho una cassa di Taurasi Riserva ’85… se vi va, seguitemi in cantina ché la prendiamo insieme: è sotto un’altra serie di casse e cartoni…”.

Nell’85 il Taurasi non si chiamava ancora Radici, il grande vino della famiglia di Atripalda aveva un tasso alcolico di appena il 12% del volume e la bottiglia era decisamente retrò.

Andiamo in cantina e prendiamo due bottiglie (non si sa mai che vi sia qualche problema!). Alberto stappa e annusa il tappo. Lo annusiamo anche noi: non solo non ha difetti, ma ha un odore molto invitante, preludio a ciò che ci aspetta.

Quel che è emozionante di un vino di alcuni anni (in questo caso 23) è seguire l’evoluzione dal momento dello stappo. Qui, però, c’era da restare secchi già al primo goccio versato! Non ho mai fatto mistero della mia passione per i Taurasi di casa Mastroberardino (di cui posseggo gelosamente alcuni campioni di alcune annate passate), ma non ci si trova tutti i giorni a confronto con un ’85! Perciò l’emozione è massima e l’aspettativa è altissima. Come diceva qualche tempo fa, durante una cena, il caro amico porthosiano Maurizio Paolillo: “Da Mastroberardino si ha la pretesa di avere sempre il massimo: non ci si può accontentare solo di buoni vini”. Non potevo aspettarmi un vino solo integro, che avrebbe svolto bene il suo compitino. No. Qui si pretende un capolavoro! Punto e basta. E poi l’annata non è a caso, ma una delle migliori degli anni ’80, una 5 stelle, perciò tutto deve essere perfetto, senza sbavature.

Per dare un’idea di ciò che andrò a descrivere, sia detto che il filetto ai porcini e i porcini alla griglia, seppur squisiti, non riuscivano a tener testa al vino. Solo il pecorino di fossa gli è stato pari, in un dialogo vibrante ed emozionante.

Il liquido versato nel bicchiere era piuttosto eloquente. Colore che avrebbe ingannato chiunque sull’età: rubino limpido, brillante, intenso, compattissimo, con appena sfumature granata. Una forma strabiliante. Gli si avrebbe dato sì e no 10 anni. Al naso ci si perdeva fin da subito. Un pizzico di volatile scompare dopo appena un paio di minuti. Tanto è bastato al vino per chiarire le sue intenzioni.

Ciò che ha positivamente sorpreso del vino è che in circa un’ora e mezza ha seguito un’evoluzione esattamente opposta a quanto potesse essere previsto: è passato da uno stato di maturità ad un vigore giovanile, dal terziario a chiari sentori di succo d’uva, quasi a volerci restituire i suoi 23 anni in un cammino a ritroso. Di notevole forza già all’inizio ha però subito voluto rivelare la sua classe innata, donandosi quasi come un corpo femmineo, giocando in un secondo tempo a mascherarsi di continuo (è ciò che fa grande un vino, a mio parere). Appena versato ha dapprima finto di scoprire le carte con una fragranza di fiori secchi appena macerati, balsami di profumeria, dolci e femminili, per poi mostrare il lato scuro e prepotentemente meridionale/radicale dell’aglianico, con una carnosità e una potenza che si esprimeva in sentori di cuoio e grafite, in una raffinata combinazione minerale-selvatica, arricchita da humus, sottobosco, erbe aromatiche, spruzzate di pepe, rivelando una profondità che sembra disporsi per strati e per gradi. Bastava roteare appena il bicchiere per ritrovare con intatta intensità il bouquet di fiori secchi e ancora qualche cenno di frutta rossa, che davano un’idea di integrità più che di estenuata maturazione. Poi è stata la volta di un’intensa verticalità con un forte impatto balsamico di liquirizia e menta che esalavano dal calice, entrambi ben riconoscibili. Col tempo il bicchiere ha acquisito nuovo vigore, sorprendendo per freschezza: il tono floreale sembrava recuperare una vitalità che non si ricondurrebbe ad un vino di tale età, rispolverando i petali di rosa e la violetta. La frutta virava verso le piccole bacche: lamponi, ribes rosso. Nessuna nota di appassimento o di maturazione estenuata. L’olfatto continuava a sorprendere fino al regalo del mosto d’uva, purissimo e intenso. L’impressione è che il naso sia sempre ad inseguire un’articolazione che gioca a ricombinarsi e a donarsi sempre e solo di profilo e quasi in filigrana, come in una danza di odalisca che si percepisce dietro vari veli. È molto verosimile che il vino subisca ulteriori evoluzioni.

Al palato il capolavoro è compiuto: dal momento di ingresso al finale è una trama di velluto pregiato, senza il minimo sfilacciamento, come un corpo unico che comincia sulla punta della lingua e finisce in fondo al palato. La compenetrazione di acidità e tannino nel corpo del vino è solo dei fuoriclasse. Ed è il corpo, appunto, a fare da tessuto connettivo. Il sorso non solo è coerente all’olfatto per ritorni odorosi, profondità e persistenza gustativa (una lunghezza che non si cronometra), ma non ha tentennamenti. È saldo, a tratti ancora quasi severo, con una sottile tensione tra il classico profilo amarognolo, scorbutico dell’aglianico e un finale che rasenta la dolcezza acquisita in anni di affinamento. Il tannino è di grana finissima, e si scopre nel finale, lasciando la bocca asciutta, ma mai intaccando il percorso del liquido o vanificandone il finale (che prosegue, invece, all’inversomile). L’acidità è talmente integrata da non scoprirsi mai: ne si avverte la presenza solo per la felice freschezza rilasciata al palato. Parimenti, mai si ha la sensazione dell’alcol fuori riga (12% del volume, ripeto). Altri 30 anni di vita sono non solo auspicabili per un vino di siffatta fattura, ma risultano addirittura scontati.

Ora capisco Gianfranco Soldera quando non molti giorni fa ci disse: “Eh, il naso di Tonino [Mastroberardino, n.d.a]…”. Vini del genere sono un vanto per l’intera enologia nazionale. Solo una nota finale: per giungere a tale complessità, eleganza, dispensa di emozioni occorre che un vino sia realizzato nel massimo rispetto della natura, in un dialogo intenso e appassionato tra l’uomo e la vigna, nella massima conoscenza di essa e del territorio, come del vitigno che si vinifica. Non è una considerazione astratta. È un dato di fatto.

 

PS:

qualche nota di altra natura: Alberto Vaccari ci ha servito un Extra Brut di Bellei come aperitivo, ci ha fatto assaggiare un bellissimo lambrusco (forse con un peso maggiore di grasparossa, ma trattatasi di un blend) vinificato da un contadino, privatamente, in perfetto abbinamento ai tortelli di zucca (buonissimi) e a quelli di ricotta e spinaci (altrettanto buoni). Sul tortino di cioccolato e un semifreddo di torrone al cioccolato e pinoli (entrambi molto buoni) abbiamo preferito un Passito di Pantelleria di Marco De Bartoli. Scusate se è poco.

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Published in: on 08/09/2008 at 4:24 pm  Comments (6)  
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6 commentiLascia un commento

  1. Uno dei capolavori del grande Mastro!!!
    C’e’ un po’ (tanta) I N V I D I A ripagata (parzialmente) dalla magnifica descrizione.

  2. Caro Paolo, davvero capolavoro 🙂 Magari quando sarai in Italia ne cerchiamo un altro e lo beviamo insieme!

  3. Si può di un vino sentirne la mancanza? Beh…ieri sera dicevo con Luigi che mi manca la bottiglia di Taurasi ’85 di Mastroberardino che abbiamo bevuto sabato sera…Per fortuna che alla Cucina del Museo, Alberto ne conserva ancora 5!!! :o)

  4. Bene: ecco un posto dove invitarmi a cena quando vengo a Modena!

  5. Prima però bisogna cominciare col lambrusco, altrimenti i modenesi s’incazzano 🙂 Magari con un più fresco sorbara, come quelli dei nostri amici Fiorini e Paltrinieri, di cui abbiamo già parlato.

  6. Grandiii!!!
    Avete scovato davvero una rarità, poco conosciuta al di fuori della “solita” cerchia … ma dalle cantine dimenticate di Alberto della Cucina del Museo possiamo aspettarci altri incredibili sorprese. (a proposito …. ho scoperto lì il Soldera ’95 e l’ho eletto a mio “vin du coeur”)


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