Tour nelle Langhe: alla ricerca delle radici del bere – atto VII

Perché siamo al di qua delle alpi
su questa piccola balza
perché siamo cresciuti tra l’erba di novembre
ci scalda il sole sulla porta
mamma e figlio sulla porta
noi con gli occhi che il gelo ha consacrati
a vedere tanta luce ed erba.

 

(A.   Zanzotto, Dietro il paesaggio, 1951)

 

 

L’azienda F.lli Monchiero in Castiglione Falletto. La babele di disciplinari e le sorti del dolcetto. In attesa del Barolo Rocche 2004.

 

 

L’ultima tappa langarola, gli ultimi assaggi sono dedicati all’azienda F.lli Monchiero, a Castiglione Falletto. La famiglia Monchiero ha da poco avviato un’attività di affittacamere, con soluzione Bed&Breakfast, in uno stabile molto bello, Il Girasole, di fronte all’azienda vinicola. L’azienda può contare su circa 10 ettari vitati e una produzione annua interessante in qualità e in tipologie. Naturalmente, avendo vigneti tra Castiglione Falletto e La Morra, il prodotto di punta resta il Barolo.

Vittorio, che conduce di fatto l’azienda, seguendola sotto tutti gli aspetti (ha studiato enologia ad Alba), è persona attenta: mostra un certo interessamento per tutto ciò che riguarda il mondo vitivinicolo e la gastronomia langarola e non solo: sembra interessato a prodotti tipici e ricercati, rivelando anche un amore e una conoscenza per i formaggi, alcuni dei quali difficili da reperire. Scopriamo che non si lascia sfuggire gli umori, le note, gli scritti della stampa specializzata, delle riviste e persino degli opinion leader che agiscono prevalentemente su blog e siti internet specializzati, mostrandosi ben aggiornato su quanto accade intorno al mondo del vino.

Anch’egli rientra nella categoria di uomini di Langa che abbiamo imparato a conoscere in quei giorni: cordiali, ma con discrezione, senza invadenza, non particolarmente chiacchieroni, ma piuttosto svegli, riservati e attenti. Una tipologia di persone che, imparando a conoscere, diventa di ottima compagnia. Persone schiette e di cui, immediatamente, ci si sente di fidarsi.

La sfortuna ha voluto che in quei giorni di permanenza langarola abbia piovuto tutti i giorni, per cui ci è stato impossibile camminare per vigne. Ma i vini, quelli siamo riusciti ad assaggiarli.

I Monchiero propongono una gamma abbastanza vasta, dai due cru di Barolo, il Rocche e il Roere, a un Moscato Piemonte da fine pasto, passando per Langhe Nebbiolo, Barbera d’Alba, Dolcetto d’Alba…

È curioso e interessante notare come in un periodo in cui sotto i riflettori c’è Montalcino con lo scandalo dei tagli e le conseguenti richieste di cambio di disciplinare per il Brunello, con Vittorio si è parlato invece della babelica e prolissa mole di denominazione vigente nelle Langhe (ma questa non interessa tanto la denominazione principe, il Barolo, quanto piuttosto dei vini dal consumo più quotidiano, come può essere il dolcetto). Vittorio notava come il dolcetto stia attraversando un momento di crisi di identità, essendo passato da vino di consumo quotidiano, che i cantinieri langaroli vendevano per lo più sfuso, ad un vino con pretese molto più importanti, tali da far lievitare anche i prezzi, senza tuttavia trovare un adeguato posizionamento nel mercato. Il solo dolcetto si fregia di ben sette denominazioni, a seconda del territorio di provenienza. Tuttavia, diverse di queste insistono nelle Langhe e nell’Albese, risultando, di fatto, una sorta di microcategoria specifica delle Langhe DOC. Il risultato, sosteneva Vittorio, è l’impossibilità di collocare il dolcetto e soprattutto una sua oscillazione di prezzo tra alcune denominazioni ritenute di maggior pregio rispetto ad altre e, ancora e soprattutto, il rischio di vedere un’equiparazione di prezzi tra alcune bottiglie della doc dolcetto, molti Langhe nebbiolo e/o barbera, tale da far preferire decisamente i secondi per notorietà, blasone, nobiltà. Non si tratta di questioni di lana caprina, giacché il dolcetto conserva un considerevole peso produttivo, incidendo non poco sull’economia vinicola delle aziende.

Monchiero, come tutti i produttori a cui abbiamo fatto visita, interpreta il barolo secondo tradizione: affinamento in botti grandi, fermentazioni/macerazioni a cappello sommerso, in tempi medio lunghi. Al suo Barbera d’alba superiore toccano invece talvolta legni più piccoli, adoperati sempre con tatto e in misura non invasiva. La cantina è molto curata e via via sta assumendo la fisionomia che Vittorio ha in mente. Da conferitori inizialmente, i Monchiero cominciarono ad imbottigliare già diversi anni fa. Ora anche gli attrezzi dell’imbottigliamento sono a due passi dalle grandi vasche di fermentazione e dalle botti.

La nostra degustazione si apre con un Langhe Arneis 2007. Le Langhe e il Roero sono solitamente (e giustamente) ricordati per i grandi rossi, tuttavia da questa associazione rapida i bianchi ne escono piuttosto penalizzati. Certo, di fronte a fuoriclasse come barolo o barbaresco diventa difficile trovare bianchi locali di eguale spessore, classe e profondità. Ciò non autorizza, però, ad escludere totalmente i bianchi dal novero di vini godibili e degni di essere bevuti. Sebbene l’arneis (già il nome è indicativo dell’eccentricità rispetto ai più blasonati rossi) non abbia il passo di un grande tocai o verdicchio o fiano, resta un bianco rispettabilissimo. Quello di Monchiero (attenzione, è un Langhe, non un Roero) ha la finezza dei bianchi nordici, molto intenso all’olfatto con note di erbe di montagna e un certo tratto vegetale ben percepibili. Si propone anche una pera al naso, non invadente, ad impreziosire il bouquet. Al palato è molto corrispondente: risulta fresco e appagante, senza sbandamenti. Perfettamente abbinabile – come notavo a proposito dell’arneis di Gigi Rosso – agli antipasti piemontesi, specie se freddi; il binomio freschezza-mineralità potrebbe renderlo vincente su un pesce d’acqua dolce in una preparazione leggera. Azzarderei anche un giovane caprino di malga, magari delle Alpi Marittime.

L’impegno del palato sale subito, con il Barbera d’Alba Superiore 2004. In questo caso la barbera, dal rubino fitto, è piuttosto addomesticata (c’è da dire che sono passati anche quasi 4 anni dalla vendemmia), rinunciando alla furente acidità che ha in dote per presentarsi più rilassata. Anche il naso è più diretto. Ottimo per chi non è particolarmente a suo agio con vini dall’acidità sostenuta.

Molto rilassato è anche il Barolo Roere 2004. Proveniente da vigneti in La Morra, tradisce immediatamente la sua appartenenza territoriale, mostrando il lato tenue, soffice dei barolo lamorrini. Il colore è un rubino non molto concentrato, con riflessi appena granata. Naso che rivela un tono appena dolce, ma non sgraziato, con in primo piano frutta rossa. Appare subito comunicativo, quasi frettoloso di esprimersi e di svelarsi, senza inabissarsi in profondità olfattive che vadano a scavare in note balsamiche o di humus e sottobosco. In bocca il registro non cambia, con un tannino più soffice e una dinamica appena più prevedibile. È pronto così, senza tuttavia compiacimenti.

Più austero e dal passo più lungo è il Barolo Rocche 2004 dall’omonimo cru in Castiglione Falletto. Il colore non è molto distante dal precedente, mostrando appena un filo di compattezza in più. Figlio di una grande annata, sapientemente assecondata dal suo interprete, questo barolo rispecchia i canoni della tipologia, con un naso dapprima chiuso, ma molto profondo, che si lascia cogliere solo a tratti, non per mancata intensità e complessità, ma per un femmineo gioco seducente che porta il degustatore ad immaginarne il profilo. In bocca infatti mostra una tessitura molto rifinita e compatta che deve ancora scontare le durezze di acidità e tannino, ma lascia presagire un radioso futuro. Il sorso è appagante e chiude con coerenza. Sarebbe da risentire tra alcuni anni per verificare la bontà delle premesse.

Il nostro viaggio si chiude qui. C’è molto ancora da scoprire, molti lidi da esplorare. Se la conoscenza è infinita anche i viaggi lo sono.

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Published in: Senza categoria on 19/09/2008 at 7:16 pm  Lascia un commento  

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