Presentata a Salerno la Guida ai vini della provincia di Salerno di Luciano Pignataro

In tema di prodotti tipici dell’agroalimentare, il Salernitano non ha certo una fama mondiale per essere una terra di vini. È più facile pensare alla celeberrima mozzarella di bufala della piana del Sele, ai pomodori dell’agro Nocerino Sarnese, al fico del Cilento, a carciofi, zucchine… Insomma, all’ortofrutto, a meno che non ci si attarda sulle coste a mangiare pesce azzurro. Ma il vino no, a quello nessuno ci fa caso. L’economia e il commercio dell’agroalimentare tradizionalmente si è orientata verso questi altri prodotti, come nota Luciano Pignataro nel capitolo di apertura al suo volume Guida ai vini della Provincia di Salerno dalla Costa d’Amalfi al Cilento, edita dalle Edizioni dell’Ippogrifo (111 pp.). Resta da chiedersi allora cosa ha spinto l’autore alla pubblicazione della prima guida ai vini salernitani se la provincia guarda altrove. La risposta è presto data. Al di là di motivi editoriali e affini (la volontà di “spacchettare” la precedente guida ai vini della Campania che si andava ampliando notevolmente), va registrato negli anni ’90 l’ingresso (e il conseguente successo) nel mercato internazionale di almeno tre, quattro importanti produttori che hanno fatto da traino. Il clamoroso successo planetario del Montevetrano di Silvia Imparato ha di sicuro suscitato rinnovato interesse intorno ai vini campani e in particolare a quelli di un territorio perlopiù misconosciuto, come il Salernitano. Da qui uno stimolo per i contadini e i vignaioli del luogo che vantavano, già all’origine, uve di primissima qualità e un territorio vocato (o meglio: territori, data l’estensione della provincia e la varietà di terreni di cui dispone). Ieri sera, in occasione della presentazione a Salerno del volume nelle belle sale del Casino Sociale, ad una precisa domanda rivolta all’autore su quali fossero i pregi e i limiti dei vini salernitani, Pignataro ha risposto senza esitazione ed imbarazzo: «i limiti sono quelli di tutto il Sud: l’incapacità a fare sistema, a promuovere i prodotti e a relazionarsi agli altri territori riguardo a quello che si sta facendo qui». I pregi, appunto, risiedono nell’ampia potenzialità di uve e di taluni terreni.

Il libro è agile: le aziende presentate sono 40, le etichette 250. Si tratta principalmente di un lavoro di mappatura, utile a conoscere le realtà operanti sul territorio, specie per chi di Salerno non è. Pignataro racconta i diversi territori sui quali ricadono le rispettive denominazioni, indicandone le peculiarità, la storia, le differenze tra di loro. Di ogni azienda si dà conto degli ettari vitati, delle bottiglie prodotte, dei vitigni adoperati, dell’enologo e naturalmente dei vini realizzati. Per tutte c’è una presentazione, mentre ai vini – i migliori dei quali sono ampiamente raccontati – si assegna una valutazione in stelle (fino a 5: meritate da 34 etichette), a cui si aggiunge un’ulteriore selezione rappresentata da 14 vini del cuore. In appendice oltre alle doc e igt della provincia, vi sono segnalati i ristoranti e le trattorie da non perdere, nonché enoteche e winebar.

Una selezione implica inevitabilmente delle esclusioni. Tuttavia, salvo qualche eccezione, si è sostanzialmente d’accordo sulle cinque stelle come sui vini del cuore. Ne indichiamo qui i 14 in rigoroso ordine alfabetico per azienda (tra l’altro ieri erano tutti in degustazione: una sorta di pantheon dell’enologia salernitana):

 

Apicella: A’ Scippata Tramonti Rosso Costa d’Amalfi doc

Botti: Cilento Bianco doc

Ettore Sammarco: Vigna Grotta Piana Ravello bianco Costa d’Amalfi doc

Longo: Lambiccato vdt

Luna Rossa: Combination Colli di Salerno igt (rosso)

Maffini: Kratos Paestum Fiano igt

Marisa Cuomo: Furore bianco Costa d’Amalfi doc

Mila Vuolo: Aglianico di Mila Colli di Salerno igt

Montevetrano: Montevetrano Colli di Salerno igt (rosso)

Reale: Getis Colli di Salerno igt (rosato)

Rotolo: Respiro Cilento Aglianico doc

San Giovanni: Tresinus Paestum igt (bianco)

Tenuta San Francesco: PerEva Costa d’Amalfi doc (bianco)

Viticoltori De Conciliis: Naima Paestum igt (rosso)

 

Accanto a vini importanti e già noti al pubblico internazionale, come Montevetrano o il Naima di De Conciliis, ci sono delle scelte di campo condivisibili. Faccio qualche esempio: preferire per la celebre azienda Marisa Cuomo il Furore bianco (il secondo bianco aziendale) al celeberrimo Fior d’uva è un azzardo, tuttavia il Furore bianco è un gran bel vino (tridimensionale, si potrebbe dire) dotato di grande bevibilità (mentre il Fior d’uva denota concentrazione maggiore e il marchio del legno che rischiano di fargli perdere qualcosa proprio in termini di franchezza della beva), se poi si dà una scorsa al prezzo, si nota che il rapporto è entusiasmante. Stesso discorso per un’altra celebre azienda, Maffini: segnalare il Kratos (secondo bianco aziendale) al posto del Pietraincatenata o addirittura dell’impegnativo rosso di casa, il Cenito, è ugualmente una scelta degna di nota per i motivi succitati.

Indiscutibili, a mio modo di vedere, le segnalazioni di ‘A Scippata, grande vino di territorio (è il caso di dirlo) da uve tintore e piedirosso, provenienti da una vigna di 80 anni di età (!) a piede franco, circondata da castagni, in località Capitigliano di Tramonti; del Respiro di Rotolo, esempio di come si può realizzare un vino di classe (nonostante la potenza) in Cilento. Plaudo alla segnalazione del PerEva della Tenuta San Francesco, piccola giovane azienda tramontina (anch’essa! Ma è da lì che si tireranno fuori i grandi vini salernitani del futuro) che realizza vini di grande qualità (seguita da un bravo enologo irpino, Carmine Valentino). È sacrosanta la scelta di un rosato, il Getis di Reale, che da quando sosta in solo acciaio è ancora più buono (a proposito, ennesima azienda di Tramonti). Inoltre ci sono delle segnalazioni che fanno piacere perché si tratta di vini di realtà meno note e molto giovani, come il Lambiccato di Longo, vino che rischiava di essere relegato all’archeologia enologica e che invece è lì, prodotto da un’azienda nata nel 2002.

Insomma, questo libro, che colma una lacuna della mia provincia, è raccomandato a chi ha un’idea vaga e superficiale dell’enologia salernitana. L’agilità e la chiarezza del dettato lo rende facilmente consultabile e apprezzabile; la completezza d’informazioni e di notizie ne arricchisce l’impalcatura sottile.

 

 

Ho poi avuto modo di assaggiare di nuovo alcuni dei vini segnalati. Qui di seguito alcune note.

Grande impressione mi ha destato il Respiro 2004, vino di alto lignaggio, se ci fosse ancora bisogno di ribadirlo: colore rubino non fittissimo, ma cristallino (vivaddio!), frutta purissima, matura al punto giusto, segno di una materia prima di gran qualità, con la sensazione netta del succo d’uva (vi sembra una banalità?) e un finale rigoroso e coerente. Sempre balsamico, moderno ma non modernista, il Naima 2004 di De Conciliis, con una dolcezza di frutto in grado di equilibrare le spigolature di un aglianico sempre scalpitante (e… lo posso dire? Si tratta di uno dei miei rossi campani preferiti, una volta tanto fuori dell’Irpinia), sempre jazzistico come il suo nome coltraniano ricorda. Del Montevetrano c’era la discussa annata 2002. Come molti sanno, non sono un fan della celebre etichetta di Silvia Imparato, ma non nego che sia un vino importante per tante ragioni. Sentito adesso il 2002, a distanza di 6 anni dalla vendemmia, si può dire che il vino manca di qualcosa in bocca in termini di complessità e di persistenza gustolfattiva, però ha di sicuro raggiunto una coerenza che smussa il tono vegetale del cabernet (resta purtroppo un mio cruccio) e la tostatura del legno: mostra una sua compiutezza che forse non lo condurrà ad un lungo futuro, ma oggi lo rende godibile, con una discreta vena minerale a sostenerlo. Forse la sua minore opulenza lo rende al momento molto più duttile col cibo.

C’è ancora il legno da smaltire nell’Aglianico 2005 di Mila Vuolo a fronte di una materia prima di indiscutibile qualità. È un vino che si crogiola in una concentrazione al limite e una morbidezza voluta, cercata, all’interno di un corpo che lascia trasparire il suo peso estrattivo. Fortuna che l’aglianico abbia sempre il suo colpo di coda, tendenzialmente amarognolo, ad equilibrare il tutto.

Sempre sui generis ‘A Scippata 2004, con un godibile frutto che viene quasi sovrastato dalla furente mineralità espressa: poi note di canfora ad arricchire un quadro roccioso e terragno. Vino senza dubbio singolare e di grande espressività. Ne ho sentiti altri, tutti di buona fattura (diversi bianchi, a dimostrazione che questa è una terra, specie nella doc Costa d’Amalfi a vocazione prevalentemente bianchista), ma una nota finale la riservo al Lambiccato di Longo. Da ragazzino, quando non bevevo vino, ricordo di un lambiccato di un contadino che ci fu regalato. La sua dolcezza e il basso tenore alcolico lo rendevano bevibile persino a me. È giusta dunque l’osservazione di Pignataro, quando scrive che il moscato Lambiccato di Longo è «il primo bicchiere adatto anche ai bambini» (p. 49). 4,5% di Alcol, profumi eleganti tra pesca e salvia, non stucchevole, appagante. Un vino a prova di palloncino!

 

 

 

 

Annunci
Published in: on 24/09/2008 at 12:26 pm  Comments (2)  

The URI to TrackBack this entry is: https://divinoscrivere.wordpress.com/2008/09/24/presentata-a-salerno-la-guida-ai-vini-della-provincia-di-salerno-di-luciano-pignataro/trackback/

RSS feed for comments on this post.

2 commentiLascia un commento

  1. E’ veramente molto triste che una donna della classe ed eleganza di Silvia Imparato continui ad insistere in ogni occasione pubblica con il suo 2002 ! Sicuramente la peggiore versione di sempre e di cui sarei a questo punto curioso di conoscere i dati di vendita (o l’invenduto che dir si voglia). Avrebbe fatto bene, sicuramente meglio, a declassarlo. Inserire un vino del genere in una verticale può avere un senso per testimoniare un’annata minore ma in banchi d’assaggio mi lascia veramente perplesso, per usare un eufemismo…

  2. In effetti è un vino più “piccolo”, Fabio. Un po’ carente a centro-bocca e di certo senza un finale entusiasmante. Da come l’ho sentito io, è al suo nadir, non dirà molto in futuro, però ora come ora è un vino da “abbinamento”, compiuto e consapevole della sua minorità, senza però mortificarsi, riconoscendosi in questo ruolo e rispettandolo. Non ha lo slancio di annate come la 2004, per esempio, che tuttavia rischiano di avere un problema opposto: quello di essere autoreferenziali o talvolta con alcol in esubero ecc ecc.
    Più che altro, direi che un vino come il montevetrano avrebbe bisogno di un affinamento maggiore in bottiglia, per smaltire appunto la sua esuberanza giovanile (pena: troppo in evidenza la nota vegetale, l’alcol fuori registro ecc ecc). E magari, sì, come dici tu, in un’annata minore ci potrebbe stare anche un declassamento.
    Queste, tuttavia, sono scelte che spettano a chi lo produce.
    Noi ci limitiamo a fare osservazioni (tra l’altro, nelle vesti di non-fans dichiarati). Amiamo altri vini, ma è anche giusto dire la propria in questi casi, perché sappiamo che il Montevetrano è un vino di una certa importanza (ma, talvolta, appunto, è lecito che tali vini possono non piacere).


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: