Under the Tuscan Sun: sulle tracce del vero Sangiovese

Una vacanza enologica: Montepulciano, agriturismi e il Nobile Crociani

L’incontro con Susanna Crociani

Non ho fatto in tempo a conoscere Giorgio Crociani né tantomeno il papà Arnaldo. Al loro posto parlano ora i loro vini, autentici e grande espressione della docg Nobile di Montepulciano. Ma sono felice di aver potuto incontrare Susanna Crociani, della cui amicizia sono onorato. Il primo incontro con Susanna è avvenuto a Verona, al Vinitaly, in primavera, dopo però aver già fatto la conoscenza dello stile di famiglia in fatto vinicolo, grazie ad uno splendido Nobile di Montepulciano Riserva ’99. Stile rigoroso, senza ammiccamenti e “acconciature”, di grande naturalezza espressiva, come si confà a tutti i grandi vini. Eppure l’aggettivo austero va un po’ stretto a quel tipo di vino, perché il sangiovese per sua naturale inclinazione ha una capacità a concedersi, checché se ne dica. Intendiamoci, nessuna ruffianeria e nessun trucco, solo l’idioma in cui quel vitigno comunica e nulla più.

Ebbene, al Vinitaly, oltre che a degustare alcuni suoi vini, avemmo la possibilità di scambiare due parole, le sole consentite all’interno di una fiera caotica e poco adatta agli incontri (è un’assurdità, ma è così).

Ad agosto, invece, avvantaggiandoci dell’azienda agrituristica Il cantastorie, che Susanna conduce in collaborazione con Massimo Bigi, persona di cordialità e umanità infinita (ma è opportuno rimarcare anche le sue doti ai fornelli oltre che di cultore/artefice di buona musica), abbiamo soggiornato per due settimane presso di loro. Un carissimo amico, viaggiatore-esploratore per vocazione, sostiene che la luce toscana e in particolare dell’area poliziana, in periodo primaverile e in parte estivo, è incantevole e va assolutamente colta in quel momento dell’anno, a differenza di quella langarola, preferibile già con una tinta autunnale, quando una sottile nebbia comincia a coprire le dolci colline dell’Albese e i colori delle vigne s’incendiano di un rosso fuoco.

Montepulciano, città natale del celebre poeta umanista Angelo Poliziano, è il borgo toscano così come un visitatore se l’aspetta: arroccato su una collina, un frammento di medioevo traslato nella nostra era, con un gran colpo d’occhio per chi viene dall’autostrada del sole, transitando per Torrita di Siena. Le stradine del centro storico, ripide e asimmetriche, gli edifici, la torre svettante, dicono di un nucleo il cui sviluppo è avvenuto probabilmente in epoca medievale, quando appunto la città era contesa tra le storiche rivali Firenze e Siena (nel XII secolo). All’VIII secolo risalgono i primi documenti che riportano il nome della città, Mons Policianus, secondo l’antica denominazione romana, sebbene le origini siano addirittura da retrodatare al periodo etrusco. Nei dintorni solo colline, molte delle quali vitate, ma anche boschi, e poco più in là, verso est, c’è il Trasimeno, con Castiglione del Lago. Lì è possibile rilassarsi, godere dello spettacolo di una natura che sente l’intervento dell’uomo, ma non lo subisce. È stato possibile persino vedere qualche capriolo in lontananza e intervenire in soccorso di un assiuolo scaraventato giù da un albero dal forte vento. L’agriturismo permette tutto questo: la pace della sera, ritemprarsi le membra e la pacificazione dei pensieri.

Cosa rischia di diventare il vino toscano?

Il turismo, principalmente straniero, gode di questa sintesi arte-natura che l’Italia, e in particolare la Toscana, sa offrire. In più, questo, sulle dolci colline poliziane (intorno ai 500-600 mt di quota), è il regno del prugnolo gentile, altro motivo di attrazione. La Toscana, grazie talvolta all’intraprendenza di investitori stranieri, ha saputo costruire un modello vincente di business per quanto riguarda l’enogastronomia e il turismo enogastronomico e la stessa Montepulciano ha saputo beneficiare di questo marketing. Provate a chiedere ad un campione eterogeneo di 20 persone di indicarvi 3 regioni italiane, patrie del buon cibo e del buon bere: l’80%, e forse anche più, includerà la Toscana tra esse. In linea di massima anche noi siamo d’accordo (e aggiungeremmo alle qualità gastronomiche anche il bonus di arte, cultura, storia…). Tuttavia è saggio andar ad analizzare le ragioni di questo successo, anziché darlo per scontato supinamente e per sentito dire. Non è nostro compito e mestiere far sociologia d’accatto, per cui ci limiteremo a scrivere brevemente cosa pensiamo dei vini di questa terra.

Il problema di un marketing “aggressivo” è quello talvolta di inventare un marchio, quasi di generarlo ex novo, perdendo progressivamente per strada l’oggetto del comunicare: in sostanza, si rischia di avere una facciata e di non avere un prodotto. La moda dei vini toscani è tale da consentire a chiunque, su quella terra, di inventarsi un vino, ma il guaio è che spesso per sfruttare l’onda commerciale ci si fa scudo di una denominazione potente e conosciutissima, vi si insinua prima in punta di piedi, poi sfacciatamente, spesso realizzando vini che poco hanno a che fare con le caratteristiche di quella denominazione (in sintesi è ciò che sta succedendo in alcuni casi tra produttori poliziani e ilcinesi, a Montepulciano e Montalcino, sotto osservazione da parte dei media e sotto indagine da parte di procure). I Supertuscan hanno fatto da apripista, ma non tutti si fregiano di un nome come Sassicaia e Ornellaia – marchi vincenti indipendentemente da denominazioni di appartenenza –, per cui una ventata di rinnovamento (ma il sostantivo è alquanto ambiguo in questo caso) ha colpito anche denominazioni che vantano una storia un po’ più lunga e radicata, come il Brunello di Montalcino e il Nobile di Montepulciano. Le mode, ahimé, sono effimere e l’offuscamento della vista dinanzi al guadagno facile ha invece ingenerato una corsa alla realizzazione di vini da un consumo gratta e vinci, stappa e ingurgita, rinunciando scelleratamente ad una caratterizzazione e riconoscibilità che dia lustro al produttore, prima, e alla denominazione, poi. In un numero di Porthos, quello “quadrato”, c’è un’intervista ad un bravissimo produttore delle mie terre, Bruno De Conciliis, intitolata saggiamente “ajmm’ aspettà” (dobbiamo attendere). Ciò che si sta perdendo è la lungimiranza nelle scelte commerciali, il coraggio di mettersi in discussione e l’incapacità ad avere pazienza nei confronti dei tempi della natura: ajmm’ aspettà. E non pochi produttori toscani, purtroppo, stanno clamorosamente mettendo in discussione questi principi, i ritmi della natura e l’espressione dei loro vini, immolandoli in nome di un mercato che arbitrariamente (senza motivo e senza controprova) decide di volerli diversamente. E rischiano di essere così cattivi maestri di tutte le altre regioni emergenti.

Pochi vini non hanno bisogno di presentazioni e di comunicazione, ma credo, e ne sono sempre più convinto, che se si riuscisse a parlare alla gente, a mostrare loro le differenze tra un certo tipo di vino e un altro, non solo ne guadagnerebbe un’autenticità nel settore e una riscoperta di ciò che è classico, imperturbabile alle mode e al trascorrere del tempo, ma molto probabilmente la gente comincerebbe ad aprire gli occhi su tanti altri trucchi di un mercato dopato (e del connesso marketing), in qualsiasi altro campo, non solo enologico, non solo gastronomico e forse riuscirebbe ad acquisire quella capacità critica nello scegliere, che ritornerà utile per qualsiasi altro ambito dell’esistenza.

Continuare a puntare, invece, su vini che diano la sensazione di succhi di frutta all’alcol, come dei cocktail da consumare per ingannare il tempo, vini che sappiano di marmellata, inchiostrati, con colori improbabili, sapori che di tutto sanno tranne che di un prodotto figlio della fermentazione dell’uva, vini rossi al sapore unicamente di vaniglia che non hanno nessuna naturalezza espressiva, ammantati nell’alcol, con acidità pressoché inesistenti e tannini che sembrano provenire più dal legno che dal vino; continuare a puntare su questi vini e ritenere che siano gli unici che si possano affermare sul mercato significa sottostimare colpevolmente l’intelligenza delle persone, di chi il vino lo consuma, significa continuare a trattare gli uomini come una massa amorfa di consumatori, come degli ebeti, dei numeri e soprattutto affetti da infantilismo acuto e incapaci a esprimere giudizi. Significa perseverare nell’inganno consueto, credersi furbi.

Con ciò non si vuole condannare il marketing e la pubblicità tout court, ma un certo tipo di pubblicità, elevata a sistema infallibile del commercio (anzi, l’anima del commercio, come qualcuno subdolamente ha inculcato a noi “consumatori”) che tutto dice tranne della genuinità del prodotto, omettendo esclusivamente ciò che veramente è nel diritto del consumatore sapere; vuol dire, quindi, offrire sistematicamente un “aiutino” ad un prodotto oggettivamente più scarso rispetto ad uno della stessa tipologia di livello decisamente più alto: essere, in sostanza, in malafede. E non va dimenticato che spesso questa cattiva pubblicità era indirettamente avallata, e lo è tuttora, da guide di settore e da un certo giornalismo enologico che spesso adotta il sistema di due pesi e due misure nel premiare vini molto discutibili sotto il profilo espressivo (e talvolta anche frutto di particolari “accorgimenti” in fase di vinificazione).

Fortunatamente all’interno della regione stessa esiste una nutrita pattuglia di bravissimi produttori (voglio credere che sia ancora la maggioranza) che continua ad interpretare sapientemente il vino di questa terra, senza seguire le mode, ma preservandone intatte le caratteristiche intrinseche dei vitigni (in particolare il sangiovese) e del terreno. Nel caso di Montepulciano, un indirizzo sicuro ed irrinunciabile è proprio quello di Susanna Crociani.

Il vino Nobile Crociani.

La trecentesca cantina di Susanna è in pieno centro storico, zona molto frequentata dai turisti. È sotto il livello della strada e dà sopra una tomba etrusca, rinvenuta evidentemente non molti anni fa (cosa tra l’altro non inconsueta, dato che un noto negozio del centro è a sua volta a ridosso di una tomba etrusca visitabile). Il punto vendita è (quasi) sempre aperto ed è possibile assaggiare tutti i vini prodotti. Inutile ribadire che il vino-icona è il Nobile di Montepulciano. Susanna, entrata in azienda non molti anni fa, dopo un passato trascorso in giro per l’Italia e per l’Europa come tour manager di noti e affermati artisti del panorama musicale, ha ereditato dal papà Arnaldo non solo l’azienda, ma anche lo stile che caratterizza i vini. Nonostante il disciplinare del Nobile sia a maglie abbastanza larghe, Susanna rimane fedele alla vecchia ricetta che vede accanto all’alta percentuale di sangiovese (prugnolo gentile) il canaiolo e il mammolo. Tra Susanna e le sue botti (i carati, come lei li chiama; la maggioranza è tra i 17 e i 20 ettolitri: rovere di Slavonia) c’è un colloquio costante: nulla di feticistico, ma una sorta di filo ininterrotto di un discorso tra l’uomo e i frutti della terra, discorso che rimane intatto nel bicchiere.

Nei vari giorni di permanenza abbiamo avuto modo di assaggiare pressappoco tutta la gamma aziendale, con qualche escursione in altre annate. E devo dire che siamo stati viziati, perché l’agriturismo Il cantastorie, con il vicino casa vacanze Il pino (momentaneamente gestito da Susanna e da Massimo Bigi, seppur di diversa proprietà) è solito organizzare cene il martedì, per tutti coloro che vi stanno soggiornando. Ai fornelli è il bravissimo Massimo, con preparazioni rigorosamente toscane (e qualche minima escursione umbra: siamo infatti ai confini) e naturalmente si beve vino Crociani.

L’azienda vanta circa 10 ettari di una della migliori vigne del territorio poliziano: le Caggiole. I classici vini aziendali (Nobile e Rosso di Montepulciano) nascono dopo lunghe macerazioni (circa 20 giorni) secondo le tecniche tradizionali.

Il Rosso di Montepulciano 2007 (Prugnolo Gentile 75%, Canaiolo nero 15%, Mammolo 10%) già alla vista mostra le caratteristiche dell’annata calda, con una concentrazione di colore maggiore del solito. Anche il naso è più esuberante nel concedere sfumature fruttate. In bocca è molto coerente e piacevole, senza sbavature. Si tratta di un vino più pronto, ottimo per accompagnare un pranzo tipico, per esempio i pici con un sugo più leggero. La grande qualità di questa bottiglia è la bevibilità: non si fatica a svuotarla; inoltre è estremamente versatile.

Quanto a bevibilità il Nobile 2005 (identico uvaggio del rosso) è un campione. Naturalmente siamo di fronte ad un vino più complesso, declinato però tutto sulla finezza. Rubino vivo e brillante, che va leggermente rarefacendosi nei bordi. È un colore che amo, quasi ci si vede attraverso ed è indice di grande bevibilità. Il naso è estremamente terragno, selvatico, con striature ferrose a corredo di note di prugna e amarena. Medesime sensazioni richiama il palato, con una vena di freschezza in un tessuto compatto, snello, giocato sul filo sottile tra dolcezza e componenti dure. Chiude con una percettibile mineralità. Il tannino vale il nome del vino: nobile. La sensazione che ne deriva è di grande autenticità e persino leggerezza, nonostante si tratti di un vino importante.

Il capolavoro però è la Riserva Nobile Montepulciano 2004. Colore appena più carico del precedente, con una tendenza al granato verso i bordi. Naso che vira su toni cupi. È, sulle prime, inafferrabile, ma mostra un potenziale davvero importante. Appare chiuso, con sentori di china e note selvatiche, vagamente animali, poi si apre lentamente su prugna e amarena che ne costruiscono l’intelaiatura tra la dolcezza e un tocco delicatamente amarognolo, di seguito erbe aromatiche, con alloro su tutte, e ancora le note ferrose che si donano senza tuttavia invadere il campo, poi sottobosco in un susseguirsi fitto fino a rimescolarne gli odori, quasi a voler confondere e sorprendere il degustatore. Pian piano si espande nel bicchiere e cresce in complessità. In bocca esprime una gran forza che spinge il liquido a percorrere la lingua con passo deciso, ma cadenzato, accarezzando il palato. Il cavo orale ritrova esattamente le stesse sensazioni olfattive, che ritornano con grande intensità, presidiandolo. Rilascia una sensazione di pulizia, grazie ad un buon nerbo acido e a una scia minerale che contribuiscono al suo slancio. Il tannino è fitto, ma carezzevole. Chiude lunghissimo, con grande naturalezza e persistenza. Si tratta di un vino più maschio del precedente, ma senza perdere nulla in finezza. Anzi, si potrebbe dire che ne ricalca il carattere, accentuandone tutte le sfumature. Anche in questo caso il timbro artigiano è evidente: autentico e vivo. Talvolta si parla di vino cangiante: ecco, questo ne è un esempio da manuale. Si tratta di un vino che predilige le sfumature. Eccellente sulle pappardelle al ragù di cinghiale, ma è ancor più spendibile sui ravioli di ricotta e spinaci al ragù di chianina che Massimo ha appositamente ideato per una competizione gastronomica dedicata al Nobile. Ultimamente abbiamo avuto modo di riassaggiarlo più volte, e si è rafforzata in noi la convinzione di trovarci di fronte ad un gran vino: gli va dato atto di una grandissima resistenza a bottiglia aperta che ne amplifica le qualità, senza il minimo cedimento.

Ottimo anche il Vin Santo di Montepulciano ’99 (Malvasia del Chianti 90% e grechetto bianco 10%, localmente chiamato pulcinculo), che sosta in “botticelle” apposite, di piccole capacità, in una sala detta appunto “vinsantiera”. Paglierino dorato con riflessi di ambra. Molto consistente. È un vino dal forte contrasto tra toni dolci e un profilo ossidativo di grande eleganza. Al naso la sensazione più evidente è quella del gheriglio di noce ricoperto di miele, ma il chiaroscuro dolce-salato passa per l’ossidazione nobile, ferrosa, per l’albicocca molto matura, ma non passita. Al palato è ancora più espressivo, pimpante, nervoso, con sensazioni dolce-acido-salato in dialogo serrato con leggera prevalenza del primo. Ottima persistenza gustolfattiva, grazie ad una freschezza che lascia la bocca pulita. Perfetto con pasticceria secca.

Ci sono altre etichette che l’azienda Crociani produce: il Rosso di Arnaldo è un blend di uve autoctone, secondo una ricetta che il papà Arnaldo Crociani aveva sperimentato. Stesso dicasi per il Segreto di Giorgio, altro rosso che punta sulla morbidezza, senza tuttavia esagerare (si tratta sì di un vino moderno, ma non caricaturale): il nome nasce dall’idea di Giorgio Crociani di vinificare un’uva alloctona e di miscelarla col sangiovese. Il tipo di uva? Un segreto! A completare il quadro due bianchi (di cui uno che sosta per pochissimo tempo in barrique: Unpòdiba), il Caggiolino rosso (il nome rievoca la vigna di provenienza) e un Chianti Colli Senesi. Ci siamo anche divertiti a degustare il futuro Nobile 2007, da diverse botti, in un gioco con l'”intruso”. L’annata 2007 è stata calda e siccitosa e ha dato vita a vini più carichi nei colori e più esplosivi nella frutta, sicuramente più pronti e con minore capacità di invecchiamento. Tuttavia non sono compromesse la bevibilità e la freschezza e il vino è tutt’altro che piatto.

Una nota finale per l’olio che Susanna produce, delicatamente intenso: da provare.

Per avere la sicurezza di trovare questi prodotti e per degustarli come si conviene, è preferibile andare direttamente in azienda, lasciandosi affascinare dai quei luoghi incantevoli, magari sostando nell’agriturismo Il Cantastorie e provando anche la cucina di Massimo.

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Published in: on 06/10/2008 at 8:07 pm  Comments (1)  

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One CommentLascia un commento

  1. Bel post davvero.. A proposito della ricerca del vero Sangiovese, ti invito su Montalcino Report dove parliamo di alcune novità sulla questione del Brunello…


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