Verticale Barbaresco Riserva Bricco Dante Rivetti con Franco Ziliani

Il Barbaresco di Dante Rivetti non ha la notorietà planetaria di quello di Gaja o di Bruno Giacosa, nemmeno può vantarne la storia, dato che la prima vendemmia ad essere commercializzata a marchio proprio dall’azienda di Neive è del 1988. A dispetto di ciò, va tenuto presente che la Dante Rivetti vanta uno storico di tutte le annate in cui è stata prodotta la riserva, con in deposito ancora un ampio numero di bottiglie per annata, tanto da facilitare una messa in commercio recentissima di vini che oggi hanno anche 18 e 20 anni (a prezzo, inoltre, davvero interessante).

Franco Ziliani la scorsa primavera, insieme a giornalisti amici, come Roberto Giuliani, presso l’azienda Rivetti ebbe modo di degustare 12 annate, riconoscendo al Barbaresco Riserva Bricco una grande capacità di sfidare il tempo.

Tutto questo ha consentito all’AIS di Modena, tramite Franco Ziliani, di organizzare una verticale di 5 annate del vino in questione. A presentarla, l’altra sera a Modena, è stato appunto il noto giornalista di Bergamo. La sala era gremita e le prenotazioni in esubero rispetto ai posti disponibili, tanto da costringere gli organizzatori a replicare la serata in data 10 novembre.

L’azienda, a conduzione familiare e che si avvale dalla consulenza di Donato Lanati, ha nei 12 ettari del vigneto Bricco di Neive il fiore all’occhiello della sue vigne. Da lì, tra i 310 e i 400 mt di quota, nasce il Barbaresco Riserva Bricco.

Il trattamento in fase di vinificazione è mediamente tradizionale, 12-15 giorni di fermentazione-macerazione a temperatura controllata in vasche di acciaio inox (una linea mediana, si può definire, rispetto alle lunghe macerazioni, talvolta in tini scoperti e a temperatura non controllata, dei puristi e alle brevi degli innovatori), poi affinamento in botti di rovere di slavonia di capacità medio-grande.

Franco Ziliani, da gran conoscitore del nebbiolo, pian piano entra nel dettaglio del vino, protagonista della serata, e delle annate presentate, tutte di livello ottimo o eccellente. Qui di seguito le note di degustazione.

 

’99: Partendo dal più giovane al più vecchio, ci è toccato per primo il vino di questa grande annata nelle Langhe, con maturazioni ottimali delle uve e una freschezza ancora viva, tale da concedere un bonus aggiuntivo alla possibilità di evoluzione nel tempo. Il colore è ancora di un rubino intenso, brillante, vivo, con appena qualche riflesso granata. Come si suole, per un gran nebbiolo, la compattezza cromatica si sposa ad intriganti trasparenze (e questo vale per tutti e cinque i campioni). Si concede all’olfatto a partire da una nota di prugna sotto spirito, quindi con un fruttato ancora presente. Scavando a fondo, però, è il carattere terroso e di sottobosco a prevalere: tocchi di funghi e foglie secche, accenni di grafite e carattere vagamente selvatico. Amaretto ed erbe aromatiche completano il quadro. I profumi si susseguono intensi e con insistenza. Naso complesso e persistente, direi quasi potente, autoritario. Al palato il tono autunnale e caldo ritorna, specie all’attacco di bocca, con una dolcezza composta. Nella seconda parte della lingua si scatena l’acidità ad allungare il sorso e a renderlo ancora nervoso, ma vibrante, fino al tannino che in fondo si rivela in tutta la sua incisività (sebbene l’estrazione sia ben matura). È di sicuro, tra i cinque, quello che ruota più sulla freschezza, il più vibrante, che merita un ulteriore affinamento per giungere al suo nadir, ma è innegabile l’energia che esprime e l’architettura ben solida. Da scommetterci per il futuro (molto più sicuro dei future della Lehmann Brothers).

 

’98: Il colore ricalca da vicino quello del campione precedente, mostrandosi a sua volta brillante e vivace. Il naso è meno complesso del precedente, più secco, con meno frutta e una nota molto evidente di grafite che sale dal bicchiere. Anche questo vira molto su toni minerali e di sottobosco, con una trama ancora più terrosa del precedente. In bocca esprime meno energia ed è meno vibrante del precedente, ma a suo modo è molto compiuto, con un tannino più morbido e un’acidità integrata. Ha dalla sua un bonus di sapidità che sospinge il sorso coerentemente fino alla fase di deglutizione. Meno lungo e meno ampio del precedente, è più rilassato e ha forse raggiunto il suo apice. Da godere ora.

 

’96: ancora una volta c’è l’opportunità di confrontarsi con l’annata ’96, nelle Langhe molto controversa, con una vendemmia protratta molto in là nel tempo e che ha consegnato uve mature sotto ogni aspetto, ma con in dote acidità e tannini che solo il tempo più smaltire. Il colore è incredibilmente più vivo dei precedenti (perfino del ’99), a testimonianza di quanto ho appena scritto. Al naso è il più fresco di tutti (forse anche il più bello), con note balsamiche in evidenza, appena sotto la componente fruttata, dominata dalla prugna sotto spirito. Fresche note di liquirizia e folate di menta ad impreziosire un quadro di per sé già complesso, sì, perché non mancano accenni minerali ed erbe: china, rabarbaro, anche la grafite, qualche tocco di cuoio. In bocca mostra una grande struttura, con un attacco caldo e d’autorità a cui fa seguito un rilascio balsamico ed appagante. Il ritorno è quello di erbe aromatiche e sottobosco. È molto profondo e vivo, con tannino in evidenza e ancora quasi graffiante. Di grande lunghezza. Un vino non facilissimo, proprio perché mostra il suo potente impianto, lo scheletro (la qual cosa potrebbe creare soggezione nel degustatore), ma nel contempo quei toni balsamici ne impreziosiscono il corredo, abbellendo un’architettura che non è mera corrispondenza di parti, ma una sorta di energia potenziale, dinamica, in divenire. Ha grande fascino (forse più di tutti) e molto futuro, sebbene non si possa dire ancora compiuto. È però quello che fa tremare la sala e tiene col fiato sospeso gli astanti. Ha la stoffa del fuoriclasse.

 

’90: Il colore è ancora sul rubino, sebbene il granata man mano si fa strada. Tuttavia è compattissimo, senza cedimento. Al naso è il più facile, il più maturo, il più caldo. Si concede subito, senza infingimenti. Suadente, con un’impronta quasi mediterranea e una dolcezza che partendo da piccoli frutti rossi varia dalla cipria al melograno. È però il sentore terroso, persino quella sensazione di idrocarburi, di goudron, che ci riporta alle Langhe. Poi vi è una sfilza di sentori terziari: cuoio, grafite, quasi polvere da sparo… ginepro e erbe aromatiche. In bocca è rotondo, caldo, succoso, di una dolcezza compiuta. Chiude in modo più prevedibile, senza far vibrare, con un tannino ugualmente molto smussato. È un vino compiuto, in perfetta corrispondenza con l’annata. Ma esprime indubbiamente una gran classe.

 

’89: Il colore ricalca perfettamente quello del ’90. Anche qui siamo di fronte ad una grande annata. Il corredo olfattivo è ricco e vivace, con gran precisione nei profumi, pur senza essere mai scontato. Non si concede ex abrupto come il ’90, ma gioca più di finezza. Ha sfumature più delicate del precedente, ma una pari (e forse superiore) complessità: anche qui c’è ancora qualche ricordo di piccoli frutti rossi, ma è la natura minerale a prevalere. Goudron, grafite, china, rabarbaro, erbe aromatiche si rincorrono con una precisione forse maggiore. Al palato è indubbiamente il più dotato di tutti, al momento. Percorre la lingua come un velluto, senza spigoli, con grande coerenza gustolfattiva. È al contempo verticale, affilato, e ampio, profondo, pieno. Ha il nerbo dei grandi vini, con l’acidità a fare da spina dorsale, cosa che gli fa cambiar passo nella seconda parte della lingua: qui la grande differenza col ’90. È interminabile, estremamente elegante e pulito. Come tutti i grandi vini, ne si coglie la grandezza quando si vuota il bicchiere. La grande bevibilità, inoltre, è dalla sua.

 

Il filo conduttore dei vini risiede in un timbro marcatamente terroso-minerale, quasi un imprinting territoriale. Tutti mostrano un corredo olfattivo molto affascinante (e naturalmente l’annata, l’età ne differenziano i toni e le sfumature). L’architettura solida è la chiave di volta della loro longevità, tuttavia non c’è l’imponenza del Barolo, ma la maggiore versatilità e snellezza, propri del Barbaresco.

A fine serata i formaggi selezionati appositamente da Giovanni Gazzetti, proprietario della Boutique del Formaggio a Scandiano, hanno esaltato i vini. Per partire, un già ottimo testun d’alpeggio, piemontese, affinato in vinacce di nebbiolo, poi pian piano si sale in complessità: un caciocavallo podolico di 24 mesi (per fare una breve tappa al Sud), naturalmente a pasta filata, come spesso avviene in Meridione; poi dalle alte Marche un pecorino conciato di fossa, affinato in botti (di vino) esauste per 2-3 mesi, davvero strepitoso; a seguire una toma della valsesia, attaccata da muffe indotte dal pane di segale, che le crea dei piccoli fori: anche questa strepitosa, con chiari sentori di sottobosco, da felce a funghi porcini a foglie di castagno, e dal finale lunghissimo; si chiude con un altrettanto lodevole prodotto: il bleu del Moncenisio.

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Published in: on 29/10/2008 at 11:03 am  Comments (1)  

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