Vini di vignaioli, Fornovo 2008

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Sempre difficile dar conto di assaggi alla rinfusa tra i banchetti di una fiera. Troppe (e troppo differenti) le tipologie assaggiate tanto da rischiare la confusione.

I vini di vignaioli a Fornovo valgono però la visita. L’ambiente (un grosso tendone) è raccolto, le aziende produttrici non sono tantissime, quindi è facile venire a contatto direttamente coi produttori (anche perché trattasi di aziende a conduzione familiare, molto piccole, e perciò son presenti gli interpreti stessi). Tutti lavorano rispettando fermamente la natura, il territorio e le uve: chi in un modo chi in un altro pratica la minima invasività per consentire alla natura di esprimersi al meglio attraverso il bicchiere.

Alcune di queste aziende presenti sono ormai note al pubblico degli appassionati, altre si stanno facendo strada, altre sono prossime alla consacrazione definitiva, ma non ci si monta mai la testa.

Di domenica tuttavia si fa fatica a sgomitare tra i banchi e ad alcuni bravissimi vigneron purtroppo si rinuncia (vuoi perché troppo affollato il loro banchetto, vuoi perché hai seguito un certo percorso e arrivi ad un certo punto con la stanchezza che ti tradisce): è il caso dell’ormai cult Pino Ratto, degli Champagne di Francis Boulard, de I Clivi, di Terpin, dei vini dolci di Marco Sara e di tanti altri. Del resto non puoi assaggiare tutto.

Le note saranno perciò in ordine sparso e sempre difettose (ribadisco: è inevitabile in questo caso). Non mi è stato possibile prendere appunti, talvolta tralasciando perfino l’annata (mi scuso quindi in anticipo con lettori e produttori per le imperfezioni).

 

Emilia:

 

Un piccolissimo produttore piacentino, Denavolo, ci fa sorseggiare il suo unico vino, un bianco (tiratura limitatissima) del 2006, a base malvasia, che macera alcuni giorni sulle bucce. Com’è da aspettarsi, il colore è tutt’altro che limpido (nessuna filtrazione), volatile ancora percettibile, ma sotto c’è una deliziosa buccia d’agrumi, un tocco di mandarino, molto espressivi. Come ci si attende, ha un bel nerbo acido che caratterizza il palato. Vino dichiaratamente di “vignaiolo”. Le uve provengono da “un vicino di casa”, da una vigna di circa 25 anni di età, ma ne hanno appena comprato una che fra qualche anno sarà produttiva. In bocca al lupo per il futuro!

 

La Stoppa di Elena Pantaleoni, ugualmente piacentina della Val Trebbiola, non ha bisogno di presentazioni. Azienda già abituata ai clamori mediatici, lavora i suoi 30 ettari di vigna con la massima naturalezza: niente diserbanti, niente concimazione, niente pesticidi, pochissimo zolfo e rame. Ho sentito due etichette, l’Ageno e La Macchiona. Vi parlo del primo (se la memoria non m’inganna l’annata è 2005), perché un bianco di certo interesse per le sue peculiarità: da uve malvasia di Candia, ortrugo e trebbiano, solo lieviti indigeni, 30 giorni di macerazione sulle bucce, affinamento metà in barrique metà in acciaio, colore non limpido, naso con appena un po’ di volatile sulle prime, ma che poi si stende su note molto precise di fiori e buccia d’agrumi; sorso lungo, deciso, verticale, ma nello stesso tempo solido e appagante.

 

L’Azienda Maria Bortolotti di Zola Pedrosa (BO), presenta vini dei Colli Bolognesi, in particolare diverse tipologie di Pignoletto, dal frizzante al fermo vinificato in legno. Singolare il Bibendum, dal nome oraziano: una barbera dolce da vendemmia tardiva che non ammicca affatto col suo residuo zuccherino, ma lavora sulla freschezza per salvaguardare la pulizia del palato. Risultato raggiunto.

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Ca’ de Noci di Puianello di Quattro Castella (RE) ci presenta un vino bianco frizzante da uva spergola, il Querciole. La peculiarità di tale etichetta è la fermentazione che avviene sulle bucce. Vi è in seguito una rifermentazione in bottiglia senza espellere i lieviti. È alquanto singolare sentire un frizzante bianco, tipicamente dal piccolo corpo, esprimere una consistenza tannica sulla lingua, ma l’effetto non è sgradevole. Anzi, forse è il prodotto aziendale più interessante (ad ogni modo non ho sentito il brut). Il Sottobosco è un lambrusco frizzante rifermentato in bottiglia di tannicità spaventosa (grasparossa, malbo gentile, maestri): piuttosto allappante, è da considerarsi più un esperimento che un lavoro già compiuto, dato che la freschezza tipica di un vino frizzante va a cozzare con la struttura coriacea dei tannini rischiando di frenarne l’espressione. Ad ogni modo, da seguire (di certo non è un lambrusco da bere entro l’anno: già questo rappresenta una insolita sorpresa: da risentire fra qualche anno, senza pregiudizi nei confronti della tipologia che lo vorrebbe sempre d’annata). Stesso dicasi per l’Aresco, un passito da moscato e malvasia che prevede una minima macerazione sulle bucce e che perciò, al di là della dolcezza e morbidezza consueta, lascia esordire un tannino che non t’aspetti…

 

Friuli Venezia Giulia:

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Consueto incontro con Dario Princic, produttore che amiamo molto. Sentiti il Pinot Grigio 2005, solito brillante esempio di bianco macerato sulle bucce, dal colore rosato, dall’ampio spettro olfattivo al di là di ancor presenti sentori di riduzione, appena più diluito in bocca per via forse dell’annata, ma di grandissima bevibilità, checché se ne dica riguardo ai viniveristi che macerano i bianchi sulle bucce (che per qualcuno potrebbero essere famolostranisti, ma non lo sono); insolito e affascinante il classico blend aziendale Trebez nell’annata 2004 che, come ci racconta Dario, ha subito una rifermentazione inattesa (si fa per dire, visto l’assoluto abbandono del vino a sé stesso, per farlo “crescere” così come natura vorrebbe): strano perché la volatile è ancora molto alta e in più vi è un residuo di carbonica ancora ben percettibile sia al naso che in bocca; affascinante perché il vino evidentemente durerà di più nel tempo, ma già ora esprime non una, ma 3 marce in più al palato per persistenza, energia trascinante, ritorni odorosi, rispetto al pur bello 2003 (sentito l’ultima volta qualche mese fa). Anche qui la bevibilità è salva (anzi, splendida) grazie al complesso quadro di aromi che il vino riesce ad esprimere e ad una rara intensità agrumata, alla fluidità che riesce ad avere in bocca, bilanciando così le spigolature connaturate a vini di tale fattura.

Infine la Ribolla 2003, che mostra sì un tannino mordente, ma nel complesso una dinamica interna tutt’altro che trascurabile, mostrandosi scorrevole e ricco al palato più che al naso.

 

Veneto:

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Angiolino Maule non ha bisogno di presentazioni. Erano a rappresentare la sua azienda La Biancara un ragazzo (il figlio?) e una ragazza biondissimi che ci hanno versato i loro vini: I Masieri, il Sassaia e il Pico. Tutti molto espressivi nella loro spiccata mineralità vulcanica. Inutile dire che tra loro, però, il Pico 2006 (garganega in purezza) brillava per freschezza, vivacità, complessità, intensità di profumi e dinamica interna. Un vino simbolo dei bianchi macerati sulle bucce, senza filtrazioni, senza chiarifica, da terreni non concimati da molti anni. Un grande esempio di “vino naturale”.

 

Toscana:

 

Qui la curiosità è tanta per 3 aziende ilcinesi presenti alla fiera, sostenitrici convinte delle qualità del sangiovese 100%.

 

Il Podere Sante Marie di due coniugi bergamaschi trasferitisi a Montalcino, Marino e Luisa Colleoni, è nell’area nord-est del borgo ilcinese, con vigne a circa 450 mt slm, per un totale di 1,5 ettari, distribuiti in 3 particelle con esposizioni differenti. Il risultato è un rosso di Montalcino ed un Brunello dal carattere più fresco che potente: agricoltura biologica, affinamento in botti grandi, insomma, carattere tradizionale. Il Rosso 2006 risponde alle aspettative dell’annata che ha dato prevalentemente buoni risultati: vino particolarmente succoso, fine, senza storpiature. Il Brunello 2003 conserva a sua volta freschezza ed equilibrio, con tannini ben estratti ed un’articolazione interna che sembra non subire l’annata calda. Ciò che li rende particolarmente graditi è la grande bevibilità.

 

Di Sant’Angelo in Colle invece è l’azienda Campi di Fonterenza delle gemelle Francesca e Margherita Padovani, “lumbard”, come loro stesse hanno confessato, trasferitesi nel ridente borgo selvaggio che dà vita ad uno dei più classici vini dell’enologia nazionale. Sono 4,2 gli ettari vitati, di cui quasi 4 a sangiovese (circa 2 quelli dichiarati a Brunello), a circa 420 mt di quota. Biologico. Macerazioni lunghe e affinamenti in grandi botti sia per il rosso che per il Brunello. Molto interessante il Rosso di Montalcino 2006, con naso quasi “brunellesco”, maturo, appena selvatico; di buona struttura e al contempo dinamicità al palato, lungo e appagante, con un finale niente affatto banale (per essere una denominazione di ricaduta…). Un vino che definirei tridimensionale, pieno, profondo, ricco. In anteprima sentiamo il Brunello 2004 (il primo prodotto dall’azienda), vino di grande struttura, che già al naso mostra toni cupi, animali, ma un frutto bellissimo in primo piano. In bocca è caldo, ma con acidità e tannini ancora molto vivi che necessitano del tempo per integrarsi appieno. Mostra tuttavia un gran potenziale che fa prospettare un felice futuro. Uno di quei vini che si aprono di mezzo millimetro all’anno e che abbisognano di pazienza e tempo (ma il vino, signori, è questo). Per chi lo saprà attendere…

 

Stella di Campalto (il nome della proprietaria per la precisione è l’altisonante – e chiaramente nobile – Stella Viola di Campalto) dietro l’elegante etichetta bianca mostra un Rosso di Montalcino 2006 che darebbe lezioni a molti Brunello. Intanto le vigne sono a Castelnuovo dell’Abate, nei pressi dell’abbazia di Sant’Antimo, area sud-est di Montalcino, 280-360 mt slm. Viticoltura biodinamica. Non hanno ancora prodotto un Brunello (2002 e 2003 non si prestavano, il 2004 fra poco vedrà la luce e ce la immaginiamo radiosa), ma questo Rosso 2006, dicevo, è un grande vino davvero, con un naso di grazia assoluta, delicato e persistente insieme: frutta matura al punto giusto (ciliegia), piccoli frutti rossi, quasi un senso di succo d’uva (sembra banale vero? Ma è invece l’evidenza del gran vino), accenni speziati e sottobosco ad arricchire un quadro ricchissimo; in bocca è elegante, si distende sulla lingua rilasciando prima un vellutato calore e poi una rinfrancante freschezza, chiudendo in un finale lunghissimo che richiama ciò che il naso aveva prima percepito. Nient’altro da aggiungere se non: complimenti vivissimi.

 

Liguria:

 

Di Santa Caterina ho degustato i due vermentino (uno classico ed uno frutto di una macerazione sulle bucce): il primo, un Vermentino Colli di Luni 2007, molto espressivo al naso, con ricordi mediterranei ed una bocca sapida; il secondo, Poggi Alti 2007, più scontroso, ma anche più ricco, sebbene forse meriti del tempo nel bicchiere prima di aprirsi del tutto. Infine il podere Giuncaro, un blend con albarola, vermentino, traminer e sauvignon, dove i due aromatici cedono il passo al territorio e alla salinità. Si tratta di 3 bianchi senza fronzoli e ammiccamenti, piuttosto diretti, ma non per questo privi di carattere. Più semplici i rossi, con un blend di uve tipiche di Toscana e dell’area di Sarzana (merla, foglia tonda, bonamico), un merlot in purezza e un blend sangiovese, cabernet sauvignon e merlot.

 

Di Walter De Batté (azienda Prima Terra, in verità) in condizioni di assoluta precarietà (il banchetto era accerchiato da altre 3-4 persone) son riuscito ad assaggiare 3 bianchi e a farmi dire qualcosa circa la loro genesi. Si tratta intanto di nuove sperimentazioni in aree limitrofe alle Cinque terre: viticoltura biologica ed intervento dell’uomo ridotto all’osso anche in cantina. Il Carlaz è un vermentino che effettua una breve macerazione sulle bucce e si affina poi sui lieviti in botticelle con spessore più ampio e senza tostatura: è un vino piuttosto verticale, iodato al naso e sapido al palato, con gran freschezza, naturalmente. Il Viasso assembla vermentino, albarola, chardonnay e traminer: ha un naso più articolato e spiazzante del precedente, ma anche il periodo di macerazione sulle bucce aumenta. L’Harmoge (vermentino, bosco e albarola) ha un naso a metà strada tra un bianco di Borgogna e un riesling, minerale, con bocca molto complessa, sebbene resti piuttosto verticale nel suo incedere, e con un finale più lungo. Dei tre forse è quello con maggiore personalità, sebbene si tratti di 3 vini sui generis, di certo non accomodanti, ma ricchi di fascino.

 

Piemonte:

 

Della Cascina Zerbetta è stata interessante la Barbera del Monferrato. Il 2004 aveva una nota vegetale al naso, ma anche molta freschezza che in bocca aiutava la beva. Più maturo il 2006, con un tasso alcolico superiore. Entrambi esibivano un corpo abbastanza importante, ma preservavano una certa agilità. Mi è sembrato un classico vino di compagnia a tavola, facilmente abbinabile a primi piatti con sughi appena più strutturati e ad una gran varietà di secondi di carne. Quello che un buon barbera deve essere.

 

I due ruché della Cascina Tavijn sono vini immediati al palato, freschi, comunicativi, ma niente affatto ruffiani; di grande intensità aromatica al naso, come si confà a tale tipologia: rosa, geranio per un floreale magnifico. Ho preferito la versione in acciaio a quella in legno (la  seconda schiacciava un po’ i profumi tipici del vitigno). Vini sbarazzini di gran piacevolezza (non è una parolaccia, state tranquilli).

 

Guido Zampaglione è un ragazzo di Calitri trapiantato in Piemonte. Qui ha fondato la Tenuta Grillo, operante secondo principi massimamente biologici. Vino di classe cristallina il Baccabianca 2004, 100% cortese, lunga macerazione sulle bucce, grande naturalezza espressiva. Dopo la folata di volatile si apre in richiami floreali e fruttati delicati e intensi a un tempo. In bocca si espande bene, con coerenza ed un gran nerbo acido a fare da spina dorsale.

Il Pecoranera 2003 è un blend di freisa, dolcetto, barbera e merlot. Meno estremo del bianco, ha però carattere ed un certo rigore al palato.

 

Campania:

 

Un salto dal Piemonte alla Campania, sempre Guido Zampaglione, con il Don Chisciotte 2006 de Il Tufiello, vino a base fiano, estremo, su terreni in genere distanti dalla tradizione vinicola (siamo a Calitri a 800 mt di quota, in un clima piuttosto rigido, di montagna, sull’Appennino) con lunga macerazione sulle bucce, al momento ancora un po’ frenato (siamo però ai primissimi esperimenti), con alta volatile al naso, a cui fa seguito un tocco di camomilla e fiori gialli, ma è il carattere minerale a dominare. In bocca si avverte l’eleganza del fiano, con un corpo qui più leggero, ma con la consueta freschezza. Crescerà in futuro (grazie alla vinificazione non spinta e alla grande capacità di invecchiamento del vitigno).

 

Una vendemmia un po’ anticipata (così ha detto Daniela) per l’aglianico taurasino ha tenuto lontano da Fornovo Antonio di Gruttola. Quindi a rappresentare la Cantina Giardino di Ariano Irpino (AV) è la moglie. Per la cantina irpina ci sarebbe da fare un discorso a parte, data l’esiguo numero di bottiglie e la loro originalità. Un cenno meritano le etichette, alcune delle quali si distinguono per la somiglianza a certe celebri tele di Mirò. Peccato non aver potuto provare il rosato Volpe Rosa, da Coda di volpe rossa, un vino introvabile da un vitigno introvabile: non l’hanno portato, ma del resto poche centinaia di bottiglie non sono da far assaggiare in degustazioni. Il banco è preso d’assalto e Daniela è costretta a spiegare in francese che le sue botti non sono molto tostate, ma piegate a vapore (impresa ardua). Attendo fiducioso e alla fine sono ripagato, perché la batteria di vini è più che interessante. Il Paski 2007 è il più semplice della casa: coda di volpe bianco in purezza, vinificato parte in acciaio e parte in botti di castagno. La parte in botte, dopo due mesi di fermentazione, viene aggiunta a quella in acciaio. Antonio praticamente vendemmia, diraspa, pigia e lascia fermentare-macerare sulle bucce. Non fa altro. 6 mesi di affinamento. Vino con volatile molto presente, ma che va via se lo si lascia nel bicchiere. Diretto e senza fronzoli sia al naso che al palato, è ciò che si chiede ad un bianco base.

Col T’ara rà 2006, greco 100%, saliamo di intensità. Sette giorni sulle bucce dopo che una parte viene pigiadiraspata ed un’altra solo pigiata. Un anno sui lieviti fini in botti di grande capacità. Giallo paglierino dorato, intenso al naso con classiche note di frutta gialla, ma con un bonus minerale ad impreziosire il corredo olfattivo. In bocca è lungo con un finale di miele su una base molto sapida. Gran bel greco.

Il Gaia 2006 è il vino che si affina nelle “botti piegate a vapore”: fiano 100%, criomacerazione sulle bucce per due giorni e il risultato è un vino finemente aromatico e di grande mineralità e ampiezza. Tuttavia è la verticalità a caratterizzarlo, con una freschezza già al naso che lascia intendere cosa accadrà al palato. La frutta, pur ben presente, lascia il passo a note terziarie molto invitanti. A mio parere è un vino da comprare oggi e da bere fra 3-4 anni per il potenziale che mostra.

Il Sophia 2006 è l’ultimo nato, blend di fiano, greco e coda di volpe: una pazzia, ci dice Daniela con la sua collaboratrice! Fermentazione e macerazione per 180 giorni in anfore di terracotta di circa 200 litri. Dopo, un anno in legni esausti. Grande bevibilità coniugata alla complessità: sembra frutto, più che di un ossimoro, di una sineciosi (per rubare un vocabolo alla retorica di Franco Fortini), secondo la quale la morbidezza e la frustata acida vanno via insieme, lasciano un appagante senso di leggerezza al palato che chiude con grande eleganza. Questo è assolutamente da risentire con maggior calma, ma lì per lì ha emozionato. Pochissime bottiglie, come del resto per tutta la produzione.

Stesso dicasi per l’Adam 2006, greco che resta sulle bucce per 4 giorni in criomacerazione pre-fermentativa. Anche in questo caso il vino fermenta e si affina in barrique piegate a vapore. Giallo oro, naso affascinante ed estremamente ricco, con note decadenti di frutti gialli appena appassiti, miele, fiori secchi. Sontuoso in bocca con l’alcol e il gran corpo ad equilibrare un’acidità viperina. Finale molto lungo. Uno dei migliori esempi di greco che abbia mai sentito. 800 bottiglie.

L’aglianico è declinato in 3 interpretazioni: il “base” Le Fole 2006, affinato in acciaio e in grosse botti per sei mesi, di massima naturalezza espressiva per un aglianico giovane (che, quando ben realizzato come in questo caso, non è mai banale); il Drogone 2005, lunga macerazione, poi in tonneaux di terzo passaggio per 2 anni, infine in bottiglia per 6 mesi. È dei tre la versione più accomodante, ma esprime ugualmente una grande energia al palato, grazie alla struttura e alla freschezza che caratterizzano questo nobile vitigno; il Nude 2004 è un gran vino, figlio di una grande annata che il bicchiere riesce a restituire intatta nella sua complessità. È un vino dal grande potenziale, che avrà molti anni davanti. Oggi ha un forte carattere minerale fin dal naso, dove si avverte chiara la liquirizia e ciliegia sotto spirito. In bocca è la quintessenza dell’aglianico, scattante, potente, ampio, fresco: colonizza il palato esprimendosi in un allungo da maratoneta, infatti dalla seconda parte della lingua in avanti cambia passo e accelera, chiudendo molto lungo. Il tannino è ben estratto ed è nobile. L’acidità, viva, è integrata nella grande architettura. Poco altro da aggiungere se non che si tratta di un gran rosso.

 

Puglia:

 

Cristiano Guttarolo cala un bel tris di Primitivo di Gioia del Colle. Vitigno spesso banalizzato, trova nelle mani di questo giovane vigneron un’identità perduta. Le versioni acciaio, legno e anfora sono espressivi, e non scimmiottano vini muscolari, cercando di conferire anche un po’ di eleganza ad un vino tendenzialmente di gran corpo e un po’ carente di acidità. Il risultato è apprezzabile, specie in quello affinato in anfora, dove la gamma dei profumi è ampia, calda, ma non banale ed in bocca riesce ad essere fiero ma non compiaciuto, con un’acidità che lo tiene ben saldo nel bicchiere.

 

Sicilia:

 

Arianna Occhipinti lavora nel ragusano, nei pressi dei monti Iblei, in quel di Vittoria. Non ho visto lei al banco, ma c’era sua sorella Fausta. Il loro Frappato, frutto di una vinificazione estrema, come quella di gran parte dei produttori presenti in fiera, pochissimo intervento in vigna, affinamento in tonneaux, nessuna filtrazione, è un vino sbarazzino, bevibile, ma complesso, che vive di mezze tinte e di sfumature, ma soprattutto prediligendo un registro minerale a quello più banalmente fruttato. Il Siccagno, invece, nero d’avola al 100%, è un vino più potente, ma senza disperdere quel patrimonio femminile che le due ragazze riescono a conferirgli. Dimenticate il 95% dei nero d’avola in circolazione e provate quello di Occhipinti: è semplicemente un’altra storia.

 

A rappresentare la nota azienda Marco De Bartoli c’è il figlio dell’attuale proprietario, che pretende l’assaggio di tutta la gamma prima di godere dei Marsala. Ho sempre trovato il grillo un vino dall’acidità piuttosto bassa, sebbene i bei profumi floreali di quello di De Bartoli lo renda più affascinante del solito. Di ottimo livello l’intera gamma, dal Passito di Pantelleria Bukkuram al più accattivante e moderno Marsala Vigna La Miccia. Ad ogni modo il mio palato è estasiato dal Marsala Vecchio Samperi 20 anni, asciutto e caldo, rigoroso, quasi austero con i suoi sentori eterei. Uno di quei vini che si beve “col naso”, come direbbe qualcuno.

 

Francia:

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Tra le altre cose ho sentito anche un rosato di Chateau St Anne, del Var. Una ressa dinanzi a Binner non mi ha fatto godere appieno dei vini alsaziani lì presenti, ma un Riesling del ’98, che giocava a metà strada tra il dolce-non-dolce, aveva un naso di idrocarburi molto tipico ed una bella progressione al palato. Ad ogni modo ho molto apprezzato i vini corsi di Antoine e Marie Arena, con il Vermentino e il Bianco Gentile molto espressivi (in particolare il vermentino aveva la classe del grande vino), ma è stato soprattutto il Muscat de Cap Corse dolce ad emozionare: di rara eleganza che quasi fa pensare ad un vino di montagna più che di mare, per la sottigliezza dei profumi, per la delicatezza al palato, per come, infine, sussurra.

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Published in: on 04/11/2008 at 11:04 am  Comments (8)  

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8 commentiLascia un commento

  1. Buongiorno.
    Ammetto che non ho letto finora tutto l’articolo ma una volta arrivato al “mitico” Princic sono sobbalzato: di fronte a tanta cieca esaltazione mi preme ricordarvi che “il frutto naturale della fermentazione dell’uva è l’aceto”, non è il vino. Se poi l’aceto sia più o meno buono del vino, è questione di gusti, ma la scienza è scienza , perdonate.
    Buona giornata.

  2. Vero quel che dice la scienza, ma ricordiamo anche che tra il mosto e l’aceto c’è l'”incognita” vino. Princic, per quanto estremo, non fa aceto. Anzi, forse tra i vignaioli di confine che operano con macerazione sulle bucce per i bianchi, nell’area goriziana, è quello meno estremo. La volatile del Trebez 2004 è sì alta, ma sta già scendendo molto, come ci ha raccontato Princic, dati alla mano. Sono vini da scaraffare, come lui stesso più volte ripete senza nascondersi. E passata la folata di volatile, quel vino è tutt’altro che aceto.
    C’è un’accortenza da avere e su questo sono d’accordo con le tue parole: per fare vini naturali bisogna che tutto, ma proprio tutto, dalla vigna alla cantina sia perfetto, perché basta poco per riempire di difetti un vino. Voglio dire: non tutti possono permettersi di fare “vini naturali”. Secondo noi Princic è uno di quelli che può permetterselo.
    Ad ogni modo, Andrea, il tuo parere mi interessa molto. Possiamo continuare via mail, se ti va.

  3. grazie…spero di avervi trasmesso una Sicilia un po’ diversa.
    mi dispiace non avervi conosciuto, forse ero un attimo via.
    alla prossima
    arianna occhipinti

  4. Gent.mo commentatore
    Sono Renato De Bartoli, figlio di Marco De Bartoli,responsabile della produzione (colui che segue dalla vigna alla vinificazione la produzione dei vini).
    Mi è d’obbligo ringraziarla per il tempo che ci ha voluto dedicare sia nell’assaggio,che nel commento ed apprezzamento dei nostri vini. Mi è altrettanto d’obbligo voler replicare su alcuni punti che dalle sue parole, interpreto a sfondo polemico. Mi riferiso alla parte iniziale del suo commento precisamennte ai primi due periodi.
    Il primo, quello che Lei chiama “pretesa” nel voler far degustare tuttala gamma prima dei Marsala, come se fosse un attegiameno di imposizione o peggio di ricatto nei confronti dell’interlocutore. Mi dispiace ma non è questo il nostro attegiamento ne la nostra strategia aziendale, è semplicemente un modo di far degustare in maniera ordinata i nostri vini. Noi non abbiamo una “gamma” di vini, noi produciamo principalmente con 2 varietà (Grillo di Marsala e Zibibbo di Pantelleria)con cui produciamo sia vini più giovani e contemporanei che quelli più invecchiati e tradizionali. In questa logica per meglio far comprendere queste varietà ed il nostro territorio il percorso è obbligato ma non imposto e pretenzioso.
    L’altro punto riguarda la Sua personale esperienza di degustazione e conoscenza del GRILLO, che visto che li ha SEMPRE trovati bassi di acidità, mi permetta un mio personale commento: o non ha saputo scegliere quelli giusti, o il suo pregiudizio nei confronti di questa varietà lo hanno sempre fuorviato; visto che i nostri vini (quelli più contemporanei)hanno valori di acidità totale(naturale) che vanno da 6 a 7 g/l con ph da 2,90 a 3,30, direi dei valori importanti visto che siamo nell’estremo occidente della Sicilia, in pianura, a 5 km dal mare.

    Spero poter conoscerLa personalmente magari nelle nostre aziende di Samperi e Bukkuram.

  5. Gentile Renato, nessun intento polemico da parte mia. Mi spiace quando l’ironia viene fraintesa, la qual cosa è indice talvolta di troppa seriosità e poca leggerezza. La invito a rileggere con maggior rilassatezza, appunto, ciò che ho scritto riguardo ai suoi ottimi vini, perché, ribadisco, non vi è nessuna polemica, se non una bonaria, pacifica ironia. Quanto al grillo, ahimé, ne circolano di discutibili, ma non mi sembra sia il caso del suo che ho apprezzato, come pure mi sembra di aver scritto, conoscendo bene la difficoltà a preservare una buona acidità in un’area così calda e per giunta in pianura. Questo sta semplicemente alla vostra bravura nel realizzare vini. Detto ciò, la prego di non voler leggere toni polemici laddove non vi sono. Cordialmente
    Luigi Metropoli

  6. Complimenti per il post chilometrico ed esaustivo. Un pò mi vergogno a dirlo davanti ad un post così dettagliato, ma anch’io ho scritto tre piccoli post di questa manifestazione che mi è sembrata davvero interessante.

  7. Cari Luigi e Barbara,

    Siamo molto contente di avervi trasmesso la gioiosa mineralità del nostro territorio, stupisce e gradevolmente colpisce come il vino naturale faccia passare il messaggio del territorio, della sua preziosa diversità da coltivare, quando oltre a essere un piacere per i sensi il diventa fonte di cultura e cia aiuta a interpretare positivamente le contraddizioni del mondo in cui viviamo. vi aspettiamo in azienda per un incontro ravvicinato con le nostre pietre!

    Fausta Occhipinti

  8. Dico solo: Luigi e Barbara siete due dei più grandi intenditori di vino che abbia mai conosciuto!
    Lo so, ora voi penserete: “E’ chiaro che tu dica questo, 56 righe, una descrizione precisa e positiva su tutti gli otto vini che hai portato a Vini di Vignaioli!”
    Io rispondo: mi hanno fatto molto piacere e poi chi scrive ha dimostrato davvero di avere “Vissuto Vini di Vignaioli” e non solo riguardo a Cantina Giardino. Oggi mi sento più stimolata e forse mi iscrivo ad un corso di francese.


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