Si può parlare, con equilibrio, di vino?

Ieri è apparso un articolo di divertita ironia sul blog di Luciano Pignataro, a firma di Paolo de Cristofaro che, scherzando, scriveva di detestare il Montevetrano, quasi dal profondo del cuore, fingendosi un infiltrato nella verticale di alcune annate della celebre etichetta. Evidentemente quell’articolo ha fatto discutere “a porte chiuse”, data la pubblicazione stamani di una breve corrispondenza via mail tra Pignataro e De Cristofaro che ritornano sull’articolo in questione.

Pur preferendo altri vini in Campania, devo ammettere che in un ipotetico mondo in cui ci si trovasse quasi esclusivamente con autoctoni o botti grandi (come si auspica, naturalmente scherzando, De Cristofaro), alcuni di quei grandi vini figli degli anni ’90, che hanno inaugurato una nouvelle vague nell’Italia enologica, non subiranno alla lunga i problemi di un’inversione modaiola perché hanno saputo trovare una loro misura, come ha scritto recentemente parlando di modernità e tradizione Ernesto Gentili in un articolo sul blog vino dell’Espresso.

Il Montevetrano non è un vino caricaturale, non fa la corsa su altri vini. È un solista, in qualche modo. È lecito preferirgli qualche altro vino, come talvolta succede pur riconoscendone con consapevolezza un’innegabile importanza e una sua grandezza (anche il sottoscritto ha i suoi rossi preferiti in Campania, quei 7-8 tra i quali il Montevetrano non rientra, come si capisce da alcune cose che ho scritto a riguardo, ma non è l’ultimo in classifica, sia chiaro).

Forse oggi in Italia, dopo il superamento di un’euforia che ha generato anche dei mostri (ahimé di  vini sbagliati ce ne sono ancora molti, forse anche troppi), si può parlare con calma e senza pregiudizi di quei vini che sono nati in quel periodo (alcuni dei quali di ottima fattura ed equilibrio). Personalmente dico sempre che il vino è punto di equilibrio tra natura e cultura, a patto che la seconda non scada in un abuso della tecnica, dando scacco matto alla prima, cancellandola.

Forse continuerò a preferire un grande aglianico ad un grande cabernet per un mio gusto personale (ho sempre qualche problema con le note verdi e “peperonate” del secondo: e ricordo di averlo detto chiaramente a Francesco Leanza di fronte al suo Dopoteatro, in seguito all’assaggio che era stato preceduto da quello di uno splendido Brunello: ne scriveremo a brevissimo), ma se si tratta di un grande cabernet o taglio bordolese, non costa molto ammettere che sia tale (si può dire del Sassicaia che è un vino cattivo? Credo di no e non perché si chiama Sassicaia), come forse continuerò a preferire un vino che tende ad essere meno forzato possibile e meno costruito possibile, con una genuina curiosità per i naturali e vini veri (quando realizzati con cognizione di causa). Ma i gusti cambiano, le persone evolvono. Resta il rispetto per chi è riuscito a trovare, nel vino realizzato, una stabile identità, più forte di questi cambiamenti in atto. Ognuno in possesso di una qualche consapevolezza enoica si divertirà poi a bere come meglio ritiene opportuno.

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Published in: on 07/11/2008 at 1:03 pm  Lascia un commento  

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