Serata Verdicchio all’Enoteca Fiorini

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Il verdicchio è proprio un gran bel vitigno, è vero. Non è tautologia, non è retorica: bisogna dirlo più spesso e farlo presente ai consumatori. Sì, soprattutto ribadirlo, dato che ancora oggi nell’immaginario comune il suo nome è sinonimo di vino semplice, snello, da supermercato: l’esatto contrario della verità. I tempi cambiano e se decenni fa l’anfora di Fazi Battaglia era utile a diffondere l’immagine di quel vino marchigiano oltralpe, oltre-Manica e oltreoceano, oggi quella stessa bottiglia, per il semplice fatto di continuare a gironzolare tra gli scaffali della grande distribuzione, sembrerebbe sufficiente a screditare tutta la categoria. Eppure non è così. A ben guardare i produttori di verdicchio raramente vantano numeri sensazionali: oggi è molto più facile trovare su quegli stessi scaffali chardonnay siciliani, traminer altoatesini e falanghina campana, talvolta vini di discreta e buona fattura talvolta no (ahimé com’è raro trovare un punto d’incontro tra quantità e qualità! Bravi i pochi che ci riescono). L’unico che di solito incontro nella grande distribuzione è il verdicchio “base” di Ampelio Bucci, di cui tutto si può dire tranne che sia un cattivo vino.

Ricordo che circa un anno fa in una degustazione-festa coperta, con amici a Napoli, quello che era un Verdicchio di Matelica (per la cronaca uno straordinario 2004 Collestefano) aveva un naso talmente minerale e affascinante da poter esser scambiato per chissà che, se non fosse stato per la solita grande struttura che si palesava alla bocca (ma con una acidità quasi da riesling!).

Ebbene, mercoledì scorso all’Enoteca Fiorini ci siamo divertiti con 4 verdicchi secchi ed un passito.

3 dei Castelli di Jesi ed uno di Matelica. Annate tutte differenti, per avere la massima indeterminazione e per ridurre il più possibile un approccio didattico. Anche questo è una sorta di incontro carbonaro più che un incontro di degustazione. Si beve per aver piacere nel farlo. Tutto qui. E magari per dimostrare che in più produttori sono in grado di realizzare un buon prodotto. Come al solito non mancava un buon piatto, questa volta è toccato ad un salmone preparato in modo più elaborato per esaltare insieme la struttura e la freschezza dei vini in degustazione. Il passito invece è stato accompagnato da varia pastecceria secca.

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Il primo campione è il paradigma del vitigno e della tipologia Castelli di Jesi, il Verdicchio “base” di Ampelio Bucci. Un po’ penalizzato dall’annata 2007 (naso più semplice del solito, maggiore rotondità, ma anche minore tensione gustativa a causa degli estratti e della glicerina che risultano più percettibili, in un bianco che già normalmente viaggia su parametri piuttosto alti sotto questo aspetto), pur non brillando, si è dimostrato un vino affidabile. Ho di recente bevuto un 2006 che paradossalmente sembrava più giovane, fresco e pimpante del 2007. Ad ogni modo nel 2007 i riflessi tipici del vitigno, quel verdolino che stria il color paglia, erano ancora vivi. La consistenza nel bicchiere era tuttavia evidente. Naso ancora fresco, floreale, ma meno espressivo e verticale. I toni caldi cominciano già a mostrarsi. Ricordi di pera matura, qualche cenno di esotico. In bocca, pur non essendo molto ampio, è appagante, solido, con un finale appena più semplice, per via della sensazione piuttosto calda data dal misto di alcol e glicerina. Nel bicchiere non è però monocorde, evolve, rilassandosi col trascorrere dei minuti fino a perdere quegli accenni alcolici che disturbavano il corredo olfattivo.

 

È la volta del Verdicchio Classico Superiore Vigna delle Oche 2006 della Fattoria San Lorenzo. Verdicchio esemplare e vino di gran classe, quasi all’unanimità eletto il migliore della serata. Lunga sosta sulle fecce fini per quel che riguarda la vinificazione, ma già prima, gran rispetto per la vigna e l’ambiente da parte del suo artefice, Natalino Crognaletti. Paglierino non molto carico che tende a dissimulare invece la ricchezza di materia e la forza che il vino esprime al naso e al palato. Il registro olfattivo è intrigante: fresco e intenso con note di fiori bianchi, mela golden, sensazioni di buccia d’arancia, erbe di montagna, finocchietto selvatico, anice, una lieve speziatura, ma soprattutto un tono quasi roccioso che si mostra ancor prima che in bocca. In bocca ha un ingresso sontuoso, elegante e nello stesso tempo molto teso, con un’acidità ancora molto spiccata, ma che riesce ad equilibrare anche l’importante struttura del vino, conducendo il liquido verso un finale vibrante, ricco, quasi salato. È un vino dalla doppia anima: fresco e reattivo da un lato, ricco e potente dall’altro. Di certo è quello che maggiormente impegna il palato, inducendolo a salivare costantemente sia per l’alta acidità che per la componente minerale accentuata. Davvero un gran bel vino che può sfidare il tempo (del resto le riserve stanno lì a testimoniarlo, come pure il progetto del titolare di uscire con bianchi a distanza di molti anni dalla vendemmia), ma che già ora dimostra la sua stoffa.

 

A seguire c’è l’unico Verdicchio di Matelica: il Cambrugiano 2004 della cantina sociale Belisario. Una percentuale del vino viene affinata in barrique, a donargli ricchezza. Fortunatamente il vino non stanca, avvalendosi di un buon nerbo e dimostrando una buona capacità di tenuta e di evoluzione nel bicchiere che gli conferisce finezza. Giallo paglierino dorato, piuttosto intenso, ha un naso già orientato verso toni più maturi e sul terziario, con note di buccia di arancia, girasole, tocchi di cannella, ma che incredibilmente sa donare una freschezza balsamica di menta ed eucalipto a distanza di qualche ora. Non si tratta di un vino grasso, come la bocca rivela: ricco sì (sicuramente quello dotato di maggiore struttura), ma dinamico, con un’acidità ben viva a sorreggere il sorso. Tiene bene il palato, riuscendo a dominarlo senza tuttavia sfiancarlo. È maturo, ma non stanco e soprattutto il legno non diventa una variabile impazzita ed invadente. Si estende anche con buona lunghezza e chiude con piacevoli ricordi agrumati.

 

Infine il Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva Novali 2002 delle Terre Cortesi. Anche in questo caso una percentuale sosta in barrique. È stata la bottiglia meno performante della serata, con naso serrato, impenetrabile, ma anche poco comunicativo, con qualche sentore di bruciaticcio. Anche quando se ne libera non riesce a decollare, lasciando un’idea di stanchezza, di vorrei-ma-non-posso. In bocca esprime altrettanta ritrosia, risultando piuttosto esile (vittima anche dell’annata probabilmente) e incapace di allungarsi fino in fondo.

 

Si chiude con il Verdicchio dei Castelli di Jesi Passito Frigidum 2001, sempre della Fattoria San Lorenzo. Colore ambra a ricordarci l’età e la tipologia. Naso finissimo e dominato da sentori agrumati: zagara, quasi un profumo di acqua di rose, poi ancora una volta buccia d’arancia, stavolta candita, cedro, albicocca secca, spezie dolci. Vino dolce di rara eleganza, si lascia bere facilmente, aiutato da una grande acidità e non surclassato dalla melassa che spesso caratterizza tale tipologia. Anzi, l’articolazione del liquido al palato è un chiaroscurale rincorrersi di note calde e dolci e di una furente freschezza (nomen omen, potremmo sentenziare), con finale lunghissimo e pulito. Più che da pasticceria è un vino da meditazione o al limite da formaggi stagionati e erborinati.

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Published in: on 17/11/2008 at 6:44 pm  Lascia un commento  

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