Under the tuscan sun: sulle tracce del vero sangiovese – i Brunello del Podere Salicutti

 

A Montalcino gli affari precedono la passione? – Un innamorato del Brunello e di Montalcino: Francesco Leanza. – Una riserva che sarà grande.

 

 

A Montalcino è notte, sì, ma non tutte le vacche sono nere (mi predoni Hegel). Forse in questo momento è la rappresentazione più tipica della vicenda italica, tra le sue mille contraddizioni: ci sono grandi potenzialità, grandi risorse, ci sono i furbi, che rischiano di macchiare l’intero nome e la sua percezione fuori dai confini comunali, e coloro che invece credono in ciò che hanno e che possono dare e tirano dritto per la loro strada, sapendo, se non di essere nel giusto, secondo logiche manichee, almeno di non avere scheletri nell’armadio. C’è anche chi, invece di starsene in disparte in nome di qualche italica tradizione omertosa, cerca di essere chiaro e parla alla luce del sole, smascherando irregolarità, abusi o forzature.

Noi di Divino Scrivere non abbiamo nulla contro chi pianta altre uve e ne produce vini: ognuno è libero e ha diritto di compiere la scelta che gli sembra migliore. Se qualcuno a Montalcino pianta cabernet o merlot o syrah è libero di farlo. Basta semplicemente dichiararlo.

Quando in agosto abbiamo deciso di fare una puntata a Montalcino era non tanto per inseguire la puzza di bruciato, per cogliere qualche produttore in flagrante o per screditare il nome di questo bel borgo tra le colline senesi. Dobbiamo, però, anche rilevare (e abbiamo avuto già modo di scriverne) come in queste terre magnifiche si fa di tutto per commercializzare anche l’aria che si respira. È un male? È un bene? Non sta a noi dirlo, ma di certo è un segno di come gli “affari” siano diventati a tal punto protagonisti assoluti da lasciare talvolta in second’ordine la qualità di ciò che si produce. Quando l’ansia del commercio supera di molto il prodotto commerciato dovrebbe sempre scattare un campanello d’allarme…

Tuttavia, come scrivevo sopra, siamo andati alla ricerca di grandi sangiovese. Nel mese di agosto è difficile trovare produttori disposti ad aprire le porte ai visitatori, anche perché spesso quegli stessi produttori sono in vacanza, altrove, o semplicemente prendono una pausa dal caotico flusso di turisti. Ciononostante, dalla piccola lista di produttori che avevamo pensato di visitare siamo riusciti a calare un tris d’assi.

La mattina dell’8 agosto abbiamo appuntamento con Francesco Rosario Leanza del Podere Salicutti. Gli avevamo telefonato pochi giorni prima. Non avevamo ancora avuto modo di bere i suoi vini, ma da fonti certe c’era stato dato il suggerimento e ci siamo fidati (occorre quanto meno condividere i gusti della fonte, altrimenti è del tutto vano e poco soddisfacente l’incontro). In teoria sarebbe stata una giornata da bianchi più che da rossi, date le temperature, ma al riparo, nella cantina di Leanza, c’era il clima giusto per farlo.

Francesco Leanza ci aspetta nel suo studio. La veduta dal podere Salicutti, a circa 450 mt sul livello del mare, è splendida: di sotto una delle quattro vigne di proprietà, quella denominata Il Piaggione, solo sangiovese grosso destinato al Brunello (che sull’etichetta appunto prende il nome di questa specifica vigna); di fronte c’è l’Amiata che svetta. L’esposizione è sud-sud-est. Le prime viti piantate qui risalgono al ’94, quindi si tratta di un impianto relativamente recente. Leanza è un chimico di origine siciliana (il suo accento lo tradisce facilmente), che, dopo un periodo di lavoro a Roma, ha deciso di trasferirsi a Montalcino e di vinificare. Ma quanti sono gli ilcinesi rimasti? ci interroghiamo sorridenti… È un uomo attento, Leanza, che osserva per recepire quante più informazioni si possono avere ad un primo sguardo dall’atteggiamento delle persone che ti sono di fronte, ma che, come tutti i meridionali, dopo un iniziale momento di studio si apre con massima disponibilità.

La cantina, con i suoi angoli oscuri, le mura perimetrali a delimitarla, è il lato segreto della vinificazione e in quanto tale esprime direttamente il segreto della coscienza dell’uomo. Nella cantina, come nella coscienza, ognuno opera le sue scelte, al chiuso, in segreto, al riparo dagli sguardi indiscreti.

È questo che ci ha detto Leanza, quasi fosse un avvertimento, un monito a sospettare di ciò che appare in superficie. Avvertiamo una consonanza con lui. Non sembra un uomo di cui si debba diffidare: appare limpido, genuino, non di quella superficiale e propagandata genuinità che si risolve in melliflue manifestazioni, ma lo è nel profondo.

È meticoloso: ci mostra, da dove siamo, tutte e quattro le sue vigne (sono circa 4 ettari totali), ci consegna dati, numeri, destinazioni delle uve, esposizioni, altitudini (basta dare un’occhiata al sito aziendale per avere un’idea della meticolosità di Leanza). Nulla viene lasciato al caso. Il podere, che è anche agriturismo, mette di buon umore con la sua pietra che si adagia tra il verde dei boschi e delle vigne. Tutta questa bellezza non può essere sprecata e Leanza non può realizzare vini cattivi: è un assioma che poco ha a che fare con la matematica, ma è così. Niente pesticidi, niente concimazioni dannose: la coltivazione è biologica. Ma soprattutto non si può mancare ad un accordo non scritto con il sangiovese e con la terra di Montalcino. Il Brunello è per Leanza sangiovese grosso. Stop. Tutto quanto messo in discussione sul disciplinare potrebbe rivelarsi il maldestro tentativo di cercare alibi a posteriori. Questo non lo dice apertamente, ma è il nostro pensiero.

Quando ci accomodiamo in cantina, Francesco ci spiega i tempi, i modi della vinificazione. Un paio di cose ci hanno colpiti, tra queste la cattiva reputazione che ha presso di lui il rovere di Slavonia. Ha cominciato con botti di rovere di Slavonia di 40 ettolitri, ma via via li sta sostituendo con botti di legno francese delle stesse dimensioni o di 20 ettolitri. Inoltre ci sono i tonneaux che in parte servono per l’affinamento del suo cabernet, il Dopoteatro, in parte per il sangiovese destinato a Brunello. Da alcuni anni la fermentazione avviene su lieviti indigeni, a temperatura sempre controllata, intorno ai 30°. La produzione non è molto ampia, si parla di poche migliaia di bottiglie di Brunello, variabili anche a seconda dell’annata. In effetti la cantina è piccola e le botti non sono tante.

Assaggeremo proprio dalle botti, in anteprima, vari campioni. Non ha molto senso dare note di degustazione su vini in divenire, ma in alcuni casi si riescono già a cogliere informazioni importanti e, nel caso della riserva 2004, ci siamo trovati di fronte a un vino già grande. Il giovanissimo futuro Brunello Piaggione 2007 è il più carico nei colori tra quelli assaggiati: rubino profondo che tradisce la sua gioventù. Profumi piuttosto primari tra il floreale e i frutti rossi, molto puliti, con sensazioni che rimandano alla macchia mediterranea (il vino riposa in tonneaux). In bocca è ancora scomposto (potrebbe essere altrimenti?) con tannini aggressivi, ma sarà probabilmente un vino caldo, date le premesse, che probabilmente raggiungerà la sua espressività in un ciclo temporale minore rispetto agli altri campioni. Stiamo, ad ogni modo, parlando di un campione che diventerà Brunello e sarà commercializzato solo nel 2012. Il 2006, da botte di rovere francese di 40 hl, è appena più scarico del precedente nel colore, ma più profondo al naso, dove accanto alla ciliegia si fa strada un tratto terroso che contraddistingue questi Brunello nello stesso tempo fini, eleganti e maschi. In bocca è caldo, ma di una vivace freschezza, pulito e coerente all’olfatto; mostra una bella trama, solida, ma con una sfilacciatura a centro bocca, evidentemente dovuta ad un affinamento ancora tutto da farsi. Del 2005 sentiamo due diversi campioni: uno da botte di rovere di Slavonia da 40 hl ed uno da tonneaux. Il primo reca con sé il tratto tipico del contenitore, quella sensazione che qualcuno definirebbe “sfecciata”, ma di cui si libera dopo poco nel bicchiere. Si tratta di un Brunello quasi compiuto, con una maggiore complessità e armoniosità olfattiva, dove la frutta dalla ciliegia comincia a virare verso la prugna, con l’aggiunta di sentori di sottobosco, il solito tratto terroso a conferire ricchezza e imprevedibilità, note speziate. L’attacco in bocca è caldo, ma esprime anche buona freschezza; al momento è quello che si distende con maggiore piglio e precisione. Appare più elegante al naso il fratello che sosta nel tonneaux, con un’articolazione ancora più determinata e pulita al palato, dove il carattere del sangiovese trova felice espressione prolungandosi in un finale contrastato tra sapidità e buona dolcezza. Sarà compito di Leanza compiere poi il giusto taglio. Straordinario, invece, il campione di Brunello Riserva 2004 da rovere francese di 20 ettolitri: un vino che già all’assaggio dalla botte sembra “fatto” (non a caso Leanza aveva lasciato presagire un imbottigliamento in tempi brevi per l’ulteriore lunga sosta in bottiglia fino al 2010, quando sarà commerciabile). Rubino di media concentrazione, brillante, intenso, come un vero sangiovese ha da essere; naso inappuntabile, profondissimo, ampio, elegante, caldo, in dialogo tra una matrice terragna e toni dolci, con cenni di rosa e viola appassite, ciliegia e prugna sotto spirito, con i classici refoli terrosi, erbe aromatiche, macchia mediterranea, ampio ventaglio di note di sottobosco, ricordi autunnali, tabacco, eppure incredibilmente balsamico, quasi a richiamare qualche nota nebbiolesca. È di un’intensità che si ripresenta in bocca in termini di persistenza; anche qui le note calde dialogano con una vivacità balsamica che donano classe al vino, all’interno di un ordito tannico di grande finezza. È uno di quei vini che si comprerebbe “en primeur” se fossimo in Francia. Si tratta di vini tipici, che esprimono il carattere del sangiovese, sempre a metà strada tra una maschia, terragna sicurezza di sé e un dolce, accomodante concedersi: la forza che si traduce in eleganza.

Infine, proviamo il cabernet Dopoteatro 2007, da tonneaux. Colore rubino con riflessi violacei, molto intensi e concentrati. Al naso infatti è molto caldo, con un timbro fruttato tendente più alla mora di rovo e al ribes nero, poi il tipico sentore vegetale di peperone in evidenza, qualche spruzzata di pepe. Bocca coerente, calda, ampia, potente. Si tratta di un bel cabernet, nonostante la mia ritrosia ad assaggiarlo (purtroppo non mi sono ancora riappacificato con le note di peperone).

Dopo aver bevuto il futuro Brunello riserva 2004 di Leanza siamo ancora sicuri che il sangiovese in purezza non può trovare espressione in terra ilcinese, come qualcuno ancora sostiene?

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Published in: on 24/11/2008 at 10:18 pm  Lascia un commento  

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