Note sparse sul Merano Wine Festival

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Appena due parole sul Merano WineFestival, a distanza di quasi un mese dall’evento. In due giorni abbiamo potuto assaggiare molto, tuttavia il caos che s’incontra davanti ai semplici e troppo anonimi banchetti dei produttori lascia qualche perplessità. Qui di seguito ci saranno solo impressioni sui vini, quasi una rubrica da “flash e dediche” per dirla con un intertitolo montaliano. Di diverse aziende abbiamo già parlato o ne parleremo in separata sede.

Una soddisfazione costante, una sicurezza e una sorpresa continua me la concede sempre la Mosella con i suoi raffinati e “idrocarburici” Riesling: sugli scudi i prodotti del sempre affidabilissimo Joh Jos Prum, ma anche Fritz Haag si pone costantemente ai vertici. Il riesling è, invero, l’unico tipo di vino che riesco a bere con una facilità che definirei preoccupante: il basso grado alcolico, la gradevolissima acidità che equilibra sempre la ricercata dolcezza, lo rendono davvero irresistibile. E come dice l’amico Mauro Erro, come diavolo si fa a non innamorarsi di un vino così?

Avrei da ridire alcune cose sulla mia Campania, ma soprattutto c’è un particolare che mi turba: il Taurasi Centotrenta di Mastroberardino (è la prima volta che l’assaggio), un ’99 riserva che ha subito un affinamento più lungo, mi è sembrato poco performante, tanto da non riconoscere in esso quei ’99 anche di recente bevuti con grandissima soddisfazione e che profumano di fiori secchi (tanto da sembrare di stappare un prodotto di bellezza) da svenirci. Bottiglia sfortunata o di fatto ha subito un trattamento diverso dal semplice prolungarsi dell’affinamento in bottiglia? Attendo lumi in merito (e magari commenti da chi sapesse darmi ragguagli).

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Mi ha felicemente sorpreso la Falanghina Via del Campo 2006 dell’azienda Quintodecimo del prof. Luigi Moio, decisamente profumata, ma senza banalizzazioni, con una bella grinta e finezza al palato. Il legno c’è ma non si vede, potremmo sentenziare divertiti. Buono anche il fiano Exultet 2006, da vigne in Lapio. Da premiare la ricerca verso un affinamento più lungo, come si conviene ai tre grandi bianchi campani, capaci di sfidare il tempo. Strutturato e ricco il Terra d’Eclano, aglianico Irpinia, sebbene io vada privilegiando profili più snelli e sottili. In attesa del loro Taurasi… c’era davanti al loro banchetto Salvatore Molettieri, nelle vesti di semplice ospite-degustatore.

Scopro con mia grande esultanza che l’ultima annata del bianco Efeso (da uve mantonico) della celebre famiglia calabra Librandi, il 2006, ha trovato un pregevole equilibrio con il legno: è splendido, ricco e fine ad un tempo, agrumato, vivace, lungo. La riserva Duca San Felice 2004, vecchio cavallo di battaglia dell’azienda, uno dei simboli del Cirò e del gaglioppo, è una bottiglia stratosferica, ancor di più di come ricordavo le altre annate; coloro che già ne hanno scritto adducendolo ad esempio di finezza, tanto da parlare di strada calabrese al pinot nero, non si discostano di molto dalla verità: perturbanti trasparenze, naso finissimo e intenso, palato di velluto con tannini estratti con maestria. Bravi loro, bravo Lanati (avevate dubbi in merito?).

In Sicilia ammirevole Gulfi della famiglia Catania, seguita dal bravissimo Salvo Foti, con i suoi cru di nero d’avola dell’annata 2004. Semplicemente inappuntabili e di grande complessità e ricchezza di sfumature il Neromaccarj e il Nerosanlore’! E intrigante il nuovo nato, un nerello mascalese dell’Etna del 2004.

Sempre di riferimento per me gli aglianico del Vulture di D’Angelo, con il Vigna Caselle esemplare come sempre, un aglianico sempre tendente all’eleganza con naso tipicamente sulfureo, di pietra focaia e in bocca di importante trama tannica, ampio, lungo, con sentori di liquirizia che lo rendono quasi baroleggiante.

Salendo lungo la Penisola, in area Brunello, Il 2003 di Biondi Santi è di una finezza commovente benché più pronto del solito e già capace a concedersi adesso. Buono il Poggione con il 2004 in anteprima (credo che chi ha lavorato con sangiovese senza fare intrugli strani porterà a casa una super-annata!). Precisi, rigorosi, i vini di Col d’Orcia (senza Poggio al Vento), con la riserva 2000 godibile già ora; mi è piaciuto persino il cabernet, l’Olmaia, io che in genere non vado d’accordo con le sue note vegetali.

Come sempre in pole position nel chiantigiano la Fattoria di Felsina, con i suoi Riserva Rancia e il Fontalloro: di entrambi negli ultimi tempi mi sto godendo vecchie annate.

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In Piemonte troviamo gli amici Alfio e Giuseppe Cavallotto, che con i loro barolo Bricco Boschis (in particolare la riserva Vigna San Giuseppe 2001 è di indiscutibile valore) sempre più si impongono come azienda di riferimento, accanto ad altre celebri e storiche, nelle Langhe.

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Splendido, di rara eleganza e femminilità, il Barolo Bricco delle Viole 2004 di Vajra, da uno dei bricchi più elevati del comune di Barolo. In grande spolvero il 2004 Vigna Chiniera dall’omonima vigna in quel di Monforte, di Elio Grasso che ho risentito dopo alcuni mesi. Ottimo, energico, di finissima (ma tenace) grana tannica il Falletto di Serralunga 2004 di Bruno Giacosa, così come il Barbaresco Asili pari annata. In mancanza del loro prodotto di punta, il Vigna Rionda Riserva, i Massolino difendono il loro nome con gli altri due ottimi cru di Serralunga dell’annata 2004, il Parafada e il Margheria, con il primo dotato già di una grazia e bevibilità adesso, forse per via dell’affinamento che avviene in legno piccolo, mentre il secondo mostra tutta la sua energica trama tannica serralunghina, la solida struttura e la gradevole acidità che lo rendono adatto ad una lunga tenuta nel tempo. Sempre apprezzabile il lavoro della Cantina dei Produttori del Barbaresco, con un buonissimo Barbaresco “base” (per così dire) 2004 (c’era anche l’annata 2005), mentre ha classe da vendere uno dei tanti cru riserva prodotti, il Pora, in degustazione.

Salendo ancora e andando in Val d’Aosta, è sempre un piacere risentire l’intrigante la gamma di vini della Crotta de Vigneron del bravo Andrea Costa, con adesso un nuovo spumante Ancestrale prodotto in comune con la Cave de l’Enfer.

C’era una ressa dinanzi ai borgognoni e tra i pochi champagne presenti, ma ho avuto modo di apprezzare uno Chablis 1er cru del 2000 e qualche altro chardonnay della côte d’or, tra cui un Mersault particolarmente convincente. Ad una serie di Gevrey Chambertin che ho potuto sentire (tra cui anche un 1er cru e un gran cru) ho di gran lunga preferito un Pommard.

 

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A breve alcune foto.

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Published in: on 28/11/2008 at 2:10 pm  Comments (1)  

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  1. Mi si intravede (la mano, in verità, con jeans e camicia) mentre parlo con Giuseppe e Alfio Cavallotto. AHhahahahahah


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