Under the Tuscan Sun: sulle tracce del vero sangiovese – Poggio di Sotto

Poggio di Sotto è uno degli indirizzi più noti per quanto riguarda il Brunello di Montalcino. Paesaggio mozzafiato, con vigne dintorno e Monte Amiata sullo sfondo, non siamo molto distanti dall’abbazia di Sant’Antimo, in località Castelnuovo dell’Abate. Come la stragrande maggioranza dei produttori in Montalcino, Piero Palmucci non è natio del posto, ma ha individuato nel borgo senese un importante luogo d’elezione del sangiovese e, aggiungiamo, un’area in cui il commercio e gli affari non vanno poi così male. Come molte delle aziende produttrici di Brunello, la fattoria Poggio di Sotto è stata acquistata in tempi recenti: le prime vigne nell’89. Infatti quella che doveva essere la riserva 2001 è stata chiamata Il decennale in omaggio alla decima vendemmia condotta sulle vigne aziendali. In estate il luogo è meta di continui “pellegrinaggi” turistici, in prevalenza stranieri che rappresentano una fetta importante, direi decisiva, di clienti per l’economia del posto. Anche le visite in azienda rappresentano un business. Poiché le richieste sono tante, molte aziende ilcinesi hanno pensato bene di smaltire un po’ di traffico e di limitarlo, ponendo il vincolo di degustazioni a pagamento. La tenuta di Franco Biondi Santi è addirittura chiusa per tutto il mese di agosto ed è stata tra le prime a pensare a delle vere e proprie visite guidate che culminano nella degustazione di qualche prodotto. Così, a seguire, anche le altre hanno trovato vincente tale formula. Ancora una volta la Toscana, e in particolare il Senese, si ritrova ad essere la regione italiana più americana in fatto di business vinicolo, di marketing enologico e turismo enogastronomico.

Si spiega anche per questo una febbre dell’oro che spinge ad investire in quell’area, una spasmodica ricerca di appezzamenti, anche un paio di ettari, pur di esibire il marchio Brunello di Montalcino. Tutto ciò provoca anche l’espansione della superficie vitata, spesso in aree con esposizioni niente affatto eccellenti, che magari in precedenza erano destinate alla coltivazione di foraggi quando non addirittura boschive.

Fortunatamente non è questo il caso di Poggio di Sotto che vanta vigne in una delle aree più vocate di Montalcino. Anche la filosofia aziendale è piuttosto accorta, proponendo solo due vini, il Brunello e il Rosso di Montalcino, senza equivoci e contaminazioni. In più c’è la mano delicata ed esperta di Giulio Gambelli che lascia esprimere al sangiovese una grazia inconfondibile. Vini di stampo tradizionale, ma che riescono ben a coniugare il volto signorile, quasi austero dei grandi vini d’antan, con un riverbero di dolcezza non artefatta, ma tipica dei vini in questione. Quindi botti di grande capacità per l’affinamento, macerazioni medio-lunghe, nessun interventismo falsificante in cantina, attenzione e rigore in vigna.

C’è da dire che il caldo di quei giorni in cui sono stati condotti gli assaggi ha condizionato non poco le bottiglie, che se stappate già solo al mattino e lasciate lì mostravano inequivocabilmente segni di stanchezza (questi purtroppo sono anche i limiti di una condotta che tende a privilegiare visite da turismo mordi-e-fuggi, ma pazienza). Eppure, nonostante queste disattenzioni, s’intuisce il profilo tipicamente “sangiovesco” (per adoperare un aggettivo del caro amico Mauro Erro), anzi, brunellesco, di quei vini. Il 2003, come è stato già ampiamente ricordato da tanti giornalisti professionisti, agrotecnici ed enologi, è annata piuttosto ardua da domare per via delle alte temperature fatte registrare. Il Brunello quindi ha sofferto come tutti gli altri vini della Penisola. Eppure, quel tono caldo e quella concentrazione che si poteva temere non si è vista nel 2003 di Poggio di Sotto, dal colore brillante, rubino non eccessivamente carico. Al naso la bottiglia mostra qualche cedimento, per il problema già prima accennato, ma al palato si riprende, rivive una freschezza che offre dinamismo, contrasto, alternandosi alla naturale dolcezza che il vino esprime. Tannini di grana finissima. Certamente c’è da risentire ancora quel liquido, in un bottiglia ben conservata, per capire fino in fondo il valore assoluto di quel Brunello che si è solo potuto intuire.

Discorso simile per quel che riguarda il secondo vino aziendale, il Rosso di Montalcino 2005, in una bottiglia troppo esposta al caldo e col liquido dimezzato, per via di precedenti degustazioni. Forse in questo caso meno danneggiata del Brunello (ma temperatura di servizio troppo alta) e dove più chiara è stata la lettura del vino. È un piccolo Brunello, un fratello minore che ci fa intravedere, in scala, la grandezza del maggiore. Infatti al di là del colore, bello, vivo, limpido, c’è una pari performance olfattiva e gustativa, con grande coerenza tra la dolcezza fruttata che dal naso si ripropone al palato, scavando in profondità: marasca sotto spirito, fiori secchi appassiti, erbe aromatiche da macchia mediterranea (ben in evidenza l’alloro), un tratto ferroso. Elegante, lungo, tannini morbidi.

Più ancora che i barolo (dal carattere tutto proprio, fascinosamente misterioso, tutto da decifrare, estremamente piemontese… e poi c’è chi continua a dire che i vini non hanno nulla a che vedere con i territori di origine), i brunello tradizionali non sono vini difficili, non intimidiscono i degustatori. Sono avvolgenti con profumi mediterranei e una piacevole matrice terrosa, sono meno austeri di quanto ci si possa aspettare. Sono vini che tutti possono bere con piacere (a parte, talvolta, la indigeribilità dei prezzi…).

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Published in: on 11/12/2008 at 7:34 pm  Lascia un commento  

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