Under the Tuscan Sun: sulle tracce del vero sangiovese – Case Basse di Gianfranco Soldera

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Un diamante è per sempre, recitava un noto slogan pubblicitario. Una bottiglia, si sa, non riesce a farsi tramandare per generazioni, ma esistono e resistono le eccezioni: il celeberrimo 1888 di Biondi Santi, il Taurasi ’34 di Mastroberardino, vari millesimi degli anni 20 e 30 (’26, ’27, ’34, ‘37 ancora reperibili in commercio) di Monfortino… Quel che è certo è che alcune bottiglie per i collezionisti sono come tele per gli appassionati di pittura. E allora un Monfortino potrebbe essere un Cezanne, un Brunello Riserva Biondi Santi un Monet e così via. A questo punto un diamante rischierebbe di avere addirittura meno fascino. C’è un altro particolare da non sottovalutare: il vino è un organismo vivo, in perenne mutazione, proteiforme per statuto. Una bottiglia di vino non ha a che fare con la fissità, bensì col divenire. Va da sé che per il sottoscritto una bottiglia di vino è preferibile al diamante, al di là di qualsiasi valutazione che tenga conto del profitto, del prezzo ecc. E poi, francamente, non mi va di collezionare vino, ma, dopo un tempo adeguato, berlo. Non può esservi nulla di museale in esso (e in ciò si distacca fermamente da una tela).

Sebbene il primo Brunello prodotto dall’azienda Case Basse di Gianfranco Soldera risale alla vendemmia 1977, si può senza forzature includere questo vino nel gotha della produzione enologica mondiale di tutti i tempi. Ecco, questo è uno di quei vini che per fascino, storia, qualità intrinseca, è per sempre, come un diamante.

Non a caso abbiamo voluto pubblicare l’articolo relativo alla nostra visita presso Gianfranco Soldera proprio nel bel mezzo delle festività natalizie. Abbiamo deciso così per il suo valore autentico, per la sua profonda autoctonia, per il cristallino valore del vino, per la suggestione all’assaggio, per la mirabile epifania che il vino suggerisce. Emozioni autentiche per chi ama il nettare di Bacco.p7100029 

Un Soldera è per sempre. E noi siamo dei fortunati, fortunati per aver potuto visitare l’azienda, con lo zampino di Franco Ziliani, che, oltre al proprietario, sentitamente ringraziamo.

Il vino di Gianfranco Soldera si situa davvero in quel miracoloso punto d’equilibrio tra natura e cultura, tra vecchie tradizioni basate su un empirismo frutto dell’esperienza e la più aggiornata verifica scientifica dei fatti. Chi è Gianfranco Soldera? Un contadino intellettuale? Un imprenditore illuminato? È difficile dirlo e ancor più spiegarlo. Possiamo dire che il suo vino nasce dalla cura di ogni minimo dettaglio sia in vigna che in cantina: nulla è lasciato al caso, ma tutto è lasciato alla natura. Potremmo sintetizzare così. Ma perché? Soldera lavora senza diserbanti, senza trucchi e senza inganni, nessun impiego di macchine industriali invasive. Lascia che la natura trovi il suo equilibrio in quello splendido luogo che è Case Basse: esposizione perfetta sud-ovest, illuminazione eccellente, clima ideale, habitat fantastico (in tutte le accezioni possibili). Due potature, diradamento e sfogliatura “quanto basta”, vendemmia manuale. Si perita solo di mantenere nella massima pulizia la cantina.

Gianfranco con la moglie Graziella ha creato un vero e proprio orto botanico con una grande varietà di rose antiche e altre specie di fiori. Piante rare, ulivi, un laghetto. C’è di tutto per sentirsi davvero in una riproduzione del paradiso terrestre. Con cura e passione è stato ricostruito un “ecosistema” all’interno del quale il ciclo della natura ha ripreso a correre a ritmi adeguati. Tutto questo è frutto di ricerche di varie equipe di studiosi: il prof. Vincenzini dell’Università di Firenze si occupa dei lieviti autoctoni che inducono il mosto alla fermentazione, seguendo passo passo tutto ciò che riguarda il processo di vinificazione e oltre: “Evoluzione della microflora di interesse enologico in vinificazione”; il prof. Fregoni dell’università Cattolica di Piacenza studia le “Mutazioni climatiche e stress idrici della vite”. Insomma, contadini sì, ma che non ci si basi sull’empirismo! Basti questo piccolo aneddoto raccontatoci da Soldera: prima di diventare proprietario dei terreni a Case Basse, Gianfranco ha cercato un grande terroir, anche in Langa, zona che per sua ammissione ama tantissimo, poi è giunto a Montalcino, a Case Basse… si è informato presso amici fidati, poi agronomi e poi un vecchio zio agricoltore di cui si fidava. Il suo intento era quello di trovare un’area vocata per la vite, in modo da produrre un vino di gran classe, un campione assoluto. Stando ai risultati nessuno può dire che non ci sia riuscito. Meticoloso, preciso, un carattere nemmeno troppo malleabile, ma animato da grande passione. L’ormai celebre diktat per assaggiare i suoi vini è: “qui non si sputa”. Col cavolo che sputiamo un Brunello di Soldera! Ma Giulio Gambelli non è astemio? “Il mio lo beve”, è la risposta.

Ma prima è d’obbligo un giro per il mirabile giardino. La bellezza di questo capolavoro di botanica è il preludio alla perfezione dei vini. Una tale cura per la natura si traduce inevitabilmente nella cura per il vino. È fin troppo facile rendersene conto.

Tutto questo ci dice alcune cose, forse ovvie, ma che è sempre bene ripetere: 1) per ottenere un grandissimo vino, il terreno con caratteristiche ideali, specifiche per quel vitigno, non potrà mai essere sostituito da un terreno qualsiasi. Se Soldera ha investito molto tempo nella ricerca di quel terreno vuol dire che non si può arrivare per caso ad un grande risultato, ma soprattutto che non si può prescindere dal “terroir”; 2) selezionare i cloni più adeguati, la cura e il rispetto per la vigna dall’inverno fino al periodo di vendemmia (conservando le condizioni pedoclimatiche che naturalmente sono date e che nessun additivo chimico potrà mai imitare), è il secondo passaggio fondamentale per poter ottenere un grande risultato; 3) in cantina tutto deve essere perfetto, dalla pulizia basilare fino alla selezione delle botti migliori, per lasciare che l’uva si trasformi in un gran vino (fermentazione con lieviti rigorosamente autoctoni: “lei farebbe ingravidare sua moglie da un estraneo?”); perfino la forma della bottiglia e naturalmente la scelta del sughero. Queste sono le premesse, poi il vino si fa da solo. Ma eccoci al punto: affinché il vino si faccia da solo c’è bisogno di un lavoro preliminare rigorosissimo e faticosissimo. Occorre studiare tutto per capire come intervenire, se il caso lo richiede. È per via di questo rigore che una botte contenente liquido atto a diventare Brunello, annata 2005, è stata declassata dopo 32 mesi ad IGT Toscana, il Pegasos 2005. Una maturazione precoce. Un nonnulla, bazzecole, quel tanto che basta ad indurre Gianfranco a declassare un suo vino, che, intendiamoci, verosimilmente chiunque altro produttore avrebbe continuato a chiamare Brunello. Cos’è successo? È successo che l’indeterminabilità del vino e della natura ha accelerato i tempi. Ecco una risposta sensata della natura stessa all’arroganza della tecnocrazia. Soldera è ben consapevole della priorità della prima ed è solo per permetterle di agire meglio, per meglio comprenderla, che si addentra in ricerche e studi approfonditi, senza approsimazioni.

Parliamo un po’ prima di assaggiare qualcosa. Gianfranco, veneto di nascita, ci parla del periodo milanese, degli incontri che all’epoca aveva con la politica e la cultura, lui assicuratore nel capoluogo meneghino. Ci parla di David Maria Turoldo, delle sere a teatro, della fertilità culturale di quel periodo.

Parliamo di vino, di quei pochi che, a suo modo di vedere, sono vino e non altro. Qualche piccolo grande produttore di Langa. Come è naturale che sia, Soldera trova più facile una communio con quelli che sono stati produttori, con persone oggi scomparse o più anziane o di pari età: Giovanni Conterno, in particolare, ma anche Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi, Mauro Mascarello. Sui bianchi ha parole d’elogio per quelli di Gravner. Di alcuni di questi parla con rispetto e anche con tenerezza, come quando accenna ai vecchi fiano di Tonino e Walter Mastroberardino. È comunque un piacere sentirlo parlare di vino, pur riscontrando in lui un piglio tanto selettivo che lo spinge a sfrondare fin troppo.

E ora? Come scrivere del suo Brunello di Montalcino? L’unica cosa certa che si può dire è che dopo aver assaggiato i vini di Soldera occorre non solo riscrivere le gerarchie, ma riassettare il gusto. Dopo, con gli altri vini, si fatica ad emozionarsi. Infatti, non bisogna farsi sviare dall’assoluta bontà di quel prezioso nettare. Semplicemente basta considerare il Brunello di Soldera hors categorie, come le cime storiche, più spettacolari, più impervie del Tour de France; insomma, un fuori concorso. La perfezione non esiste, d’accordo, ma se ci fosse un limite che vi tende, in un grafico che la rappresenta nel mondo del vino, quel limite sarebbe proprio il Brunello di Case Base, qualcosa di molto prossimo alla perfezione. Voleva un vino tra i primi 10 al mondo, Soldera. Sembrerebbe il capriccio di un bambino viziato, invece no. Non è così. Anche in questo caso è qualcosa di molto prossimo alla verità.

Noi dalle botti abbiamo assaggiato il 2007, il 2003 e il 2004. Incredibile come da annate non facilissime, il 2003 e il 2007, non molto dissimili nell’andamento climatico, con l’estate molto calda (in particolare il 2003), si possa avere tanta grazia ed equilibrio. Addirittura incomparabile il 2004 per complessità olfattiva, pienezza di gusto, persistenza: vino semplicemente gigantesco, ma di una dinamica interna invidiabile, quasi leggero, bellamente danzando sulla lingua. E credetemi, l’abuso di aggettivi è da considerarsi persino troppo cauto. Dinanzi a tali capolavori cade ogni tentativo di riduzione alla pagina scritta, ogni possibile descrizione organolettica. Il rubino è quello non concentrato, dei vini elegantissimi. Ecco quello che la lingua fin qui può dire. Poi basta. Quel che va chiarito è che i campioni di botte sono vini che possono essere goduti già ora: è un controsenso, ma è così. Ciò non vuol dire che siano vini “pronti”. Essi sono al contempo “pronti” e in perenne attesa di compimento: l’incarnazione stessa del divenire, senza perdere nulla della loro freschezza e giovinezza. Essi sono il ritratto di Dorian Gray, che mai invecchia, ma con una differenza: non hanno nulla della fissità e del monolitico. Sono in costante movimento, cambiano di continuo, ma senza rinunciare mai ad essere pimpanti e giovani, come scrivevo. In ciò, il vino di Soldera si distingue da (quasi) tutti gli altri: ha un tannino morbido, delicatissimo, uno sbuffo sulla lingua e un’acidità che non sconfina mai dal registro. Tutto è integrato. Si tratta di un vino che muterà i rapporti del suo equilibrio durante gli anni, ma mai quell’equilibrio sarà scalfito: muteranno solo i fattori che concorrono a realizzarlo, facendo in modo da ricostruirlo continuamente. Il naso infatti è espressivo da subito, addirittura esaltante, quasi un ceffone per la pienezza, l’intensità, la definizione e la sconfinata varietà dei sentori. Non stiamo ad elencarli, occorrerebbe un catalogo, le 82 valigie di Tulse Luper, i 24 libri di Prospero o quei tomi rinascimentali che tendevano a contenere il sapere. Ecco, ci vuole tutto questo per descriverlo, ma non basterebbe a farlo rivivere.

Per rendere giustizia alla sua grandezza non basta scriverne, occorre berlo!

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Published in: on 24/12/2008 at 12:32 pm  Lascia un commento  

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