5 rossi da scoprire. Sugli scudi il nerello mascalese di Calabretta

p1280012Nell’altra serata, presso l’enoteca Fiorini, dedicata ai vitigni da scoprire, l’attenzione si è spostata sui rossi. Con mio grande rammarico non c’erano campani in degustazione. Il Sud era rappresentato dall’Etna rosso ’99 di Calabretta e dal Susumaniello 2002 di Rubino: un siciliano e un pugliese. A completare la cinquina c’erano il valdostano Fumin 2006 di Les Cretes, il piemontese Ramìe 2004 di Coutandin e il friulano Schioppettino Romain 2004 di Rodaro.

La serata è stata interessante anche dal punto di vista gastronomico: al di là di un antipasto e un primo a base di paccheri conditi con speck e radicchio trevigiano, ha tenuto banco una straordinaria verticale di parmigiano reggiano del produttore Malandrone di Pavullo: 5 assaggi a partire da un 24 mesi, poi 36, 48, 60 e 70 mesi!

Si è preferito dividere in due sessioni la degustazione di vini: prima i 3 settentrionali, in seguito i due del Sud.

 

Fumin 2006 Les Cretes: poco da aggiungere circa l’azienda, ormai nota sull’intera penisola. Il vino scontava la giovinezza, intuibile fin dal rubino violaceo, piuttosto carico. Il naso, ricco ed esplosivo, caldo e con note dolci, si concedeva su ricordi di viola e un fruttato in evidenza: piccole bacche, mora, mirtillo, ciliegia. In bocca manteneva parzialmente le promesse, mostrandosi un po’ duro con tannini attribuibili più al legno che al vitigno (il passaggio in barrique è percepibile) e un finale troppo corto e stretto, amaricante e leggermente bruciacchiato. Alla distanza ha acquistato maggiore definizione al naso, ma non al palato. Si attendeva qualcosa di più.

 

Ramìe 2004 Coutandin: circa 2000 bottiglie per questo vino “invisibile”, ricavato dall’assemblaggio di diverse uve autoctone piemontesi, all’interno della doc Pinerolese: avanà, avarengo, neretto e altri in piccole percentuali. Si tratta di un vino di montagna, giacché nasce tra i 600 e i 750 metri di quota, non molto distante dal Sestriere, dunque dalle Alpi che segnano il confine con la Francia. Vino d’alta quota, quindi, e rigorosamente nordico. L’altra stranezza risiede nella vendemmia che va avanti per circa 50 giorni, per via della differente maturazione delle varie uve. Il colore è di un rubino di media intensità, il naso è sottile, appena velato, con piccoli frutti rossi, marasca, e poi subito terziario, con una nota non disturbante di talco, corteccia e spezie. Il legno è ben integrato, come mostra al palato, scorrendo via senza tentennamenti. La beva è buona, fresca e il finale pulito, con tannini risolti. Un vino piacevole, non pretenzioso, adatto a sposare pietanze del territorio.

 

Schioppettino Romain 2004 Rodaro: un classico dei Colli Orientali del Friuli. Colore rubino intenso, molto intrigante. Al naso prevale la frutta, molto intensa, forse persino invadente, ciliegia matura in primis. In bocca è un po’ molle, con una spina dorsale che si fa solo immaginare e un’acidità troppo bassa per essere in linea con la natura del vitigno. Forse il vino è al capolinea e probabilmente la surmaturazione dell’uva lo ha limitato (è questa la scelta del produttore, prima di procedere alla vinificazione). Personalmente preferisco interpretazioni più fresche e pimpanti di questo vitigno.

 

Etna rosso 1999 Calabretta: l’azienda Calabretta è tra le più interessanti dell’Etna, ormai tra le doc più vitali per quanto riguarda i rossi italiani (non si esagera se si scrive che da qui provengono alcune delle bottiglie più emozionanti del panorama vinicolo dell’intero paese). La conduzione della vigna è rigorosamente in biologico, quasi estrema. In cantina nessuna magia, nessuna chiarifica, nessuna filtrazione. Nerello mascalese con piccolo saldo di nerello cappuccio, lieviti autoctoni per una macerazione piuttosto breve. Affinamento in grandi botti di rovere di Slavonia. È sulle prime il più lento a rinvenire, perciò abbiamo chiesto che fosse aperto da subito per lasciarlo ossigenare. Invitanti trasparenze nel colore, con un rubino già tendente al granato. Naso austero, quasi ossidato all’inizio, sanguigno, ferroso, sulfureo. Poi un corredo entusiasmante di spezie, su tocchi di rosa appassita e un ricordo di ciliegia sotto spirito. Tremendamente mediterraneo nelle note di carrubo e macchia, appena resinoso, ma mai fuori registro. In bocca ha una marcia in più con un incedere lieve e deciso a un tempo, acidità perfettamente integrata, toni caldi e avvolgenti che denotano la raggiunta maturità, tannino carezzevole. Finale pulito e molto lungo, con ritorni odorosi perfettamente in linea con l’olfatto. Gran bel bere. Non so gli altri, ma a me ha ricordato il sorso di alcuni Pommard.

 

Susumaniello 2002 Rubino: vecchio vitigno del brindisino riscoperto soprattutto grazie a Luigi Rubino. Potente, mediterraneo, austero. Basterebbero questi tre aggettivi per descriverlo. Colore rubino fitto, quasi impenetrabile. All’inizio ha un naso poco definito, che vira su pomodorini secchi ammuffiti. Man mano si libera di questo sentore per mostrare sì i toni caldi e scuri, come in genere si confà ai vini pugliesi, ma scava in profondità con una speziatura che gioca a rimpiattino con accenni di menta. In bocca è caldo, ma un po’ scisso, con il sorso che si spezza a metà lingua, sebbene la struttura improntata su tannini tenaci (ma non graffianti) riesca a condurlo ad una chiusura con una certa coerenza e pulizia. Sembra che abbia affrontato bene l’annata particolarmente difficile.

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Published in: on 31/01/2009 at 1:15 pm  Comments (1)  

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  1. Uhhhuuu!
    Salute

    Paulo Queiroz

    http://nossovinho.com/


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