La classe di un vulcano: il Vinupetra 2005 di Salvo Foti & i Vigneri

vinupetra

Non siamo l’ufficio stampa di un ente di promozione dei vini dell’Etna né si può dire che il nostro indugiare intorno ai vini del vulcano sia una casualità. Quando con una certa costanza ci capita di assaggiare vini non solo di pregevole fattura, ma di grandezza non misurabile, ci pare chiaro che qui il caso o gli interessi non c’entrano: la terra lavica del gigante catanese ha nella propria composizione – e in quella dei vitigni che ospita – un bonus che non è facilmente esplicabile.

Che i terreni vulcanici siano garanzia di prodotti di qualità (non solo vino, ma ogni bontà della natura sembra essere baciata da un dio) è quasi un luogo comune, ma di fatto non si può negare che sia così. Eppure che nasca una straordinaria uva da una terra nera dove non crescerebbe niente è altrettanto inspiegabile. Un conto sono i benefici del vulcano ad un’altitudine ragionevole e su un terreno che qualche proprietà nutritiva ce l’ha, un altro sono i terreni che superano i 650, i 700 e gli 800-1000 metri, con pietra lavica affiorante, e che a guardarli comunicano solo arsura e desolazione. Invece proprio su questi ultimi il nerello mascalese sembra aver trovato il suo naturale acclimatamento. O meglio sarebbe dire che l’ha sempre avuto. Siamo noi ad essercene accorti tardi, colpevolmente.

Allevato quasi sempre ad alberello, accompagnato spesso da un palo di castagno che gli fa da sostegno, talvolta con una concentrazione di circa 10.000 ceppi per ettaro, il nerello è una sorta di genius loci, insieme al cappuccio ed altre varietà meno note a bacca scura.

Qui in inverno c’è spesso neve e anche in estate le temperature variano in modo significativo tra giorno e notte. Solo la vite, evidentemente, è in grado di resistere in queste condizioni.

È dunque chiaro che i vini etnei abbiano ben poco in comune con l’idea che si ha della Sicilia vinicola. Gli estratti sono ben lontani dalla concentrazione che garantisce un nero d’avola e la potenza che di solito caratterizza i rossi del Sud lascia spazio a un’eleganza che si direbbe nordica.

L’ultimo vino bevuto, in ordine di tempo, tra quelli dell’Etna è il Vinupetra de I Vigneri, opera di quel demiurgo che è Salvo Foti. La piccola azienda ha radicalizzato ciò che la natura già prescriveva all’uomo, quasi divertendosi degli intralci che andava a creare all’essere umano.

Così tutta la cura della vigna è affidata alle sole mani: niente meccanizzazione del lavoro. E questo in vigne che hanno talvolta forti pendenze non è cosa di cui si può tacere. La mancata antropizzazione del luogo ha consentito all’ambiente di preservarsi in buono stato, con un’integrazione tra le parti della natura e solo una piccola parte concessa all’uomo. Questo vino nasce a 700 mt di quota nella vigna omonima di Calderara (zona Etna Nord), in contrada Feudo di Mezzo, nel comune di Castiglione di Sicilia. È un uvaggio che vede una percentuale dominante di nerello mascalese, poi cappuccio, alicante e francisi.

Si vendemmia a mano, dopo la metà di ottobre. Le viti hanno circa 80 anni di età e di conseguenza la resa è bassissima, circa 20 q. per ettaro. Si vinifica in tini di legno scoperti lasciando che i lieviti propri dell’uva inducano la fermentazione senza controllo di temperatura. Dopo una macerazione di 15-20 giorni il vino riposa in barrique esauste per circa un anno, prima del passaggio in bottiglia. Nessuna filtrazione.

A noi è toccata l’annata 2005 che, se sulla carta non è stata strabiliante, nel caso del Vinupetra l’incidenza è parsa davvero molto ridotta. Anzi, il vino lascia stupefatti per equilibrio, rigore e precisione. Un capolavoro che può confrontarsi con i maggiori rossi nazionali e non solo.

Rosso rubino intenso ma non carico il colore. Naso affascinante, di una avvolgente sensualità mediterranea coniugata ad una finezza nordica. La matrice vulcanica si sente, ma ancor più entusiasma la profondità e l’intensità dei profumi: l’impatto è dolce di marasca, viola, macchia mediterranea (l’alloro è ben presente), pout pourri di fiori secchi, eucalipto, incenso, cuoio, senza assolo, ma mantenendo una performance corale. In bocca non tradisce le attese: blandisce il palato con un attacco dolce, passo vellutato e un’eco per tutta la cavità orale, ma poi lascia vibrare un’acidità che scuote il sorso e lo tende, recuperandolo da ogni eventualità di caduta e rilassamento, fino allo svelarsi del tannino. Ha un incedere preciso, ma non stentoreo, eppure ha una forza trascinante e una lunghezza fuori dal comune. Assomiglia più ad una brezza che ad uno scirocco. È ammaliante: vino di classe superiore. Meno di 2000 bottiglie.

 

www.ivigneri.it

www.salvofoti.it

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Published in: on 08/02/2009 at 7:44 pm  Comments (1)  

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One CommentLascia un commento

  1. Ringrazio per le belle parole. I Vigneri ringraziano e anche l’Etna per la considerazione. Non ringrazia il ciclope Polifemo….è da capire per colpa del vino sull’Etna ha perso l’unico occhio che aveva!

    Grazie ancora

    salvo foti


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