Villa Boschi e dintorni

villaboschi1A circa sette giorni dalla nostra visita a Villa Boschi per Vino vino vino, smaltite le bevute, i giorni seguenti al Vinitaly, gli incontri, le tragedie che nel frattempo si affastellano sulla già martoriata Italia e i suoi abitanti, si può a mente serena provare ad abbozzare un primo quadro valutativo. Si dice: se Atene piange, Sparta non ride. Non so se il Vinitaly possa assomigliare più a Sparta o ad Atene, ma di certo vi è stata una rassegna in tono minore (per quanto io mi sia divertito anche a Verona): stanchezza, adagiarsi sugli allori, mancanza di idee? Non tocca a noi interrogarci e poi qui si parla di Villa Boschi. Ecco, se il Vinitaly piange cosa fa Villa Boschi? Stando all’evento di quest’anno bisognerebbe dire che non solo rilancia, ma triplica. I viniveristi, i biodinamici, , tripleA, i rinascenti, gli indipendenti… insomma, i produttori che hanno contribuito con la propria presenza a rendere bella questa edizione sono riusciti nel miracolo in cui non riesce la sinistra italiana da diversi anni a questa parte: fare gruppo, viaggiare uniti, far fronte comune. Questo nell’anno della morte di Baldo Cappellano. È un regalo indiretto, postumo, a Baldo, mi vien da pensare.
Tutto perfetto, quindi? No. Non perché ci siano mancanze nell’organizzazione. Forse il grande salto, il colpo vero riesce quando tutti questi produttori riusciranno a prendere un padiglione, un tendone, quel che sia, al Vinitaly. Il mondo del vino è ancora troppo autoreferenziale, mentre il mondo fuori è lungi dal comprare bottiglie costose (appannaggio di facoltosi parvenu o di intenditori appassionati che pur di concedersi un prezioso bicchiere sono disposti a dividere le spese della bottiglia) o da accorgersi minimamente di quel che fanno Augusto Cappellano o Nicolas Joly. I meriti di questi uomini, spinti dalle proprie idee più che da un’esigenza di marketing concorrenziale, sono tanti (e come ho già scritto altrove, si può fare politica anche coltivando una vigna e lasciando il proprio vino lontano dalle guide di settore), ma se questi ultimi professano il biologico e biodinamico, se mostrano a un gruppo nutrito di appassionati come si possa realizzare un vino straordinario senza addizionarlo di sostanze artificiali, in Italia negli ultimi anni sembra montare un nuovo reaganismo che nemmeno la crisi economica riesce a scalfire. E così aumentano i centri commerciali e gli ipermercati, la gente corre a far spesa al discount e le etichette non le legge nessuno. Se val ben un formaggio spalmabile di ignota provenienza come si può pretendere che i consumatori (parola davvero oscena!) comprino un vino biologico? Certo noi speriamo che pian piano qualcuno cominci a leggere le etichette del formaggio spalmabile e poi presti attenzione al vino fatto in un certo modo. Quanto tempo ci vorrà? Noi intanto siamo qui a scriverne, sperando che qualcuno legga e si faccia una sua opinione, ma finché dura questa forbice tremenda tra chi può permettersi di comprare e chi è costretto a centellinare perfino la spesa giornaliera, non si può sperare in una democratizzazione degli acquisti, pertanto niente vino di qualità. Dal momento che il vino sfuso non può rappresentare una valida e seria alternativa (benché ne si trovi di ottimo talvolta), si può solo auspicare un cambiamento di rotta che investa la politica, l’economia, i costumi.

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Published in: on 10/04/2009 at 10:16 pm  Lascia un commento  

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