Villa Boschi e dintorni: incontri e assaggi…

A Villa Boschi c’erano tantissimi giornalisti, molti wineblogger, sintomo dell’entusiasmo che circonda la manifestazione. Tanto per fare qualche nome di mia conoscenza, a parte i porthosiani con il loro immancabile stand (encomiabile Marco Arturi, fatalmente piacevole conversare con Sandro Sangiorgi), si aggiravano tra i banchetti Franco Ziliani (il caro Franco era più alle prese con la sua macchina fotografica che con gli assaggi), Roberto Giuliani e Alessandro Franceschini di Lavinium, il noto wineblogger americano, nonché nostro amico, Jeremy Parzen, anch’egli alle prese con la sua macchina fotografica a immortalare amici e produttori, Pierluigi Gorgoni e altri ancora.jeremyfranco

Impossibile dar conto di tutti gli assaggi fatti, ma una brevissima rassegna di alcune cose che ci hanno colpito è il minimo che si potesse fare.

Abbiamo incontrato finalmente Arianna Occhipinti, col suo frappato che reclama attenzione (lei stessa ci confida che la sua sfida risiede nel portare questo vitigno fuori dello stato di minorità). Abbiamo incontrato di nuovo lo straordinario Vinupetra 2005, che sulle prime blandiva il palato per poi morderlo con un feroce colpo di coda di tannini fitti, ben distribuiti, tenaci e un’insistita acidità, ma non c’era Salvo Foti. salvofotiPiù incline a un’immediata piacevolezza l’Etna Rosso del Cantante, mentre mi è parso degno di nota il bianco di casa, annata 2007, a base di carricante, minnella e grecanico, con vigneti a 1200 mt di quota, fresco, agile, scattante.

Tra le aziende ilcinesi abbiamo sentito i vini di Pian dell’Orino, il cui brunello annata 2004 ha un profilo più sottile, declinato più sulla freschezza che sulla complessità, ma di una sua coerenza interna. Tende a cercare una certa rotondità e dolcezza di frutto il Brunello 2005, campione di botte, di Stella di Campalto, il cui Rosso di Montalcino 2004 mi aveva favorevolmente impressionato non molto tempo fa. Mi sarei atteso maggiore mordente, ma rimandiamo l’approfondimento in momenti più propizi. Piccola verticale per il brunello del Paradiso di Manfredi: si va da un 2003 in fieri, ancora nervoso, complesso, ma tutt’altro che voluminoso, a un 2000 più pronto, intrigante nel succedersi vertiginoso di note floreali e fruttate, prima di passare a un terziario terroso con una vena affumicata che ricorda più la mineralità che la tostatura. In mezzo un 2001 da aspettare fra diversi anni, con la sua cupezza di china e cuoio a comprimere ancora un frutto che spinge per venir fuori: è indubbiamente il campione più promettente.fonterenza

Ruvido, graffiante, ma con un carattere estremamente territoriale il brunello 2004 delle sorelle Padovani di Campi di Fonterenza: naso cupo, compresso sulle prime, sembra una pentola a pressione pronta a liberare il suo effluvio di profumi; in bocca presidia il palato, allunga dalla seconda parte della lingua in poi. Coniuga felicemente le componenti dure e il calore dell’alcol con un’energia che il corpo del vino riversa sul palato. Ha molti anni di vita davanti.

Pausa e si cambia rotta. Stranamente calmo il Naima 2005 dei De Conciliis, quasi a fare da pendant al nervosissimo (ma a mio parere intrigantissimo) 2004 sentito qualche tempo fa. Naso ricchissimo e balsamico con note di menta e liquirizia che si innestano su tabacco, cuoio e un bellissimo frutto che ricorda la prugna. Attacco più dolce, ma, come sempre sa fare in ogni annata, si scatena nel finale con un tannino fittissimo e una chiusura mai banale. deconcilis  

È d’obbligo menzionare l’Antece 2004, bianco macerato sulle bucce, con un naso incredibilmente agrumato, con chiari sentori di mandarino, tendenzialmente dolce per poi passare su spezie e miele. Al palato la dolcezza fa il paio con l’acidità e il rigore che il vitigno (fiano) naturalmente sa regalare.Altro stop. Poi ci lasciamo ammaliare dai bianchi di Nicolas Joly, dal profilo originalissimo. Perdonate, ma qui siamo confusi per dispersione inevitabile dei sensi (qualcuno parlerebbe di deragliamento). Erano tre vini, due annate diverse de Les Vieux Clos e una de Les Coulée de Serrant. Non siamo in grado di ricordare le annate. Quel che si può scrivere è che i 3 vini sono inafferrabili. Al naso sanno di roccia. Non è una forzatura, ma qui tutto è mineralità che zampilla da ogni goccia. Eppure i ricordi odorosi sono dolci. In bocca il registro cambia: ancora siamo a inseguire il vino che si slancia in una rincorsa tra le varie parti, attacco secco dissonante, poi sembra ammorbidirsi e disporsi con dolcezza, poi il palato è travolto dalla mineralità e scosso dall’acidità che si ritrova in un corpo solo apparentemente sottile. Vini da brividi. Di fianco avevo Marco Arturi che lo beveva come fosse acqua, in un misto di commozione e soddisfazione. Poi è andato via alla ricerca non so di cosa, mentre io ancora ero lì a interrogarmi su cosa stessi bevendo. Beata ingenuità! Beato chenin. C’è spazio anche per alcuni bianchi di Movia, Sauvignon, Rebula e Veliko Belo. Lo stile è ormai noto, ma forse a questo punto addirittura compiaciuto. L’azienda Emidio Pepe riesce a trarre il massimo dalle uve trebbiano e montepulciano (personalmente non ho un gran feeling con il rosso abbruzzese nonostante lo splendido lavoro che la famiglia Pepe compie su di esso, mentre ho trovato molto interessante il primo nelle varie annate proposte). E infine veniamo in terra di Piemonte, dove trovo alcune perle già note, ma che è sempre bene andar a riassaggiare in ogni annata, in ogni buona occasione (e perché no? anche cattiva), in ogni momento, se possibile. Per prima cosa una bella scoperta: Teobaldo Rivella dell’azienda Serafino Rivella con il suo Barbaresco Montesfetano. Sia Marco Arturi che Franco Ziliani rivella1hanno continuato a inviare gente al suo banchetto (a ragion veduta, aggiungo io). In degustazione l’annata 2005 e 2004. La prima mostra l’anima dei vini di Langa, di non semplice approccio, nervosi, duri, quei vini che non si vogliono mai pronti: acidità grintosa e tannini mordenti, ma il naso (che è più avanti nell’evoluzione rispetto al palato) racconta un’eleganza di rose e viole in cui è scritta tutta l’anima del barbaresco. Lo stile è tradizionale, botti grandi, macerazione medio-lunga e affinamento più lungo rispetto ai tempi previsti dal disciplinare. Montestefano è tra i cru di Barbaresco quello che più tende ad avvicinarsi alla severità di alcuni barolo. Volendo azzardare un paragone è la Serralunga della docg Barbaresco. E il vino mostra infatti una struttura non trascurabile. Un vero campione il 2004, naso ricco di sfumature: l’eleganza del floreale (rose, viole), la pienezza della frutta appena matura (lamponi e fragoline di bosco), la profondità dello speziato e della mineralità. Un vino tridimensionale, ampio e lungo, di grande struttura ma dalla dinamica interna che lo rende imprevedibile e scattante, lieve, senza peso. Da assaggiare senza indugi. Un produttore che già apprezzavamo per i suoi barbaresco e barolo è Castello di Verduno, castelloverduno1quest’anno con le annate 2003 del Barbaresco Rabaja e del Barolo Massara. Vini dalle seducenti trasparenze e che a dispetto dell’annata calda mostravano una grande armonia. Di buona struttura il Rabaja, che mostrava un’incantevole eleganza, con un fascino leggermente decadente, ma un tannino ben vivo: vino dal carattere femmineo. Di maggior peso il Massara, un barolo che si fatica a definire maschio, nonostante la sferzata acido-tannica nel finale. Anche in questo caso siamo di fronte a un vino di gran classe, con un’armonia tutta sua. È un tratto distintivo non di poco conto la bevibilità che mostrano questi due campioni.  Divertente il siparietto con Maria Teresa Mascarello che stappa una nuova bottiglia del suo barolo 2005 (sottolineiamo “suo” perché si tratta del primo che realizza totalmente da sola), lo assaggia, esclama “buono!” e ne versa nei calici. Come darle torto? In un’annata che continuerò a definire “nervosa” è riuscita a tirar fuori un capolavoro di eleganza, a partire da un bouquet che da solo rischiava di tirar giù il tendone (il sentore di rosa è d’emozione). È certamente un vino meno ampio e lungo del 2004, ma è nelle annate più difficili che si vede la classe del produttore (oltre che del terroir). Questo barolo ha una buona dose di tannino e un’acidità vibrante, eppure ha un’armonia superiore e si fa bere senza batter ciglio. Complimenti vivissimi.

Restiamo sempre a Barolo con Beppe Citrico Rinaldi. Anche per lui vale ciò che è stato scritto per Maria Teresa Mascarello, ma qui Rinaldi ci mette anche del suo: sostiene che i suoi 2005 (Brunate – Le Coste e San Lorenzo – Ravera) siano superiori ai 2004 più panciuti e piacioni. Vero è che l’unica cosa che ho rinaldi3saputo dire è stata: “come cazzo hai fatto a fare ‘sti vini in quest’annata!?”, però bisogna completare dicendo che i due campioni del 2004 di Rinaldi restano spettacolari. Detto ciò, aggiungiamo che sarà difficile riuscire a trovare un barolo 2005 più buono dei due suoi: naso che definire ampio è dir poco, bocca tesa, sicuramente più sottile e corta dell’annata precedente, ma che mostraaugusto una sua coerenza inappuntabile. Si tratta di vini più vicini all’idea classica del barolo: austeri, vibranti nell’acidità, spigolosi nel tannino, cioè l’idea che Beppe stesso ha del barolo. Avercene! Chapeau bas! 

Infine Augusto Cappellano. Struttura, complessità, ampiezza per il suo Piè Rupestris e Piè Franco 2004.

Li avevamo sentiti la scorsa primavera dalla botte, ma stavolta raggiungono se non la maturità

 (quella la riserviamo a qualche decennio a venire: evviva l’invecchiamento!) quanto meno un equilibrio nella loro gioventù. Più cupo il primo, più aereo il secondo, ma entrambi di una ricchezza e tenacia tutta serralunghina. Più indietro nell’evoluzione il campione di botte 2005 Piè Rupestris, ma visto quanto gli giova la sosta in bottiglia non potremo che trovarlo pronto all’appuntamento con il mercato. Per il momento godiamoci questi 2004 strepitosi. Per chiudere non c’è vino migliore del suo barolo chinato: non ce n’è per nessuno. 

A breve con una nota sul Vinitaly.

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Published in: on 12/04/2009 at 6:52 am  Comments (5)  

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5 commentiLascia un commento

  1. Gran bel Post….Complimenti per la nomination e ci vediamo a Rimini.

  2. Carissimi, grazie per la segnalazione troppo generosa… sono davvero contento che ci siamo conosciuti di persona e non vedo l’ora di portare la Tracie B. a Modena perché assaggi per la prima volta una tigella (con una spalmata di lardo e con una goccia di aceto balsamico tradizionale). Un abbraccio, J

  3. Grazie per i commenti!! E’ stato un vero piacere vedervi a Villa Boschi. E mi raccomando: quella bottiglia di chinato s’ha da aprire!!!
    A presto, Augu

  4. è stata sicuramente un’esperienza interessante

  5. sono la madre delle “sorelle Padovani, Fonterenza”. Voglio dirvi che da madre, ritrovo il carattere delle gemelle, in quello che avete scritto sul loro vino. Identico a loro. Grazie! Scopro così, casualmente, anche il vostro piacevolissimo blog. Ri-grazie e complimenti.


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