Colti da un moto di nostalgia si beve Taurasi Radici Mastroberardino ‘94

Saudade, mal d’Africa e mille altre nostalgie. Tutte portano verso il Sud, il cuore a sud. Per chi è un emigrante, un esule, un nomade o quel che sia, e dal Sud si trasferisce in qualche altro luogo (per lavoro, per studio, per formazione, in ogni caso per necessità), prima o poi l’attacco di nostalgia fa capolino. E allora bisogna lenire quello stato malinconico che ne consegue. In qualche modo bisogna trovare dei segni che riportino la mente a quel territorio, alla terra che ci ha visti nascere. Può essere un video dei gol di Maradona, ascoltare un vecchio brano di Pino Daniele (su quelli degli ultimi anni un impietoso no-comment), cercare una battuta di Troisi. Può essere un piatto di spaghetti (dei miei compaesani Vicidomini e di chi sennò?) con pelati lavorati direttamente dalle mani di mio padre, dal suo orto privato alla messa in vasetto, e può essere un vino. Per quanto io ami principalmente i bianchi della Campania e in particolare d’Irpinia (soprattutto il fiano, il fiano, il fiano!), occorre ricordarsi che questa provincia (quella d’Avellino, of course) è una delle poche a regalare sia bianchi che rossi di gran classe: non solo fiano, ma anche taurasi. Benché il numero di aziende che producono ottimi taurasi è in ascesa, andando indietro negli anni ci si limita a quelle 2-3 e poi a una sola. Anche in annate non a 5 stelle un’azienda dalla grande tradizione e sensibilità nei confronti dei suoi vitigni, coccolati e cullati, riesce a non tradire. La ’94 cade in un periodo di forti scossoni nel mondo del vino italiano: la barrique fa irruzione e cominciano a impazzare vini muscolari. In Campania, in quegli anni molti contavano i giorni restanti alla vecchia e moribonda Mastroberardino. Invece la storica azienda di Atripalda è ancora viva e vegeta e oggi, tornando a quegli anni e confrontando il suo lavoro con quello di altri produttori, ci si accorge di come lo stile aziendale non subisce particolari variazioni. Il classico, si scriveva non molto tempo fa, non muore. Un Taurasi di 15 anni, il Radici “base”, quello dall’etichetta nera, è non solo paradigmatico del lavoro aziendale, ma è sempre lì a mostrarci come un gran vino ha possibilità pressoché infinite di resistere agli anni, alle mode, e di sorprendere sistematicamente il degustatore. I parametri sono i soliti: colore rubino-granato non eccessivamente carico; naso di prugna matura, liquirizia, pout-pourri, ginepro, cuoio, tabacco, sottobosco, erbe aromatiche, viola ancora ben marcata; palato con attacco caldo, avvolgente, acidità infiltrante e sapidità rocciosa, per finire con un tannino fittissimo, ben distribuito: velluto. Non c’è la lunghezza forse delle grandissime annate, ma qui tutto si tiene e il vino dopo un’ora non è solo una promessa, ma un desiderio compiuto. Cosa chiedere di più: “Et l’on se sent tout seul peut-être mais peinard”, cantava Leo Ferré.

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Published in: on 30/05/2009 at 6:10 pm  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. L’ho stappata proprio ieri sera a due ospiti Inglesi, un vino straordinario per immediatezza e compiutezza del frutto. Come sempre una garanzia per la storica denominazione campana…

  2. non meno inebrianti, come sempre, le parole di Metropoli. dispensatore d’ambrosia per i piccoli mortali


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