Cena al buio presso l’Istituto per non vedenti Cavazza di Bologna: il racconto.

La parola “sensibile”

è vaga come stelle dell’Orsa.

(da: Sensibile- Offlaga Disco Pax) 

 

 

Sì, “sensibile” è una parola vaga mi sono fermata a pensare venerdì 23 ottobre verso le 2.00 di ritorno da Bologna dove, assieme ad altre 40 persone ho partecipato alla cena al buio organizzata dall’Istituto per non vedenti Cavazza in collaborazione con ModenaIn.

Come nei più classici dei racconti vorrei cominciare con “In una notte buia e tempestosa…” perchè davvero raggiungere il centro di Bologna ieri sera è stato raccambolesco, la pioggia, l’autostrada bloccata e la difficoltà nel parcheggiare l’auto sembravano tutti fattori contrari alla buona riuscita dell’incontro. Dopo mezz’ora di cammino sotto alla pioggia battente, il nr civico 71 di via Cavazza mi è sembrato un miraggio! Ho pensato che le cose belle della vita vanno guadagnate, che tutte queste asperità (almeno lo speravo) avrebbero lasciato il posto ad una piacevole ipovedenti_2sorpresa e che se tanto mi dà tanto, la serata sarebbe stata di quelle memorabili. In effetti così è stato. Alla rinfusa e bagnati dalla pioggia arrivano anche Alberto Fiorini e Augusto Cappellano che gentilmente offriranno il Curtis in Lama come aperitivo e il Barolo Chinato come degustazione finale abbinato al cioccolato. Bene, tutti pronti, giusto il tempo di abbandonare al guardaroba i cellulari e tutto ciò che può essere fonte di luce: si parte! Cioè meglio sarebbe dire, si entra nel buio totale della sala da pranzo. Ogni tavolo ha un cameriere non vedente di servizio, mai come in questo caso la parola “cameriere” è inappropriata, il nostro, di nome Giovanni è un vero e proprio Virgilio che ci accompagnerà in tutto e per tutto durante lo svolgersi della cena. Prima di entrare nella sala apparecchiata, ci fanno passare per una specie di “anticamera del buio” dove gli occhi si cominciano ad abituare pian piano; il passaggio dalla luce all’oscurità totale è più facile a dirsi che a farsi! Io comincio a pensare che sia un film, in effetti ti senti come in un tempo sospeso, dentro ad una bolla, lo spazio fisico s’annulla e si perdono tutti i riferimenti che normalmente la vista ci garantisce. Nel nostro gruppo (tavolo) siamo io, Augusto, Alberto, Anna, Claudia e Gabriele e nell’anticamera cominciamo a riconoscerci con le nostre voci e impariamo a stabilire le distanze attraverso l’udito cercando di localizzare come siamo disposti e, vi garantisco, non è facile! A questo punto, come nei film, entra in scena l’attore principale: Giovanni, il nostro “cameriere” ipovedente, mi chiama e mi chiede di dargli la mano per poi farci entrare in formazione tipo “trenino” nella sala da pranzo e farci accomodare sulle nostre rispettive seggiole.  Adesso vi spiego perchè ho citato quella frase all’inizio del mio racconto e perchè la sensibilità è davvero qualcosa che ci attribuiamo o che attribuiamo agli altri spesso a sproposito. Ero rimasta alla mano di Giovanni, gesto di cortesia alla luce, nel buio più totale quella mano ti sembra l’unica ancora di salvezza per non precipitare, ho avuto la sensazione di essere salvata da qualcosa o da qualcuno, evidente mi stava salvando soltanto da me stessa. Beh, quella mano di una persona che non hai mai visto e che non vedi (non te li fanno incontrare prima volutamente) la senti subito famigliare, così come la voce di Giovanni diventa subito la voce amica e il tuo punto di riferimento. Il sentimento che ne scaturisce va oltre la semplice amicizia, si passa direttamente all’abbandono dettato dalla fiducia che in quella situazione diventa inevitabilmente totale. L’abbandono all’altro è sempre la porta attraverso la quale passa l’amore in tutte le sue svariate espressioni. E così inizia la cena al buio, Giovanni ci insegna a tovare le posate, versarci acqua e vino, tagliare in cibo nel piatto, tutti gesti consueti che improvvisamente diventano complicatissimi e goffi tanto che al nostro tavolo le risate e le battute si susseguono una dietro l’altra. Dopo circa un’ora di buio assoluto hai come la sensazione di sentirti “quasi” a tuo agio ma, per dire la verità, è solo apparente ed è solo perchè sei seduto e ti senti in qualche modo al sicuro nel tuo spazio immobile. La sensibilità è anche l’abbattimento delle infrastrutture mentali, dei preconcetti che la vista ci ripropone di rimando ai modelli pubblicitari che impregnano la nostra vita, al buio non importa come sei, dialogocosa indossi, non importa nemmeno che occupazione svolgi o che ruolo sociale ricopri, al buio ci si sente “nudi” e perciò uguali e bisognosi uno dell’altro. E’ qui che la parola e il gesto assumono importanza, forme primordiali di comunicazione che diventano necessarie, la fonia e il tatto hanno un loro linguaggio, il tono è sempre pacato, le persone gentili nel scambiarsi favori anche apparentemante banali come “mi puoi passare l’acqua?” non possono essere che richieste d’aiuto e i commesali del tavolo diventano una vera e propria equipe di mutuo soccorso, pronti ognuno a rendersi utile all’altro. Verso le 11.00, alla fine della cena, viene servito il Barolo Chinato di Cappellano abbinato a due cru di cioccolato fondente e io, saltando la classica degustazione didattica, mi lancio in un gioco con i commensali a chi indovina più ingredienti tra le spezie e le erbe aromatiche impiegate nella famosa ricetta segreta del Chinato di Cappellano…Ne scaturisce un susseguirsi divertente di riconoscimenti che vanno dalla cannella ai chiodi di garofano, c’è chi dice cardamomo, pepe, buccia d’arancia, ovviamente china, caffè, al punto che Augusto sorridendo esordice: “Vuoi vedere che mi scoprite la ricetta dopo che cinque generazioni della mia famiglia l’avevano gelosamente custodita!” e tutti scoppiano a ridere tra gli applausi a tributo di un vino che si può solo definire “infinito”.

La serata sta terminando, si ritorna pian piano alla luce e si ascoltano le considerazioni finali di ognuno, io non parlerò molto, ho preferito tenere per me e custodire nel “buio” della mia anima le sensazioni e le emozioni che questa cena mi ha regalato. Durante il viaggio di ritorno, in autostrada sotto la pioggia battente, ripensavo a Giovanni, alle sue mani e alla sua voce, è a lui che voglio dedicare questo mio racconto nella speranza che qualcuno glielo possa leggere.

B.B.

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Published in: on 24/10/2009 at 6:40 pm  Comments (4)  

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4 commentiLascia un commento

  1. Splendida cronaca: non c’ero ma è come se lo fossi…

  2. […] sul quale sarà applicata un’etichetta rivisitata con scritte in braille; Barbara Brandoli di DiVino Scrivere che ha curato la degustazione del Barolo Chinato […]

  3. Io c’ero (ero con il gruppo Aurora)… e hai descritto perfettamente i sentimenti e le sensazioni della serata! Grazie.

  4. Sono rimasta entusiasta ed incuriosita ..vorrei sapere se ci sono altre serate..sono di bologna..grazie a presto


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