Terre di vite: poesia #7

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

Maria Grazia Calandrone  

I
Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

 

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

 

Diecimila civili, inedito 2007. (Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.)

***

Non è facile entrare nella poesia di Maria Grazia Calandrone.  Lo si deve fare con accortezza, ascoltando e riascoltando, creando nessi fra grumi emotivi disseminati nel testo e intanto seguire quel filo lirico, che è insieme un filo logico, anche se di una logicità non certo filosofica.  Si deve invece leggere questi testi senza la pretesa di inferire, ma lasciandosi da essi suggestionare, così come si leggono i testi poetici che vogliono rompere con la rigidità della costruzione logica della frase, e che puntano decisi a un “altro” linguaggio, che esprime suggestioni e, nell’indefinito, la totalità psicologica di un evento.  Penso ai testi della Rosselli ad esempio. (G. Lucini)

***

La poesia di Maria Grazia […] è caratterizzata dall’incedere quasi ieratico di un linguaggio che si avvolge alle cose attraverso il loro aderire e disgiungere; un linguaggio che muta polarità continuamente nella scelta dei termini e nella selezione aggettivale. Carica “le cose” di un valore aggiunto, l’impressione è che le sposti, le dislochi nello spazio (ricordo qui una felice intuizione di Stefano Guglielmin: “che cosa fa, la poesia, se non spazializzare il tempo, il tempo dei mortali ?”). La scelta lessicale è tale che talvolta si percepisce la magniloquenza di una evocazione di distanze […]. Questo attraverso una metrica fatta di versi molto lunghi, densi, dalla connotazione quasi sacrale, ricolmi di immagini e informazione. Le immagini si sviluppano intorno a punti focali del verso, come intorno ad una forma d’onda che alza e abbassa il fronte per testimoniare diverse intensità emotive e semantiche, costruendo la struttura intorno a sonorità lunghe e variabili. Anziché una metrica accentuativa, tonica, sembra affidarsi al suono, al tono del suono, piuttosto che al ritmo. Alle infinite varietà speculari e diapasoniche della parola, per rendere una cadenza contra/sovrapposta al ritmo tonico sillabico come un’armonica di lunghezza d’onda superiore. In questo senso la poesia di Maria Grazia Calandrone contiene “spazi metrici”. (M. Orgiazzi).
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Published in: on 05/11/2009 at 11:50 pm  Lascia un commento  

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