Terre di Vite a Maggiora: Tavola rotonda su “Vino terra e poesia”. Tre uomini: l’anarchico, l’accademico e l’alchimista.

 Si potrebbe raccontare di questo momento di riflessione all’interno dell’evento Terre di vite attraverso la pura cronaca, oppure semplicemente trascrivendo il file audio, io scelgo una strada diversa, forse non quella più facile: racconterò gli uomini che l’hanno creata, vissuta, voluta. L’apertura è di Marco Arturi, l’anarchico, che spinge l’attenzione sul rapporto uomo-terra-vino e poesia e lo fa percorrendo la strada del tempo, il tempo che passa e il nostro modo di rapportarci ad esso. Marco ha la voce autorevole dell’uomo che è abituato a parlare alle folle, emozionale nell’esporre la rabbia e il dissenso verso una modernità che non ci appartiene che ha dimenticato il rispetto per la fatica del lavoro contadino, parla di rughe sul viso Marco come cartine tornasole di una maturità vissuta, acquisita, vera. Spiega come la poesia sia uno degli ultimi baluardi, di come non invecchia e del potere sovversivo che ha saputo conservare, coltivare, del perchè si lega al vino e ai vignaioli in maniera ineludibile. Il vino come la poesia hanno il pregio di porci davanti al lavoro al tempo e alla vecchiaia senza filtri, Marco paragona i vignaioli ai poeti, il lavoro dell’uomo e quindi il gesto culturale che diviene metafora così come il poeta gioca metaforizzando il linguaggio. E poi ancora i parallelismi tra le aspettative, le gioie i dolori che ritroviamo negli uomini che coltivano la vigna, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti sono prima il pensiero e poi il frutto della penna dei poeti. E le rughe sul volto, come solchi di un aratro che prepara la terra a nuove parole, come tracce di verità assoluta, quella stessa verità che ricerchiamo in un calice di vino. Marco è un uomo poetico, se per poesia intendiamo quella civile, rivoluzionaria, è l’antipotere è la lotta per il risveglio delle coscienze, Marco è una radice che si nutre di speranza è l’interprete e il punto d’incontro tra la terra, intesa come vita in movimento, e la poesia stessa.

Terre di Vite presso Cantine del Castello Conti

 La seconda introduzione è di Luigi Metropoli, l’accademico, la sua è una vera e propria lezione sull’origine del vino attraverso la letteratura, parte dal 2000 AC dall’Epopea di Gilgamesh e si sofferma sugli usi e costumi, sui rituali e sulle prove iniziatiche che hanno caratterizzato il rapporto tra l’uomo e il vino alle origini. Luigi è un insegnante nel vero senso della parola, è preciso, didattico e ha la capacità di esporre in modo semplice concetti e saperi che meriterebbero ben più tempo, più riflessione. Ha il dono della sintesi tipica di chi è abituato a tradurre il linguaggio poetico anche alle persone che non ne hanno fatto ragione di studi e di lavoro come invece è stato nel suo percorso. Parla di Bacco e Dioniso, di come utilizzavano il vino come forza energetica per allentare i freni inibitori e passare ad un altro stato, sovvertire il senso delle cose attraverso l’abbandono e la perdita del controllo mentale dovuto all’ebbrezza. Il vino come spinta a vedere oltre ponendo sempre al centro l’uomo che diventa artefice e creatore, che usa l’intelletto per trasformare un frutto in qualcosa che non è più solo una bevanda ma, diventa parte integrante del processo di crescita culturale dell’umanità. Quindi, la terra, l’uomo, i primi versi poetici orali, i canti del capro tanto cari ad Apollo emanati con il calice in mano, rimandano e chiudono il cerchio attorno allo stretto legame che li unisce. Luigi è un letterato, il tono della sua voce subisce poche inflessioni, vive le esposizioni dal punto di vista critico, l’atteggiamento è distaccato anche quando citerà Paul Celan in quella splendida poesia che è “Corona”, non ci fa vivere il suo punto di vista ma sempre quello dell’autore. Luigi è sempre spettatore del linguaggio poetico, lo traduce, lo spiega così come un bravo critico letterario è avvezzo a fare. Parla della scelta degli otto poeti per Terre di Vite e delle poesie inedite che lui stesso ha commissionato, la raccolta dei testi sarà poi consultabile nella sala degustazione. In seguito cita, contestualizza, crea collegamenti tra i vari linguaggi poetici, un giusto preambolo a quello che sarà di seguito l’intervento di Sandro Sangiorgi.

La parola passa a Sandro Sangiorgi, l’alchimista, l’uomo che ha il controllo assoluto della materia e può permettersi di farne l’uso che vuole. Sandro è un uomo senza confini e questo lo si percepisce subito dalle sue prime parole che hanno un peso specifico diverso, parla di attinenze tra poesia e vino e subito spariglia le carte. I versi poetici non organizzati, non conseguenti, la sospensione temporale che ne deriva e i suoni lui li mescola assieme e ti lancia una chiave di lettura che è inevitabilmente personale. La materia con la quale Sangiorgi gioca non è la poesia, non è il vino ma l’essenza del suo essere persona consapevole all’interno di un processo naturale, è la trama dell’uomo che arriva non la metafora. L’interpretazione della poesia e del linguaggio poetico possono passare attraverso diverse forme di emanazione, dalla più tecnica-scolastica alla più teatrale-passionale, Sandro non ne utilizza nessuna, è se stesso, lui usa la poesia per parlarti della sua vita, del suo percorso personale. Sangiorgi regala al pubblico la sua esperienza e lo fa muovendosi all’interno del tema “vino, terra e poesia” come un funambolo che cammina su di un filo che lo divide tra la realtà e l’immaginazione, la gioia e il dolore, la delusione e la speranza. Tra le capacità e le doti dell’alchimista c’è quella di restituire alle persone il loro tempo, Sangiorgi è in grado di farlo così come restituisce al vino il suo tempo, indicando l’attesa e l’aspettativa ci sta facendo fare un tragitto dove lo spettatore diventa viaggiatore all’interno del proprio vissuto. Il vino, oggetto della sua grande passione diventa soggetto e prende le sembianze dell’amata, lui stesso scherza su questa cosa fino a far sorridere il pubblico ma, Sangiorgi non sta facendo una battuta, questa è una percezione sottile che merita più di una riflessione. E’ la verità, la sua verità e il suo modo di rapportarsi al vino. Annulla le distanze, gli dà vita, anima e gli riconosce autorevolezza, personalità e capacità di trasmettere sentimenti ed emozioni. Parla di suono della poesia e di sonorità del vino, e in quell’istante gli sta regalando la voce. Così facendo, nella pausa tra una parola e l’altra, dentro allo spettatore s’insinua il dubbio e l’interrogativo sulla propria personale capacità di percezione sensoriale. Sangiorgi durante tutto il suo intervento non darà mai consigli né suggerimenti, ma, inconsapevolmente lancerà continuamente segnali ed echi ad ognuno di noi che solamente un’anima disattenta non può accorgersi che la grandezza di Sandro sta nel non detto, nella riflessione indotta, quasi come se fosse uno specchio che ti riporta sempre e inevitabilmente a confrontarti con te stesso. Questo io lo chiamo talento e, come dirà più tardi lui stesso introducendo il poeta Camillo Sbarbaro: “La cosa migliore che possiamo fare, è quella di non tentare di imitarlo”.

Barbara Brandoli

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Published in: on 20/11/2009 at 11:20 am  Lascia un commento  

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