Bianco Trebez 2006 di Dario Princic: il senso della parola “naturale”

                                                                                                                                        

“Vogliamo che la parola esploda

nel discorso come una mina

e urli come il dolore di una ferita

e che sghignazzi come un Urra di vittoria.”

  (Vladimir Majakovskij)

Incontrare Dario Princic non è solo avvicinarsi ad un uomo o ad un vignaiolo, è entrare in un mondo declinato al presente, è vivere il momento con naturalezza e con la semplicità di chi pare aver scoperto il segreto della vita. Un uomo gentilissimo Dario che ti accoglie sempre con un sorriso sulle labbra e si mette in ascolto, curioso della gente, di ciò che stai per dirgli senza per forza spostare il discorso sul vino, un uomo che ha le idee chiare e che ama semplificare ciò che fa e che dice. Abbiamo avuto la fortuna di ospitarlo tra i produttori di Terre di Vite a Levizzano e io l’opportunità di incrociarlo nel cortile del Castello mentre, in un attimo di relax, fumava il suo amato sigaro e si godeva i primi caldi raggi di sole. Dario ha bisogno della natura così come la natura ha bisogno di lui, si capisce guardandolo, è solo, seduto sul muretto ma la sua serenità e il suo viso disteso mi portano a pensare a come si senta più a suo agio lì rispetto ai locali interni. Così, incuriosita da quest’uomo enigmatico e nello stesso tempo solare, mi avvicino e gli confido il mio apprezzamento per la sua produzione di vini, in particolare per il Bianco Trebez che ho avuto l’occasione di assaggiare in diverse annate e di percepirne le differenze. Dario mi ascolta, fuma e con tutta la calma del mondo mi dice: “Ti ringrazio, fa sempre piacere sentire apprezzato il frutto del proprio lavoro ma per me, la cosa importante è che il vino sia naturale, questo è quello che conta!”. Io memorizzo e annuisco, il discorso cambia immediatamente e ci mettiamo a parlare di politica e di come lui sia avverso a determinati meccanismi, ai centri di potere come le banche che lui volutamente non utilizza. Dei suoi vini non ne parlammo più, ci pensai dopo a questo strano aspetto e a distanza di giorni questa riflessione credo sia sedimentata in me dandomi la capacità e la lucidità di guardare oltre e di immergermi totalmente nelle sue poche ma determinanti parole.”La cosa importante è che il vino sia naturale, questo è quello che conta!” non dice “il mio vino” Dario, parla dei vini in generale ed ecco che il suo pensiero lascia la via del personale per abbracciare quella universale e ideologica del rispetto per la natura e dell’uomo che ne diventa consapevolmente interprete. Una responsabilità ancor prima che un processo di trasformazione, un idea che si trasforma nel rigore e nella cura del vigneto, un’espressione dove l’uomo diventa controllore delle fasi vitali della pianta e dove accompagna e affianca senza interferire anzi, lasciando la minor traccia possibile della sua presenza. Princic non corregge i suoi vini, non li educa, al contrario lascia che siamo le diversità a fare la differenza, il terreno è sempre riconoscibilissimo ma ogni anno il suo vino è diverso dall’anno precedente, sempre sorprendente, inafferrabile come lo sono i cicli naturali. Ricordo di aver assaggiato il Trebez 2004 che aveva avuto un’inaspettata rifermentazione, un difetto per molti produttori, non per Dario che lo presentò come caratteristica un po’ come un padre mostra un figlio biondo con i capelli ricci pur avendone avuto uno l’anno prima moro con i capelli lisci, diversi ma sempre figli dello stesso amore, dello stesso rispetto per l’ordinata casualità che la natura ci impone con i suoi ritmi. Il Bianco Trebez 2006 è un vino che non si dimentica, il colore arancio-rame brillante è il preludio di un naso fortemente agrumato che passa dal mandarino alla buccia d’arancia, sentori austeri che però si confondono tra di loro in un gioco di rimandi che ti sorprende ogni volta che il naso entra nel bicchiere. Le spezie orientali, il tè verde, il limone…Più si scalda il bicchiere più escono profumi di maggior complessità, quasi di torba. In bocca la mineralità è sorprendente, sapido e di una freschezza di beva che invita ad un altro sorso, il blend dei tre uvaggi è azzeccatissimo, Chardonnay-Pinot Grigio e Sauvignon- il vitigno più morbido bilancia egregiamente l’acidità che però rimane ben presente e il risultato al palato è quello di un vino che ha ancora una lunga storia da raccontare. Come tutti i vini che amo di più, sono difficili da descrivere, vanno bevuti e ascoltati, ognuno con il proprio palato e con il proprio cuore.

 

“Amavo profondamente le prime poesie di Majakovskij.
Sullo sfondo delle pagliacciate dell’epoca la sua serietà era grave, severa, dolente, era così insolita!
Era una poesia magistralmente scolpita, altera,
demoniaca e al tempo stesso terribilmente condannata,
agonizzante, quasi implorante soccorso.”
(Boris Pasternak)
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Published in: on 16/03/2010 at 10:11 pm  Comments (8)  

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8 commentiLascia un commento

  1. Mi permetto di dissentire, senza entrare nel merito della filosofia di Princic (o dei suoi vini) e senza voler fare polemica, sulla massima “La cosa importante è che il vino sia naturale, questo è quello che conta”.
    Il vino è un alimento che viene ingerito, e in bocca ci mettiamo solo le cose che ci piacciono. Per me il vino dev’essere innanzitutto buono, altrimenti finirà nella bocca di qualcun altro ma non certo nella mia, almeno non per la seconda volta.

  2. Caro Giovanni, in effetti io gli parlai della piacevolezza dei suoi vini, credo che Princic intendesse che se si lavora con metodi naturali e si lascia che sia il vitigno e il terreno ad esprimersi senza false forzature, il risultato nel bicchiere non può che essere soddisfacente. Ovvio che se parlo dei suoi vini e se me ne sono interessata è perchè prima di tutto mi piacciono. 🙂

  3. Cara Barbara, come ho già detto non voglio entrare in polemica (è primavera e la mia vespa è quasi pronta…) ma rimane una frase molto forte. In ogni modo trovo molto affascinante la teoria di Princic e quindi mi riprometto di degustare nuovamente i suoi vini che purtroppo non ho trovato (personalmente) soddisfacenti ancor prima di conoscerne i metodi. Soddisfazione che invece non è stata smentita(non lo è mai stata, sempre a prescindere dai metodi) nelle due postazioni accanto(ma non solo), ovvero AR.PE.PE e Rinaldi. Quando bevi i loro vini, ingurgiti un alimento buono, goloso e altamente libidinoso, dove l’essenza del vitigno si fonde perfettamente con il territorio d’origine, dando vita a un prodotto unico e tecnicamente preciso.

  4. Ciao Barbara,scusa sai ma a me lo scontro piace e la battaglia pure :)……se un vino che imbottiglio come fermo mi rifermenta , non può essere definito naturale ,ha sbagliato colui che l’ha fatto.
    Ti ricordo che il prodotto più naturale per il “succo d’uva” è l’aceto, e se lascio la vite libera e bella col piffero -per usare parole più naturali- avrò una pianta atta a darmi grande uva da vino…con simpatia Gian Paolo

  5. […] to Divino Scrivere, the wine is a blend of Chardonnay, Pinot Grigio, and Sauvignon Blanc, obviously vinified with skin […]

  6. Sottoscrivo quanto detto sopra da Giovanni e Gian Paolo: il vino deve essere innanzitutto buono, e credo fermamente che un vino buono sia figlio di un’agricoltura attenta, convenzionale o no. Con pratiche in cantina poco invasive ma profondamente legate alla personalità, all’idea di vino e, non meno, alla competenza del vignaiolo.

  7. P.S.: i vini di Dario princic mi piacciono, eccome!

  8. […] diversa, l’accoglienza è stata delle migliori: Paolo Vodopivec (una vitovska da capottamento!) e Dario Princic (un cabernet che mi piace assai!) ci hanno spiegato dove saremmo stati come postazione, dove poter […]


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