Tutti i proletari del pianeta (Luca Olivieri, Yo Yo Mundi e Claudio Fossati)

“Tutti i proletari del pianeta” non è solo un video e una musica, ad uno sguardo attento non può sfuggire la forza evocativa che racchiude, non si può rimanere indifferenti davanti a questo spettacolo che attraverso la semplice raffigurazione di un’acrobata di legno, una piccolissima marionetta, comunica e dice tutto l’indicibile che attraversa la vita del proletario. La musica di Luca Olivieri accompagna e sottolinea quasi a voler scrivere una storia attraverso le note, le tastiere e la fisarmonica che si alternano e una batteria che scandisce sequenze, attimi di vita e di immobilità. La storia è quella di un uomo, uno qualunque, un proletario come ce ne sono tanti. Un uomo semplice, senza orpelli, con una vita preconfezionata, con un lavoro di fatica, sempre uguale, meccanico e privo di fantasia. E’ la storia di una mente addomesticata dalla televisione, dai media, un piccolo uomo che crede in poche piccole cose, che lavora perchè è l’unica cosa che sa di dover fare, perchè è l’unica salvezza possibile. Parte dallo sforzo quotidiano, da due tram per raggiungere il posto di lavoro perchè l’auto è un lusso che non si può permettere, che a differenza del pensiero comune sono quei pochi minuti di libertà ritagliata e sottratta dallo sguardo attraverso il finestrino in una città malata di smog e cemento. La libertà è unostato mentale che non conosce stati sociali, e di questo il nostro uomo ne è cosciente. Fino alla fabbrica, al posto di lavoro dove la musica accompagna il ritmo dei primi esercizi per sciogliersi i muscoli, piccoli sforzi per alleviare la fatica che s’intravede tra le mancanze di sorrisi dei colleghi, l’apatia dei discorsi, la depressione latente che deriva dalla sconfitta, ciò che non ci è più dato fare ma nemmeno immaginare. Scioglie i muscoli il nostro uomo dal volto impietrito, la fisarmonica tenta di donare una dolcezza che non c’è, le ferite rimangono immedicate seppur l’uomo che ha perso ogni capacità di reazione, non se ne cura, comincia a girare, è il turno, il suo turno. Quando ho visto questo video la prima volta, ho pensato agli Offlaga e al loro “produci-consuma-crepa!” nel riguardarlo, non ho cambiato mai opinione. Luca Olivieri e gli Yo Yo Mundi, autori di questo brano, hanno capito che il proletario è una figura importante nel pianeta e l’hanno saputo rappresentare nel modo più semplice e perciò didattico, possibile. Fino a che noi non faremo i conti con la parte educata di noi stessi, non saremmo mai in grado di risvegliarci e di ribellarci all’educatore. Il burattino di legno gira, il lavoro è cominciato, lo sforzo diventa evidente e le acrobazie si susseguono, ciò che si pretende non è un pensiero, non è la fantasia ma il risultato che ne deriva, ognuno è obbligato a confrontarsi con i propri limiti, senza sapere dove, come e perchè lo sta facendo. Lo sforzo è scomposto e quindi superiore, come ogni cosa che non si comprende, l’uomo davanti all’indecifrabile reagisce come può, spesso obbligando il corpo ad adoperarsi per ottenere qualcosa che sia perfetto, lindo, asettico. Nel compiere questo, il burattino di legno gira vorticosamente sull’asse che è il tempo, la musica incalza e diventa quasi un mantra che ipnotizza, le evoluzioni sempre più difficili sono alternate da fermi immagini in posizioni improbabili quasi a voler sfidare se stesso, una gara dell’umano con la macchina, del pensiero con il nulla. Ne deriva una pena infinita, un video che ci restituisce la visione di un mondo che ci ostiniamo a credere non ci appartenga, che non esista. Un video che obbliga e inchioda più che suggerire e sollecitare, così come la verità quando si palesa. L’occhio di bue dove la figura si raccoglie, ha le sembianze di una luna, una piccola finestra di speranza che l’autore ha creato e che si oppone alla forza del riflettore, come all’inizio è più intuibile, nella rappresentazione del cerchio bianco di luce. Una luna come “altro mondo possibile” e come evasione.  Gli strumenti, le tastiere, la fisarmonica e la batteria sono tutti in concerto e alzano il tono mentre il nostro uomo va sempre più veloce, nel vortice del nulla assistito dall’incomprensione del perchè e per chi sta facendo quel tipo di lavoro, la velocità serve a non pensare, attutisce il dolore, impedisce alla coscienza di esprimersi e quindi di dichiararsi esistente. Andando verso la fine, gli strumenti abbandonano uno a uno la scena e il nostro uomo rallenta, e seppur piegato dalla stanchezza non esita a mostrare le sue capacità fisiche superiori e si adopera in acrobazie improbabili come un pavone che mostra orgoglioso la ruota. Ma, la ricompensa non è una donna da corteggiare, non è l’immagine di sé che cerca, ma l’ennesimo inchino al padrone, l’ennesima beffa di credersi migliore e più competitivo rispetto al compagno che produce meno, un salvarsi dal ricatto, ecco cos’è il proletariato, un salvarsi dal ricatto facendo i salti mortali. Una competizione indotta tra esseri umani trasformati in automi, il nulla che deve però “produrre-consumare-crepare!” nel silenzio più totale, nell’alienazione dell’individuo e del pensiero portante. C’è un attimo verso la fine del video, pochi istanti dove si sente solo la batteria che io interpreto come i battiti del cuore del nostro uomo, un’istante che si ferma, immobile ed ho come la sensazione che impugni una bandiera, rossa, come ultimo simbolo e rigurgito di una libertà perduta ma mai dimenticata.

Barbara Brandoli

Ringrazio Luca Olivieri per avermi fatto partecipe.

Published in: Senza categoria on 17/07/2010 at 11:03 pm  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. : ‎”La fisarmonica tenta di donare una dolcezza che non c’è, le ferite rimangono immedicate, seppur l’uomo che ha perso ogni capacità di reazione, non se ne cura…”
    La bravura di Barbara è anche nel riprodurre nella scrittura questo alternarsi, senza fine e senza esito, di immagini di umanità e speranza con immagini di costrizione sapendo che nessuna delle due cose può essere la verità completa.

    Nicoletta Bocca

  2. Uno sforzo per la rottura del fulcro intorno al quale l’omino deve girare. La volontà di rompere le leggi che lo regolano e lo vincolano: la sua MECCANICITA’. E l’abbandono, alla fine, esausto.

    Splendido articolo di Barbara, splendida musica e splendido video.

    Augu


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