Vino e poesia, arti da salvare

Noi di Divino Scrivere abbiamo fondato un’associazione culturale basata sulla convinzione che il vino e le arti, in particolare la poesia, siano entrambi linguaggi dialoganti – non solo tra di loro – e che, attraverso la divulgazione e l’esperienza, possano raggiungere l’anima e le coscienze delle persone. Scoprire il vino, così come scoprire la poesia, è aprire nuove vie della mente, uscire dagli schemi e affrontare un nuovo cammino. I due mondi sono molto simili, ma, se nel vino qualche passo in avanti si è fatto o si sta facendo, medesima evoluzione io non riesco ancora a vedere riguardo l’espressione poetica. La maggior parte dei poeti o degli amanti del verso arriva per caso alla poesia, e per esigenza di manifestazione e per semplice desiderio di raccontarsi, di lasciare traccia di sé. Stesso vale per il vino: molti ne bevono perché lo trovano buono o perché a tavola bene s’accompagna con un determinato piatto e quasi tutti ci arrivano casualmente o seguendo consigli di persone più esperte. Nell’ambito del vino alcuni pionieri hanno, però, capito che parlarne alla gente e promuovere le politiche commerciali, gli spot, le copertine patinate non bastava più: se si voleva far arrivare un messaggio sincero e onesto bisognava partire dalla cultura del vino stesso, e quindi dal linguaggio. Così sono nati i corsi d’avvicinamento al vino basati sulla trasmissione dei termini identificativi e sullo sviluppo della memoria olfattiva, indicando dei percorsi a volte oggettivi altre volte soggettivi. Chi si è in qualche modo avvicinato al codice del vino ha potuto, poi, permettersi di spaziare, esplorare altre tipologie e trovare un proprio gusto. Le scuole a questo devono servire, a istruire e indicare percorsi. In campo enologico il concetto si è “abbastanza” capito, al punto da rendere l’offerta vastissima: dall’istruzione elementare e di base fino agli approfondimenti. Varie associazioni promuovono seminari sul vino e ognuna ha una sua filosofia, l’offerta è ampia e l’appassionato può scegliere da dove partire e dove arrivare. Alla base però resta sempre il passaggio di un sapere, s’insegnano le tecniche per comprenderla e, così facendo, si restituiscono al vino dignità e storia, passando inevitabilmente attraverso il ruolo del produttore, diventato parte integrante del processo nonché interprete del linguaggio stesso. Ecco perché, in Italia, si parla sempre più di vini naturali: il ruolo del produttore dovrebbe essere la restituzione di ciò che la natura, il terreno, la vite gli hanno donato. Lasciare siano gli elementi naturali ad esprimersi intervenendo nel modo meno invasivo possibile, aiutare il processo di crescita senza sforzarlo, evitando di mettere la propria firma, la propria personalità. Riconoscere che la terra, la vite, l’influenza del clima hanno già formato una cifra; egli, produttore, trasforma in buon traduttore di poesia, non toglie né aggiunge nulla: decodifica e restituisce un prodotto il più possibile simile alla regola della natura stessa. Divino Scrivere nasce all’interno di questa convinzione, e su questa spinta coltiva la persuasione che anche nella poesia in Italia si debbano percorrere strade diverse. Non è sufficiente parlare dei poeti, bisogna parlare di poesia come linguaggio, come filosofia, come genesi. Nel nostro paese la poesia è letta pochissimo, come mai? Eppure ci sono molteplici poeti e numerose case editrici a pubblicare libri in merito, ma pochi lettori (per lo più addetti ai lavori, critici o amanti del genere). La poesia così come nasce, il suo linguaggio, non è insegnata e approfondita; senza gli strumenti per comprenderla non si arriverà mai ad amarla nel profondo e, così come per il vino, l’approccio sarà sempre superficiale. La scuola di base ha perso il suo ruolo di insegnamento, studiare la poesia in Italia è compito arduo e, ammesso che una persona sia tanto appassionata da farne un percorso di studi, il risultato sarà osservare il proprio sapere circoscritto all’interno di una ristretta cerchia di persone, rischiando, nel modo, di cadere nella trappola autoreferenziale. Dire che la poesia non è per tutti, come dire che il vino non è per tutti, è formare delle elite, dividere cioè le persone tra colte e ignoranti. Se è vero che la poesia ama rimanere al margine e di marginalità si nutre, perché nasce come tradizione orale? Perché si forma come linguaggio del popolo e perché serviva a divulgare cultura, politica, storia? Ci siamo dimenticati della sua origine, ci siamo arresi ad un sistema fuorviante: la poesia in Italia non ha mercato, quindi perché educare alla medesima, perché investire denaro, risorse, tempo su qualcosa che non rende, che non può costituire un’occupazione, una professione, un reddito? Le piccole case editrici, i blog letterari, e alcune riviste tentano, con coraggio e in mezzo a mille difficoltà, la diffusione del verso, ma è quasi come cercare di vendere un vino naturale ad una persona abituata a bere vini industriali e convenzionali: non lo acquista perché non lo capisce, non lo capisce perché nessuno gli ha insegnato a comprenderlo. E’ più facile seguire strade sicure, ritrovare un gusto sempre riconoscibile, piuttosto che avventurarsi a scoprirne uno non ben identificabile. La natura per se stessa muta, cambia, si evolve, subisce il clima e altri parecchi fattori, perché un vino dovrebbe essere uguale un anno per l’altro? Anche la poesia muta, il dire dei poeti classici non è lo stesso dei contemporanei, la poesia spazia attraverso tutti gli aspetti della vita, siamo noi pronti a fare questo viaggio? Abbiamo mente e cuore aperti per accogliere le diversità? Esiste ancora in noi l’impulso alla dissidenza, la volontà di esplorare nuove strade, nuovi linguaggi, incontrare nuovi pianeti? Ecco: poesia e vino nascono per unire animi e sapere al fine di aprire un dialogo sempre diverso: contengono entrambe patrimonio culturale millenario, attingono e si nutrono delle loro stesse radici, ma hanno in se la capacità di rinnovarsi attraverso un viaggio di ricerca teso sempre più alla sottrazione, a negare il superfluo e restituire la verità, in vino come in poesia. Divino Scrivere parte dal presupposto enunciato, conosce entrambe le forme d’arte e crede fortemente nel punto d’incontro, sicché all’interno de Terre di Vite, l’evento eno-culturale itinerante nato in seno all’associazione, lo spazio dedicato alla poesia ha sempre avuto e sempre avrà un ruolo da protagonista. Dialogare tra le arti come viatico alla riscoperta delle proprie emozioni, aprire condividere anche e soprattutto sorseggiando un vino sincero in compagnia, ecco la priorità passionale. In Italia, come dicevo prima, la poesia non conta su fondi o aiuti statali, le piccole case editrici fanno i salti mortali per coprire le spese di pubblicazione e non possono certo accollarsi l’onere di insegnare cosa sia la poesia a chi non la conosce, limite che, inevitabilmente, porta alla mancata distribuzione del prodotto letterario stesso. Quindi io credo che la poesia abbia bisogno di aiuto per arrivare ad un maggior numero di persone, allargando il bacino dei lettori. Per ciò ci si adopra affinché il lettore diventi consapevole del valore intrinseco della forma d’arte, la comprenda, senta i benefici della conoscenza,si renda consapevole del modo in cui la poesia apre la mente attraverso il suo linguaggio, a volte criptico a volte più decifrabile. La mente aperta ci predispone all’ascolto e all’apprendimento di cose nuove senza filtri né preconcetti, solo così la diversità verrà vista come un valore. Parlo adesso alle tante associazioni che si occupano di fare formazione e corsi sul vino, quelle che possono contare su fondi ed entrate consistenti: inserite una lezione sul rapporto vino-poesia fatta da uno studioso letterato (in Italia ce ne sono tanti e talentuosi) non tanto per promuovere un poeta in particolare, ma per dare informazioni di base su ciò che è la poesia. Rimarrete stupiti di quanti punti in comune abbiano queste forme d’arte e allora capirete anche la necessità di salvarle.

Barbara Brandoli

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Published in: Senza categoria on 14/08/2010 at 6:45 pm  Comments (3)  

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3 commentiLascia un commento

  1. ..parto facendoti i complimenti per il post: lungo, ma molto bello.
    Bello, non solo per la tua saputa bravura nello scrivere, o per l’argomento trattato, che amo profondamente, ma anche per la novità che hai portato: rapporto e assonanza poesia vino, si, ok: ma siamo sicuri che stiano bene entrambi? tralasciamo il vino, per una volta, e parliamo della poesia..
    è difficile pure esprimere un pensiero, a proseguire la tua riflessione: colpa il tema complesso ma ancor più la consapevolezza che, in fin dei conti, per chi parliamo? per chi scrivo? per chi scrivi? la nostra indignazione, o il nostro moto d’animo che ci fa riflettere, che concretezza ha? possiamo “solo” fare, come hai suggerito, spazio alla poesia accanto al vino, con una presenza vera, non solo per consolidare la nostra idea che il vino è arte..
    ma chi dovrebbe – potrebbe, lavorando sulla scuola, cambiare il sistema di istruzione, far si che la poesia fosse amata, tornasse in auge, tornasse ad essere viva e pulsante, leggerà? rifletterà sul bisogno di salvare la poesia? salvare la formazione della poesia, salvare la possibilità che nasca sempre, nuova, e, perché no, al passo coi tempi, perché come non sappiamo se riusciremmo a bere un vino fatto come 2000 anni fa, è giusto che il presente abbia la sua poesia.. (è differente la questione, in quanto la poesia di 2000 anni fa, è ancora emozionante)
    …come tu hai fatto il paragone, del vendere vino naturale a chi è abituato ad altro, ho pensato a qualcosa di simile, poco prima di leggere quelle parole: qual è il vino più venduto? credo di non sbagliare di molto se dico, tavernello.. e allora: che fine ha fatto la poesia? e la musica d’autore che era poesia in musica degli ultimi anni?
    ..spero qualcuno saprà dare una risposta, in tempo per salvare la poesia.. buona serata..

  2. Cara Barbara, questo tuo post sorprendente (una roba così a Ferragosto…) pone l’attenzione su un argomento delicato e apre la strada ad altre riflessioni “collaterali”. Mi chiedo quanti siano in possesso della sensibilità necessaria per elaborare riflessioni del genere e per raccogliere l’appello che lanci in chiusura. Divino Scrivere prima e Terre di vite poi sono nate proprio in funzione della necessità di un raccordo tra vino e cultura, vino e arte, vinoe poesia: a me pare che questo bel progetto nella sua globalità stia riuscendo a smuovere più di qualche sensibilità, anche se si tratta di un processo lungo e complesso. Non è un caso se l’aspetto che più apprezzo e condivido in questo tuo post è la presenza del “pessimismo della ragione” ma anche dell'”ottimismo della volontà”, che sono poi esattamente ciò che muove l’impegno e la passione di quanti, come te, si adoperano quotidianamente per conservare al vino e al suo mondo quella dignità che va difesa e tutelata ogni giorno.

  3. complimenti Barbara,bellissimo post!!Mauri


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