Caro Bacco ti scrivo…

Caro Bacco,

perdona il mio ritardo nello scriverti, 2200 anni sono tanti, me ne scuso ma questa mia ostinata tendenza nel credere che l’essere umano sia dotato d’intelligenza e capacità di discernimento è molto radicata, fatico a cambiare idea, per questo motivo ho atteso tanto…Mi rivolgo a te perché qui, proprio qui nell’Enotria che tu amavi tanto, sembra che gli esseri umani siano  in preda a dei deliri di onnipotenza e sono arrivati al punto di disconoscere la storia, le tradizioni, la biodiversità, unico vero patrimonio che abbiamo avuto in dono e che andrebbe rispettata, protetta, accudita, tramandata! Parlo della volontà umana di cambiare il disciplinare di alcuni dei nostri migliori vini italiani. Ci hanno provato con il Brunello di

Dioniso o Bacco

Montalcino, adesso sembra che ci stiano riuscendo con il Cirò. E’ notizia di questi giorni che sia stata approvata dalla maggioranza dei  produttori di Cirò iscritti al consorzio e dalle istituzioni, la modifica al disciplinare di produzione consentendo di introdurre altri vitigni diversi dal Gaglioppo. Sì caro Bacco, tutto questo succede nella terra calabrese a te tanto cara, inevitabilmente il pensiero va a quei contadini ellenici che dall’antica Grecia portarono in Calabria vitigni come il Gaglioppo e il Greco Bianco lasciandoci un’eredità straordinaria che andava solo salvaguardata e protetta. Purtroppo non a tutti basta, ci sono produttori che credono che aggiungere vitigni internazionali non possa che far bene al Gaglioppo e alla denominazione Cirò. Perché caro Bacco, ce lo chiediamo in tanti, giornalisti, associazioni, blogger, consumatori e anche qualche produttore che va controcorrente, perché? Le risposte non arrivano e così io ipotizzo che nella nostra era, dove il baratto è stato sostituito dallo scambio merce-denaro, quest’ultimo non serva solo per acquistare una bottiglia di vino ma abbia preso il tuo posto caro Bacco, le persone sacrificano tutto in funzione di questa divinità. Almeno, ai tuoi tempi, proprio sul tempio di Cremissa vicino a Cirò Marina, ti portavano dei caproni o dei cinghiali come sacrificio, per avere i tuoi favori, per ottenere un buon raccolto, per scongiurare le avversità climatiche. Adesso molte persone portano la nostra cultura, la nostra memoria, le tradizioni e il nostro patrimonio ampelografico autoctono sul tempio della divinità denaro per avere in cambio un unico favore, un unico interesse che è quello economico. Dicono che con l’aggiunta di vitigni internazionali il vino Cirò migliorerà…Siccome a me non danno ascolto, diglielo tu che il Gaglioppo è un vitigno difficile e che andrebbe coltivato solo in certe zone e le più vocate. Lo sapevano anche gli antichi contadini ellenici, alcune zone erano destinate alla coltivazione della vigna, le altre, quelle più a valle ai cereali! Ma, sembra che molti produttori calabresi abbiano perso anche la memoria sostituendo con l’arroganza del sapere dell’uomo e l’uso della tecnica, ciò che dovrebbe essere il senso naturale della vita e della coltivazione di un particolare vitigno.

Io DICO NO! Al cambio del disciplinare del Cirò, rivendico il diritto di difendere l’identità del nostro patrimonio di vitigni autoctoni italiani e mi schiero a fianco di coloro che credono nella salvaguardia della nostra cultura enologica, contro l’omologazione del gusto che rischia di distruggere la biodiversità.  Noi siamo i custodi, non i padroni della terra!

(barbara)

Ne parlano:

Il Viandante Bevitore (Mauro Erro)

Luciano Pignataro

Slow Food Italia e Calabria

Vinocalabrese

Francesco De Franco – ‘A Vita

Published in: on 27/08/2010 at 3:39 pm  Comments (2)  

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2 commentiLascia un commento

  1. Se questo ha un senso:
    “possono concorrere alla produzione di detti vini le uve a bacca rossa provenienti dalle varietà idonee alla coltivazione nella regione Calabria da sole o congiuntamente fino ad un massimo del 20% ad esclusione delle varietà Barbera, Cabernet franc, Cabernet Sauvignon, Sangiovese e Merlot, che possono concorrere fino ad un massimo del 10%”.
    Non è il Cirò il problema ma la mentalità imprenditoriale che avanza, come sempre ciecamente e senza cognizione di causa.

  2. Giusto. Condivido in pieno. Ormai tutto si sta omogeneizzando, vogliamo appiattire tutti i gusti, i profumi, i sapori.

    Omologano tutto, sono partiti dai prodotti tipici e ora arrivano al vino. Ma è giusto difendere l’eterogeneità, le particolarità distinte offerte da ogni territorio. E ragioni di gusti e sapori, e, soprattutto, per ragioni culturali.

    Non ha senso tagliare le nostre radici…


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