Bourgogne Aligotè 2006 Coche Dury

I nostri sogni sono collegati tra loro non solo come “nostri”,
ma formano anche un continuum, fanno parte di un mondo
unitario, così come tutti i racconti di Kafka ruotano intorno
allo stesso motivo. Ma quanto più strettamente i sogni sono
connessi tra loro o si ripetono, tanto maggiore diventa il
pericolo di non riuscire a distinguerli dalla realtà.
(Theodor W. Adorno)

Ho visitato la Borgogna in sogno, trovo che sia bello sognare, diventa tutto un po’ approssimativo, come la mia vita. Ed ero proprio là a Meursault che è un piccolo paese nella Côte de Beaune. C’è una chiesa con un campanile abbastanza alto, piccole casette colorate e qualche persona che passeggia. Tutto intorno sono vigneti, tutto il resto sono filari e filari di viti. Le donne indossano dei vestiti colorati, portano i capelli raccolti e camminano con dei cesti di vimini che viene voglia di vedere cosa c’è dentro. Ci guardo e dentro ci sono dei piccoli pulcini, gialli, appena nati. Sono stupita fino a un certo punto perché è pur sempre Pasqua e i pulcini nel sogno ci stanno. Da lontano vedo un signore, uno serio che mi viene incontro, vestito come un buttero, quelli che vanno sui cavalli ma lui non ha il cavallo, è a piedi. Mi raggiunge e mi porge la mano come fanno gli uomini per presentarsi, noto che ha le mani tutte sporche di terra, mani affaticate, ruvide. Penso che mani così non le vedevo da anni e che era giusto sognarle, forse era un desiderio inconscio, non so. Quell’uomo era Jean Francois Coche Dury e con mano più pulita mi porgeva un calice aligotè1del suo Bourgogne Aligotè, come a dare il benvenuto, un gesto d’altri tempi, quasi aristocratico se non fosse che era più vero, più autentico e sincero da farmi arrossire e rimanere impietrita, senza parole, senza neppure la possibilità di svegliarmi e rendermi conto che non ero lì, che non era possibile…
Nel calice c’è un vino bianco, Aligotè 2006, l’osservo come si farebbe con una sfera di cristallo per capire se può raccontarmi qualcosa di più, se si può svelare, come se per incanto e per caso ne potesse uscire un genio così bravo da raccontarmi tutto, dove sono e cosa sto bevendo. Non c’è, ci sono solo io e il vino. Nudi, come direbbe qualcuno, nudi e senza difese. L’Aligotè di Coche Dury è un vino che non esiste, non può esistere se non in sogno, è troppo diverso da tutto quello che ho fin’ora assaggiato. Il colore giallo leggermente dorato è brillantissimo, il naso è spaziale. Forse sono stata rapita dagli alieni e non me ne sono accorta. L’Aligotè? E chi l’aveva mai assaggiato? L’olfatto è di erbe di campagna, leggermente amare, qualche piccola ginestra e fiorellino giallo, idrocarburi particolarissimi, non da riesling, altri, più delicati che si abbracciano alla mela verde e agli agrumi gialli. Non so se è per via del sogno ma ci sento netto anche il finocchietto selvatico. In bocca è una roccia, minerale di pietra focaia, è sapido, verticale e austero, e un leggerissimo muschio che non ce la fa a dormire, s’alza e apre le danze con la morbidezza dell’alcol che altro non aspettava. Parte una musica, è un concerto per violino e pianoforte, note acutissime e accordi armonici che si sposano, curve d’armonie sensuali e leggere. Oltre la normale soglia di verità c’è un piccolo sogno sognato e un grande vino che l’ha reso possibile. Io dormivo ma di sicuro quel giorno la bottiglia di Bourgogne Aligotè 2006 l’ha aperta Filippo Marchi al quale va il mio profondo ringraziamento, è lui il mio Virgilio enoico per i vini francesi, colui che mi ha condotto spesso dal disordine totale alla fioca luce della sapienza.

Published in: Senza categoria on 04/04/2013 at 7:46 pm  Lascia un commento  

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