Boca “Il Rosso delle Donne” 2005 Cantine del Castello Conti

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La conoscenza del vino è un’idea imperfetta perché la natura vive la sua vera espressione nella mutevolezza e crea i suoi capolavori attraverso il rinnovamento continuo. Il Boca “Rosso delle Donne” Conti 2005 è un vino che cammina a piedi nudi nella direzione essenziale del divenire. Rosso rubino intenso, un colore che avvolge e rassicura così come le mani di papà Ermanno. Mani che hanno saputo cogliere, trattenere e restituire il sapere e l’amore racchiuso nella cura del vigneto e nella lavorazione in cantina. Elena, Anna e Paola Conti, tre figlie, tre libri da scrivere. Fogli bianchi da riempire di memoria, parole e gesti che hanno tracciato un solco e costruito un ponte tra il passato e il futuro. Rosso è il pensiero di Elena quando sorride alle vite e alla vita, rosso è il tramonto che l’accarezza quando alla sera fa ritorno in cantina. Danza il Boca nel calice lasciando trasparire la passione e la cura, l’attenzione necessaria e la sensibilità oltremodo offerta, l’arte del creare che non è preceduta da interessi. La potenza della tradizione che abbraccia la creatività genera ciò che solo si può definire “vino vivo”. Un estasi sublime di profumi che arrivano carichi e netti, parole infilate una dopo l’altra che ricordano la descrizione di un’atmosfera rilassante e carica di attese. Un sipario rosso rubino intenso che si alza e si scopre un attore e uno spettatore, un vino questo Boca Conti che sa parlare e ascoltare, che accarezza e che rivendica l’appartenenza al territorio. Una musica da interpretare, uno spartito variabile anno dopo anno, clima dopo clima, ispirazione dopo ispirazione così come dovrebbe essere ciò che noi chiamiamo: l’opera dell’artista. Al naso è un cofanetto di profumi, un bouquet di rose rosse appassite e piccoli frutti rossi che spingono verso la passione e che invitano le labbra e la lingua al contatto. Subliminare le papille gustative, un compito che semmai gli fosse stato affidato, il Boca Rosso delle Donne esegue con eleganza e all’interno di quel silenzio che solo chi sa parlare al passato guardando verso il futuro osa decifrare. La mineralità e l’acidità elevano ciò che il frutto ha creato, il tannino scalpitante che spinge nel rivendicare il diritto d’attesa, come se tutto questo non fosse già una promessa, come se in questo calice non fossero già racchiuse le potenzialità dell’annata e la bellezza del rispetto e della sensibilità che Elena dedica quotidianamente alle sue vigne. Viene voglia di brindare con questo Boca, anche se non ce ne è bisogno, anche se non è il momento, qui si brinda al divenire, all’unica certezza di un sentire comune che va nella direzione del continuo mutamento, vivendolo all’interno dei cicli naturali dell’agricoltura e della vita stessa.

 (barbara brandoli)

CANTINE DEL CASTELLO CONTI – di Conti Elena, Anna e Paola

Via Borgomanero, 15 – 28014 Maggiora (NO)

www.castelloconti.it 

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Published in: on 17/03/2013 at 10:45 pm  Lascia un commento  

Tratto da Lavinium: Zibibbo 2009 Barraco

 
Li abbiamo qui gli affamati del potere;
gli affamati di carne cruda,
che credono la Sicilia un porco scannato e le spolpano le ossa.
Se sei siciliano, alza il braccio, apri la mano:
cinque bandiere rosse, cinque!
Accendi la polveriera del cuore!
(Ignazio Buttitta)                                                                  

Conoscere Nino Barraco, avere il piacere di dialogare con lui senza fretta è un po’ come fare pace con una terra fatta di contraddizioni e di luoghi comuni come solo la Sicilia sa essere. Nino ha scelto il difficile compito di restituire dignità al lavoro contadino attraverso la rinascita del terreno e la salvaguardia di vitigni autoctoni antichissimi come Grillo, Catarratto e Zibibbo. Che ci sia un dialogo costante tra lui e le sue piante, s’intuisce dalla passione con la quale racconta il ritorno alla coltivazione naturale. Il rispetto per le biodiversità è sinonimo di un pensiero che va oltre la produzione del vino, è qualcosa di più grande: restituire alla terra ciò che esisteva all’origine come unica soluzione è una filosofia di vita che diventa esempio non solo per le generazioni future ma anche per quel mondo contadino che ha smesso di crederci ed è caduto nella trappola del profitto facile a scapito del rispetto di tutto l’ecosistema.  Il suo Zibibbo 2009 che sto degustando è la risposta che meglio s’adatta a ciò che penso di Nino: è un interprete della grande materia prima che ha disposizione. Lo è nel senso più naturale e pacato termine. Ascoltare Nino è come entrare all’interno di un sogno realizzato, qualcosa che sì è trasformato da utopia in convincimento: il rispetto per la natura può solo restituire qualità uniche, le stesse che si ritroveranno nei suoi vini.  L’espressione della Sicilia, di un territorio e del suo patrimonio naturalistico, la biodiversità che trova un suo equilibrio in questo calice di Zibibbo che

Nino Barraco a Vino a Manovella

è vinificato secco ma che restituisce tutta l’aromaticità del vitigno in uno spettro di profumi e sapori mai scontati e banali. Non c’è un profumo che prevale sull’altro, questo Zibibbo di Barraco è fluttuante, è una danzatrice con cento veli, tutti formano un insieme ma ognuno è particolare, unico, autoctono. La sapidità e quella leggera nota salmastra stanno a indicare che lì c’è il mare e che le vigne traggono beneficio da quella brezza. La zagara, gli agrumi, la ginestra e le erbe aromatiche a ricordarci che siamo in terra di Sicilia, il colore giallo intenso riconduce la memoria al sole che splende su Marsala.  In questo calice tutti gli elementi parlano la stessa lingua e lanciano lo stesso messaggio: il gesto culturale dell’uomo che trasforma l’uva in vino deve essere il più semplice possibile, solo così si riuscirà a restituire dignità a una terra che per troppo tempo è stata violentata nelle sue stesse radici. Nino Barraco non è solo un vignaiolo, è un uomo che ha deciso di intraprendere un percorso difficile e controcorrente. Una delle cose che più ammiro in lui è la volontà di raccontare e condividere quest’esperienza con gli altri viticoltori, questo significa aver compreso che il lavoro va fatto sulle coscienze ancor prima che in vigna. In Sicilia, dove l’omertà non è solo un luogo comune, ridare voce alla propria terra è come saper tradurre un grido di dolore, riconoscerlo e trasformarlo in un canto, il più popolare possibile, di gioia.

(Barbara Brandoli)  

 tratto da: http://www.lavinium.com/cgi-bin/visuvinlav.cgi?IDvino=9037

Zibibbo 2009
Tipologia……………….: I.G.T. bianco
Vitigni……………………: zibibbo
Titolo alcolometrico..: 13,5%
Produttore………………: BARRACO

 

Published in: on 30/04/2011 at 11:10 am  Lascia un commento  

To be lambrusco, Castello di Levizzano Rangone 17 e 18 Ottobre 2010

 

TO BE LAMBRUSCO – ESSERE LAMBRUSCO

Essere Lambrusco. Per alcuni è un’esigenza, per altri una scelta…

17 e 18 ottobre Castello di Levizzano Rangone (MO) 

 

E’ a questi che sarà dedicato To Be Lambrusco, manifestazione per chi crede che il Lambrusco non sia una scelta di serie B ma To Be. Organizzata dal Simposio dei Lambruschi, associazione nata a inizio anno, composta dalle aziende Pederzana, Villa di Corlo, Fiorini, Ca’ Berti, Paltrinieri, Fattoria Moretto, Podere il Saliceto, Francesco Vezzelli, To Be Lambrusco si terrà il 17 e 18 ottobre nello splendido castello di Levizzano Rangone (IX secolo) in del comune di Castelvetro di Modena, immerso nelle dolci colline multicolori a pochi chilometri da Modena. La manifestazione vedrà un momento per ogni target, dal consumatore finale ai professionisti del settore. A  questi sarà dedicato l’appuntamento più originale, il concorso “Il Lambrusco cerca moglie”, che vedrà i sommelier lasciare il taste vin per scendere ai fornelli inventando una ricetta ideale in abbinamento al Lambrusco.

Per la prima volta, quindi, non si partirà dal piatto per scegliere il vino ma avverrà l’esatto contrario! Tutti i sommelier che esercitano la professione potranno prendere parte al concorso contattando 0039 335 342485 – info@simposiodeilambruschi.it.

Le finali si terranno lunedì 18 durante l’evento davanti ad una giuria di esperti e non mancheranno i colpi di scena. Accanto al concorso, l’intera giornata offrirà il banco d’assaggio per gli addetti ai lavori, dove si potranno incontrare le aziende socie del Simposio ma anche i colleghi “ospiti”, i produttori del Convito di Romagna e del Mosaico Piacentino, completando così idealmente la conoscenza di Lambrusco Modenese, Sangiovese di Romagna e Gutturnio.

Il banco d’assaggio si terrà anche la domenica e sarà aperto al pubblico. Potranno partecipare all’evento persino le famiglie. A To Be Lambrusco, infatti, anche i bambini saranno ospiti graditi, grazie al percorso didattico realizzato in collaborazione con le scuole elementari e medie di Modena. I consumatori di domani potranno, quindi, imparare a conoscere come l’uva diventi vino in modo divertente assieme a personale qualificato, mentre i genitori si godranno qualche ora di tranquillità degustando i prodotti delle circa venti cantine. Non mancheranno le specialità gastronomiche del territorio, dai grandi classici come il Parmigiano Reggiano e l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena a prodotti innovativi come il Balsamela.  

Infine, To Be Lambrusco diverrà il punto ideale per la conoscenza di tutto il territorio di Castelvetro, ricco di castelli, borghi medievali e paesaggi mozzafiato, segnati da filari di vite, che in autunno, assumono le sfumature del rosso, del verde e del giallo.

 La giornata si concluderà con la cena gourmet realizzata da chef del calibro di Massimo Bottura de L’Osteria Francescana, Isa Mazzocchi del Ristorante La Palta di Piacenza, e Franco Aliberti del Ristorante Vite di San Patrignano.

L’evento, organizzato dal Simposio dei Lambruschi, è realizzato in collaborazione con il Comune di Castelvetro. 

 

Per informazioni ufficio stampa Gheusis Srl – info@gheusis.com tel 0422 928954

Published in: on 07/10/2010 at 9:47 am  Lascia un commento  

Tratto da Lavinium: “Nanni Copè: Portami dove ancora non sono stato…”

Con quali ali si potrà
sfuggire alla rovina e al bruciore dei giorni?
Con quali lacrime si potrà stendere un velo
sullo sguardo stupefatto del tempo?
Con quali mani si potrà stringere in lacci
eterni l’amore?
Con quali mani?
Il sonno, il sonno, il sonno
lui riposa,
sulle calde sabbie,
sotto la luce accecante del sole.
(Forugh Farrokhzad trad.: Domenico Ingenito)

Nanni Copè: Portami dove ancora non sono stato…

La prima cosa che ho chiesto a Giovanni Ascione durante il nostro incontro, è stata di togliermi la curiosità sul nome del suo vino…Giovanni sorride e mi risponde “Nanni Copè sono io! Da piccolo, quando qualcuno mi chiedeva come mi chiamassi, io rispondevo: Nanni Copè!” La seconda mia curiosità era rivolta al simbolo sull’etichetta, Giovanni mi dice che è il suo segno zodiacale, e mi mostra il tatuaggio che ha sulla caviglia, figura identica a quella che c’è in etichetta. Da giorni, prima di assaggiare questo vino e di conoscere Giovanni, mi capitava spesso di pensare a questo strano nome in etichetta “Nanni-Copè” m’incuriosiva, mi suonava come una nenia, quasi una litania, ora mi accorgo che è un sogno e che dentro a questo sogno i simboli servono per ricordarti il percorso, da dove vieni e dove stai andando… Nanni Copè nasce dalle mani di Giovanni Ascione che prendendosi cura delle viti di Pallagrello e Aglianico di un piccolo appezzamento di terreno a Castel Campagnano in provincia di Caserta, è riuscito a creare il suo vino, identitario di un territorio ed espressione della sua più intima personalità. “Sabbie di Sopra il Bosco” è il nome del vigneto da dove provengono le uve, saggiamente Giovanni ha voluto evidenziarlo in etichetta, un terreno fatto di arenarie che sbriciolandosi hanno dato origine alle sabbie che per l’80% costituiscono lo strato geologico dove affondano le radici di piante ventennali. Il colore è un bellissimo rubino intenso e profondo, i profumi virano dalla rosa rossa essiccata alla frutta rossa come amarena, ciliegia, ribes rosso. Le spezie sono presenti ma non invadenti ,anzi, intrigano il naso e ti spingono ad identificarle come in un gioco o come quando in un viaggio ci lasciamo condurre dall’olfatto: chiodi di garofano, un leggero tabacco, bacche di ginepro e pepe. In bocca è freschissimo, l’acidità è ben presente e la cosa sorprendente è come riesce ad abbracciare una trama tannica particolarmente setosa e vellutata. Un sorso questo che appaga, ampio, avvolgente ma che nello stesso tempo riesce ad essere verticale, severo, austero.
Il Nanni Copè è un vino che io definirei “multiculturale” perché riesce a parlare più lingue, un vino che ha viaggiato, ha incontrato e condiviso e poi è ritornato alle sue origini mettendo a frutto tutta l’esperienza e concentrando su di sé le emozioni ricevute: uno scambio continuo che si percepisce sia la naso che al palato. In questo bicchiere c’è il Sud, c’è la profonda identità di una terra e di un vitigno ma c’è anche un invito a percorrere strade nuove, magari a piedi nudi sulle “sabbie di sopra il bosco”…

Barbara Brandoli

Nanni Copè 2008
Tipologia……………….: I.G.T. rosso
Vitigni……………………: pallagrello nero
Produttore………………: NANNI COPE’

Prezzo……………………: E
(da 15,01 a 25,00 Euro)

Published in: on 23/09/2010 at 6:43 am  Lascia un commento  

Caro Bacco ti scrivo…

Caro Bacco,

perdona il mio ritardo nello scriverti, 2200 anni sono tanti, me ne scuso ma questa mia ostinata tendenza nel credere che l’essere umano sia dotato d’intelligenza e capacità di discernimento è molto radicata, fatico a cambiare idea, per questo motivo ho atteso tanto…Mi rivolgo a te perché qui, proprio qui nell’Enotria che tu amavi tanto, sembra che gli esseri umani siano  in preda a dei deliri di onnipotenza e sono arrivati al punto di disconoscere la storia, le tradizioni, la biodiversità, unico vero patrimonio che abbiamo avuto in dono e che andrebbe rispettata, protetta, accudita, tramandata! Parlo della volontà umana di cambiare il disciplinare di alcuni dei nostri migliori vini italiani. Ci hanno provato con il Brunello di

Dioniso o Bacco

Montalcino, adesso sembra che ci stiano riuscendo con il Cirò. E’ notizia di questi giorni che sia stata approvata dalla maggioranza dei  produttori di Cirò iscritti al consorzio e dalle istituzioni, la modifica al disciplinare di produzione consentendo di introdurre altri vitigni diversi dal Gaglioppo. Sì caro Bacco, tutto questo succede nella terra calabrese a te tanto cara, inevitabilmente il pensiero va a quei contadini ellenici che dall’antica Grecia portarono in Calabria vitigni come il Gaglioppo e il Greco Bianco lasciandoci un’eredità straordinaria che andava solo salvaguardata e protetta. Purtroppo non a tutti basta, ci sono produttori che credono che aggiungere vitigni internazionali non possa che far bene al Gaglioppo e alla denominazione Cirò. Perché caro Bacco, ce lo chiediamo in tanti, giornalisti, associazioni, blogger, consumatori e anche qualche produttore che va controcorrente, perché? Le risposte non arrivano e così io ipotizzo che nella nostra era, dove il baratto è stato sostituito dallo scambio merce-denaro, quest’ultimo non serva solo per acquistare una bottiglia di vino ma abbia preso il tuo posto caro Bacco, le persone sacrificano tutto in funzione di questa divinità. Almeno, ai tuoi tempi, proprio sul tempio di Cremissa vicino a Cirò Marina, ti portavano dei caproni o dei cinghiali come sacrificio, per avere i tuoi favori, per ottenere un buon raccolto, per scongiurare le avversità climatiche. Adesso molte persone portano la nostra cultura, la nostra memoria, le tradizioni e il nostro patrimonio ampelografico autoctono sul tempio della divinità denaro per avere in cambio un unico favore, un unico interesse che è quello economico. Dicono che con l’aggiunta di vitigni internazionali il vino Cirò migliorerà…Siccome a me non danno ascolto, diglielo tu che il Gaglioppo è un vitigno difficile e che andrebbe coltivato solo in certe zone e le più vocate. Lo sapevano anche gli antichi contadini ellenici, alcune zone erano destinate alla coltivazione della vigna, le altre, quelle più a valle ai cereali! Ma, sembra che molti produttori calabresi abbiano perso anche la memoria sostituendo con l’arroganza del sapere dell’uomo e l’uso della tecnica, ciò che dovrebbe essere il senso naturale della vita e della coltivazione di un particolare vitigno.

Io DICO NO! Al cambio del disciplinare del Cirò, rivendico il diritto di difendere l’identità del nostro patrimonio di vitigni autoctoni italiani e mi schiero a fianco di coloro che credono nella salvaguardia della nostra cultura enologica, contro l’omologazione del gusto che rischia di distruggere la biodiversità.  Noi siamo i custodi, non i padroni della terra!

(barbara)

Ne parlano:

Il Viandante Bevitore (Mauro Erro)

Luciano Pignataro

Slow Food Italia e Calabria

Vinocalabrese

Francesco De Franco – ‘A Vita

Published in: on 27/08/2010 at 3:39 pm  Comments (2)  

Intervista ad Anna Soldati

Ho voluto sentire raccontare Mario Soldati dalle parole di Anna Cardini Soldati nuora dello scrittore già responsabile culturale del comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita e fondatrice dell’associazione culturale a lui dedicata (www.comitatomariosoldati.it). Lei che ha conosciuto il coté pubblico e , ancor meglio , quello privato, è dunque in grado di darci un’immagine vera e duratura del grande letterato. Invitiamo, allora Anna ad aprire il suo cuore e mostrarcelo con tutto l’affetto e l’entusiasmo di cui è capace. 

1) Contaminazioni letterarie e non solo. Il tema dell’evento è multicultura; Mario Soldati lo si può definire un contaminatore d’eccellenza? Scrittore, regista, sceneggiatore, autore televisivo, enologo, uomo dai tanti interessi, ebbene: come vedrebbe lui Terre di Vite?   

Il Soldati che io ho conosciuto è prima di tutto una persona che si abbandona alla gioia di
 

  

Mario Soldati (foto di Wolf Soldati, viaggio relativo alla pubblicazione del libro "Vino al Vino"

 vivere con grande generosità. L’intera sua opera è legata indissolubilmente alla sua vita da qui la nascita del dialogo tra letteratura, cinema e televisione. L’autore di inchieste televisive originalissime è il pioniere del giornalista enogastronomico con una marcia in più: la sensibilità antropologica. La sua poetica è espressa pienamente in un opera come ‘Vino al Vino’ considerata da alcuni il più bel viaggio in Italia mai scritto.  La sua passione per il vino risale alla prima giovinezza, apprezzerebbe senz’altro ritrovare la stessa passione in Terre di Vite.

  2) Ricordando che nel 1935 va alle stampe America primo amore, dal 29 al 31 Mario Soldati vive negli Stati Uniti. Cosa porta in se al rientro in patria, cosa rimane nel suo animo di quella cultura?  

Soldati lascia l’Italia nel 29 a soli 23 anni per una borsa di studio alla Columbia University di New York. Il libro che nasce da quell’esperienza ‘America primo amore’ narra l’incontro di due giovinezze; quella tra il giovane studente europeo e il ‘nuovo’ rappresentato dal grande paese moderno per eccellenza, l’America. E’ un opera che rimane freschissima come succede a volte ai capolavori; è stata pubblicata nel 1935 e non ha mai smesso di essere ristampata – un vero long-seller.
 

  

Mario Soldati

 L’esperienza americana è stata fondamentale nella sua formazione e ne ritroviamo tracce in tutta la sua opera. Nell’Italia del Novecento Soldati interpreta l’uomo di cultura europea e di formazione americana, ciò spiega la naturalezza con cui si è accostato al mondo dei media. Senza dubbio la conoscenza profonda degli Stati Uniti ha reso ancora più fine e attenta la riflessione sull’Europa e l’Italia di cui è pervasa la sua opera.

 

 3) C’è una pellicola tra le tante da lui dirette dal titolo Fuga in Francia (1948) nella quale si tratta di un tema attuale per l’epoca: l’emigrazione clandestina. Ci fai un parallelo tra il suo pensiero del tempo e l’oggi in cui assistiamo al processo contrario e da terre molto lontane? Ed ancora l’opera è una commistione di generi e stili diversi, torniamo così alle mescolanze, al melting pot…  

Nel film ‘Fuga in Francia’ si parla di europei che emigrano in Europa è una realtà molto diversa da quella attuale. Durante l’’epoca del film erano genti e persone che si spostavano, attualmente sono masse che si muovono, ciò che sta accadendo è un fenomeno che riguarda la civiltà di massa e Soldati si è espresso chiaramente su alcuni mali della modernità, tuttavia la grande energia che molte di queste persone possiedono nell’affrontare una nuova vita, fiduciosi, nonostante le difficoltà e le umiliazioni, la considererebbe senz’altro un fatto positivo; d’altronde è stato lui stesso a tentare di emigrare negli Stati Uniti durante la dittatura in Italia . Il laboratorio dell’artista Soldati mostra un’attenzione viva alla sperimentazione ma lo stile dello scrittore è uno e i linguaggi sono tanti. Per chi conosce a fondo l’uomo e l’artista, l’opera, apparentemente eterogenea, coincide perfettamente con l’autore. E’ stato un grande sperimentatore ma attento all’opera dei maestri del passato; dentro ma anche in fuga dal Novecento. 

 4) Tratto da “Vino al Vino”: “E il vino? Cosa c’entra il vino? Oh, se c’entra! Il vino è   

Mario Soldati: "Vino al Vino"

 come la poesia, che si gusta meglio, e che si capisce davvero, soltanto quando si studia la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con la sua educazione, con il suo mondo. La nobiltà del vino è proprio questa: che non è mai un soggetto staccato e astratto, che possa essere giudicato bevendo un bicchiere, o due o tre, di una bottiglia che viene da un luogo dove non siamo mai stati.” 

Questa lettura ha accompagnato spessissimo le iniziative della nostra Ass. Culturale Divino Scrivere, un passaggio per me fondamentale che descrive benissimo quale dovrebbe essere l’approccio al vino e come sia in simbiosi con l’arte poetica. Senza dimenticarci che la frase “Il vino è la poesia della terra” è stata scritta proprio da Mario Soldati, ci puoi raccontare con parole tue (quindi della parte più intima e meno divulgata) come Soldati viveva e sentiva il rapporto con la terra, con i produttori e con il vino stesso?  
  
 Soldati, definito grande interprete dell’identità italiana, nel vino italiano riconosce, tra l’altro, la grande potenzialità unificante. Il nostro paese è abbracciato dal mare e ricoperto di vigne ad ogni latitudine. Una grande intuizione da chi ha amato il vino fin da ragazzo e scritto delle pagine bellissime sulla convivialità che il vino esalta. Percorrere il Paese camminando sulla terra dove crescono le viti in compagnia di contadini e vignaioli, gustare il vino nelle cantine dove ha maturato, ha rappresentato sicuramente una stagione felicissima, quella felicità sempre viva che ritroviamo nelle pagine di VINO al VINO.

  

   

Intervista a cura di Barbara Brandoli. 

L’Ass. Culturale Divino Scrivere ringrazia Anna Cardini Soldati per averci rilasciato quest’intervista e, ancor più, per averci messo a disposizione una bellissima mostra sulla vita di Mario Soldati che verrà esposta e sarà visibile da tutto il pubblico che parteciperà alla manifestazione Terre di Vite, 13 e 14 Novembre 2010, presso il Castello di Buronzo. 

Ancora grazie Anna,
Barbara.

 

Published in: on 18/08/2010 at 1:55 pm  Lascia un commento  

Tratto da Lavinim: Antece 2004 Fiano Igt -De Conciliis-

 

Degli infiniti amori raccogliamo le sottili pietre”  

 

Questa vaga intuizione – sai –
come se non del tutto reali fossero i dolori,
se ancora sappiamo dell’umano essere amici,
o di qualcuno che del vasto campo
ci accoglie a tarda sera.
Ci deve essere – ci diciamo, voce su voce –
una forza infinita in te,
una magia nascosta.
meravigliosa.
E senza limite.

(Domenico Ingenito)

 

Ci deve essere – ci diciamo voce su voce – una forza infinita in te” paragonabile al guerriero di pietra dal quale prendi il nome: Antece! Un calice che rimanda alla luce accecante del sole del Cilento, macchia mediterranea che nasce dalla roccia e una parola che racconta di un Fiano definitivo, Antece! De Conciliis mette un punto e crea un precedente vinificando questo uvaggio come se si trattasse di un vino rosso, macerazioni lunghe e affinamento in grandi botti quasi a volere fermare il tempo per renderlo immortale. Eppure sono i profumi di mandarino e buccia d’arancio i primi a scoprirsi, tolgono il velo e portano in evidenza altra frutta gialla, matura, candita.
Un guerriero gentile questo Antece 2004, accarezza il palato e fa sentire tutta la sua potenza con l’alcool appena sopra le righe, una leggera ossidazione che fa da contraltare ad un’acidità ancora presentissima e viva da formare una struttura perfetta lasciando una pulizia e una freschezza da manuale mentre scivola sulla lingua che gioca a riconoscere le sfumature.
“Una magia nascosta” che passa attraverso una divinità pagana, un culto al quale mi arrendo così come mi arresi anni fa a questo vitigno, il Fiano, un amore difficile e contraddittorio, mai uguale eppure sempre fedele a se stesso. L’Antece è un vino che non andrebbe bevuto in solitudine, è così statuario e dominante che dovrebbe sancire qualcosa, come una stretta di mano o un abbraccio prolungato.
E’ il ripetersi di un’emozione mutevole, sono i nostri sensi che cercano il vino e non viceversa. Penso che se il guerriero di pietra che da millenni domina il Parco Naturale del Cilento potesse parlare, si limiterebbe a sorridere di noi umani, di come ci sorprendiamo che una terra così meravigliosa e vocata sia in grado di donarci dei frutti straordinari e direbbe poche parole a Bruno de Conciliis, pochissime e in una lingua sconosciuta ma, sono sicura che tutto l’universo percepirebbe: “grazie!” 

 Antece 2004
Tipologia………………: I.G.T. bianco
Vitigni……………………: fiano
Titolo alcolometrico: 14%
Produttore……………..: DE CONCILIIS – Viticoltori De Conciliis

Prezzo…………………..: D
(da 10,01 a 15,00 Euro)

(Barbara Brandoli tratto da www.lavinium.com  Maggio 2010)

Published in: on 16/05/2010 at 2:21 pm  Lascia un commento  

Tratto da Lavinium- Barolo Chinato di Cappellano: La ricostruzione del silenzio…

Temo l’uomo di poche parole –
temo un uomo che tace –
l’arringatore – posso superarlo –
il chiacchierone – posso intrattenerlo –
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno –
di quest’uomo diffido –
temo ch’egli sia grande.
(Emily Dickinson)

Da un po’ di giorni ho davanti una bottiglia di Barolo Chinato di Cappellano, l’ho aperta per degustarla e per scriverne ma c’era sempre qualcosa che mi fermava, qualcosa di urgente da fare, rispondere a un’email, fare delle telefonate, incontrare persone…Non ho potuto fare a meno di notare che quella stessa bottiglia, con la sua inconfondibile etichetta blu, non aveva fretta, mi stava aspettando, come se stesse usando una forma di linguaggio alternativo che non siamo più abituati ad ascoltare: il silenzio. Ed è così che comincia questo viaggio attraverso il Barolo e le spezie, un percorso fatto di partenze e fermate, di andate e ritorni ma, soprattutto, di intense pause che esistono nel momento stesso che noi attribuiamo al silenzio il significato d’arte. Una pace profonda che inizia nell’istante che avvicino il bicchiere al naso, è come entrare a piedi nudi in un negozio di spezie, percepire che la bellezza assorbe tutti i nostri sensi, l’olfatto proietta immediatamente al cervello immagini che si susseguono una dopo l’altra come in un film muto. In questo silenzio c’è una grandissima comunicazione, l’emozione, la percezione dell’autorevolezza dell’interlocutore, l’ascolto, l’eleganza e naturalmente il ritmo. Un vino si può rivelare attraverso il silenzio solamente quando è assolutamente in grado di parlare, allora il tacere non è più l’assenza di comunicazione ma è l’espandersi della stessa.
La china, il rabarbaro, la genziana, il cardamomo, la cannella, i chiodi di garofano, l’anima di queste spezie si è fusa con il Barolo, si sono donati reciprocamente. Questo scambio di aromi è in continua evoluzione, sia al naso che inBarolo Chinato bocca, si percepiscono alternativamente le note amare e quelle dolci e ogni volta in sequenza diversa. Un vino, il Barolo Chinato di Cappellano, che disorienta, che non segna strade o percorsi ma che lascia al degustatore la possibilità di crearne una sua. Profondissimo e avvolgente il sorso, talmente persistente da poter sostenere l’abbinamento al cioccolato fondente ma anche così inafferrabile e sfuggente che trova la sua perfetta dimensione bevuto in solitudine. La solitudine del silenzio che si espande e diventa parola, verbo e raggiunge il cuore, tocca la parte più intima dove hanno sede le passioni e riesce ad aprire un dialogo costante che parte dal passato, che racconta una storia di uomini, di generazioni, di esperienze. Il silenzioso segreto della ricetta con la selezione e le dosi delle spezie che si tramanda dal 1895 da padre in figlio, una tradizione e un segno fatto di gesti, di sguardi, di mani sapienti e di lunghe attese.
Ora questo segreto è custodito da Augusto Cappellano, la bottiglia che ho davanti è frutto del suo lavoro, imbottigliata da pochi mesi ma già così austera, già con le rughe sul volto, quelle di un uomo che ti accoglie con pazienza nella sua casa, ti versa un bicchiere del suo Barolo Chinato e ti spiazza con la sua grande semplicità. Con Augusto non so mai se è lui a raccontarmi una storia, se è il suo vino o se sono io che parlo e lui ascolta…Nel dubbio, sorseggio ancora un po’ del Barolo Chinato che ho nel bicchiere e m’interrogo sui segreti, non soltanto sulla ricetta delle spezie, mi chiedo quante generazioni dovranno passare prima di restituire al nostro tempo uno spiraglio di speranza, quanta distanza ci sia tra il rumore e il silenzio, quanta energia e determinazione sia necessaria per decidere di fermarsi ad ascoltare un vino o un uomo con la semplice consapevolezza che ci sia ancora e sempre qualcosa da imparare.
 
Come sempre rispettiamo la volontà del caro Baldo di non mettere alcuna valutazione, in chiocciole o in centesimi, le parole bastano da sole a far capire se il vino è apprezzato o meno (ndr).

(Barbara Brandoli- Aprile 2010, tratto da www.lavinium.com)

Barolo Chinato
Tipologia………………: V.d.t. rosso dolce
Vitigni……………………: nebbiolo
Titolo alcolometrico: 17,5%
Produttore……………..: CAPPELLANO – Azienda Agricola Cappellano

Prezzo…………………..: F
(da 25,00 a 50,00 Euro)

Published in: on 10/05/2010 at 7:36 pm  Comments (1)  

Tratto da Lavinium: ‘A Vita – Cirò Rosso Classico Superiore 2008 – Vigna de Franco

Come l’arsura cheCirò Rosso Classico Superiore 'A Vita
chiede d’essere placata
un sorso è la cucitura
d’una camicia annodata
ai fianchi, d’una
stesa tra il bucato
in fiamme all’incrocio
dei venti: quello che
si dice e quello che
si tace fanno i giorni,
e come i giorni fanno
la vita, gli istanti
persi sono ritrovati, nei
giorni andati e in quelli
a venire; qui, ora,
può essere il passo che
faccio verso di te;
perché ogni passo avanti
è un passo in meno.
(Gian Paolo Guerini)

‘A Vita, caro Francesco è quella che oggi scorre nel mio bicchiere, sulla mia tavola e tacerne sarebbe perdere gli istanti, lasciarseli sfuggire dentro l’oblio del piacere ma farei un torto a te e a Laura che così tanti passi avete fatto di verso e controverso dentro al vento salmastro della Calabria, attraverso un vitigno che sentivate ancora urlare, così da richiamarvi alla sua cura come se questo fosse il segreto, come se tutto fosse lì a portata di mano in una terra violentata e senza più voce. Miei cari, non posso scrivere senza che la mia emozione sia doppia, quella sensoriale e quella della partecipazione convinta e senza riserve alla nascita di una nuova voce nel panorama calabrese: il gaglioppo, finalmente, trova una nuova famiglia, evviva! L’ho versato in un calice grande e ampio il tuo vino, Francesco, e l’ho fatto muovere perché sentivo che aveva voglia di danzare, di mostrare le vesti rubino e le sue trasparenze. Le lacrime che scivolano sul vetro non sono altro che graffiti che si elevano, sono ferite che si asciugano e trovano nel segno l’architettura perfetta derivante dalla naturalezza, dal rispetto per il territorio e per questi ceppi ad alberello di 30-40 anni. Chissà quanti anni hanno aspettato, chissà se sei ritornato alla terra perché hai sentito il loro grido, mi piace pensare che sia così, che sia la natura in qualche modo a scegliere l’uomo e non viceversa, in un gioco d’attese che, se è fatto con rispetto, non può non restituire il tempo della ragione, della maturità e della consapevolezza. Ci vogliono maturità e consapevolezza per fare un vino come questo, uno scambio e un dialogo continuo tra l’uomo e la pianta e questo scambio deve essere alla pari.
Il naso nel bicchiere è un ritorno esaltante di profumi, primo fra tutti il salmastro autunnale del mare quando si mescola alla foschia del mattino, poi ciliegia croccante, ribes rosso, polvere di terra appena accennata, in una sequenza verticale che arriva alle spezie, al pepe, alla liquerizia, alla china. Un naso profondissimo che si fa incipit, che svela e si dichiara ad una bocca, che non tradisce le aspettative, anzi le esalta. Ed è un frutto dolcissimo che ti apre la porta dove ad attenderti c’è un tannino fitto e vellutato a dirigere l’orchestra dei sapori. La sapidità e la mineralità si fondono con la dolcezza del frutto che ti avvolge il palato, sorso lunghissimo, fresco e intenso come solo pochi grandi vini sanno donare, ampio e avvolgente ma non stancante, scalpitante e docile nello stesso tempo, affascinante e sfuggente, con quell’immediatezza tipica di chi mostra orgoglioso il proprio carattere ma che tiene sempre ben celata la propria intimità. E’ proprio in quell’intimità che va cercato quel qualcosa di più che questo grande vino ha da dire, nelle trasparenze, nelle sfumature, nel soffio e nel respiro della terra che finalmente ha trovato un angolo di pace nelle mani sapienti e amorevoli di Francesco de Franco.

(Barbara Brandoli, Marzo 2010.  Tratto da www.lavinium.com )

Cirò Rosso Classico Superiore ‘A Vita 2008
Tipologia………………: D.O.C. rosso
Vitigni……………………: gaglioppo
Titolo alcolometrico: 13,5%
Produttore……………..: ‘A VITA VIGNA DE FRANCO

Prezzo…………………..: C (da 7,51 a 10 Euro)

Published in: on 09/05/2010 at 5:45 am  Lascia un commento  

da Porthos: Nebbioli nel tempo (Modena, febbraio 2010)

Dal sito di Porthos:  La degustazione si è svolta domenica 28 febbraio presso lo Stallo del Pomodoro di Modena, grazie alla collaborazione di Barbara Brandoli e Nunzio Toselli.
Un ringraziamento speciale va prima di tutto ai produttori che hanno voluto mettere a disposizione bottiglie così rare.
Poi a tutti i partecipanti all’assaggio per il loro contributo alla stesura di schede dall’impronta molto discorsiva; infatti abbiamo scelto di mantenere la spontaneità dello scambio di commenti per restituire il clima partecipe nel quale si è svolto l’incontro.
Infine, alla cucina e al servizio dello Stallo, che hanno accompagnato la degustazione, condotta con dedizione e serietà, e l’accostamento cibo-vino finale, durante il quale abbiamo potuto cogliere la vocazione gastronomica delle bottiglie migliori.

L’articolo completo lo trovate sul sito di Porthos cliccando qui.
testo a cura di simona centi.
le foto in bianco e nero sono di mauro erro, quelle a colori di francesca rocchi barbaria.

Published in: on 17/04/2010 at 2:29 pm  Lascia un commento