Finalmente online il sito web dello Stallo del Pomodoro (Modena)

E’ una gioia per me comunicare agli enoappassionati modenesi che è finalmente  online il sito web dell’Enogastonomia e dell’Osteria “Stallo del Pomodoro”. Condivido con gli amici dello Stallo la passione per il vino e apprezzo la cura e l’attenzione che dedicano alla selezione dei prodotti che propongono ai loro clienti. Il sito web è: www.stallodelpomodoro.it  dove ho dato il mio piccolo contributo scrivendo il testo sull’Enogastronomia e selezionando la poesia di Erri de Luca.

Un caro saluto ad Alessia, Nunzio, Claudia, Cip, Gianluca, Massimo, Marco e un grazie a Filippo. :o

Pubblicato in:  on 15/12/2009 at 3:31 pm Lascia un Commento

12 dicembre, Trento “Il vero vino naturale”

Il vero vino naturale – Trento, 12 dicembre 2009

 

L’interesse per la produzione enologica naturale è in continua crescita sia da parte del consumatore finale che della stampa specializzata. La definizione formale di questo nuovo settore produttivo è un processo in divenire che, come spesso accade, vede le istituzioni in ritardo nella predisposizione di azioni mirate che possano favorirne l’identificazione certa dei prodotti, la loro tutela e la diffusione del loro consumo consapevole. Nel corso degli ultimi anni ha supplito a questa mancanza, un interessante movimento associativo di vignaioli che rivendica con forza l’autenticità delle proprie produzioni.

E’ evidente, però, che la condizione attuale rappresenti anche il campo di coltura ideale per le speculazioni di chi in questa rivoluzione etica ha fiutato una grande occasione di ricollocazione sul mercato e di facile guadagno.

Porthos Edizioni e la Confraternita della vite e del vino di Trento organizzano una tavola rotonda con successivo dibattito pubblico per riflettere in modo costruttivo sulle prospettive scientifiche, sociali e politiche di questo settore produttivo.

L’incontro si terrà il 12 dicembre alle ore 9,30 presso la Camera di Commercio, Agricoltura e Artigianato di Trento in via Calepina, 13 (come arrivare).

per ogni informazione scirvere a onepablo@porthos.it

Gli interventi

Introduce Enzo Merz della Confraternita

Saluto di Elisabetta Foradori, Foradori (Mezzolombardo – TN).

Sandro Sangiorgi, direttore di Porthos, moderatore:

Cos’è il vino naturale? Come può il consumatore difendersi dal “falso naturale”?

Giovanna Morganti, Podere “Le Boncie” (Castelnuovo Berardenga – SI):

Il valore etico della scelta naturale in viticoltura. L’esperienza dell’Associazione Vini Veri.

Angiolino Maule, La Biancara (Gambellara – VI) – Presidente dell’Associazione Vinnatur:

La produzione naturale, tra mito e ricerca. L’esperienza dell’Associazione Vinnatur.

Giusto Giovannetti, biologo e ricercatore, direttore del Centro Colture Sperimentali di Aosta:

In vigna. Suolo e microrganismi. La microbiologia della radice.

Maurizio Paolillo, agronomo e consulente scientifico di Porthos:

In vigna. Che cosa sono la lotta biologica e la lotta guidata?

Michele Lorenzetti, biologo e enologo:

In cantina. L’importanza delle fermentazioni spontanee nella produzione enologica naturale.

Maurizio Gily, agronomo, direttore di Millevigne:

La consulenza al produttore: limiti e difficoltà nelle riconversioni al naturale.

Giuseppe Malizia, primario del reparto di gastroenterologia dell’Ospedale Cervello di Palermo:

Il vino naturale: digeribilità e effetto placebo.

Sandro Sangiorgi:

Il vino naturale a tavola: una nuova dimensione del rapporto cibo-vino.

Conclusioni e apertura dibattito.

(tratto dal sito www.porthos.it)

Pubblicato in:  on 09/12/2009 at 7:46 am Lascia un Commento

Rapita da un vino?

Sono stata rapita da un vino…Chiederà il riscatto? :o

Pubblicato in:  on 08/12/2009 at 12:12 pm Lascia un Commento

Terre di Vite a Maggiora: Tavola rotonda su “Vino terra e poesia”. Tre uomini: l’anarchico, l’accademico e l’alchimista.

 Si potrebbe raccontare di questo momento di riflessione all’interno dell’evento Terre di vite attraverso la pura cronaca, oppure semplicemente trascrivendo il file audio, io scelgo una strada diversa, forse non quella più facile: racconterò gli uomini che l’hanno creata, vissuta, voluta. L’apertura è di Marco Arturi, l’anarchico, che spinge l’attenzione sul rapporto uomo-terra-vino e poesia e lo fa percorrendo la strada del tempo, il tempo che passa e il nostro modo di rapportarci ad esso. Marco ha la voce autorevole dell’uomo che è abituato a parlare alle folle, emozionale nell’esporre la rabbia e il dissenso verso una modernità che non ci appartiene che ha dimenticato il rispetto per la fatica del lavoro contadino, parla di rughe sul viso Marco come cartine tornasole di una maturità vissuta, acquisita, vera. Spiega come la poesia sia uno degli ultimi baluardi, di come non invecchia e del potere sovversivo che ha saputo conservare, coltivare, del perchè si lega al vino e ai vignaioli in maniera ineludibile. Il vino come la poesia hanno il pregio di porci davanti al lavoro al tempo e alla vecchiaia senza filtri, Marco paragona i vignaioli ai poeti, il lavoro dell’uomo e quindi il gesto culturale che diviene metafora così come il poeta gioca metaforizzando il linguaggio. E poi ancora i parallelismi tra le aspettative, le gioie i dolori che ritroviamo negli uomini che coltivano la vigna, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti sono prima il pensiero e poi il frutto della penna dei poeti. E le rughe sul volto, come solchi di un aratro che prepara la terra a nuove parole, come tracce di verità assoluta, quella stessa verità che ricerchiamo in un calice di vino. Marco è un uomo poetico, se per poesia intendiamo quella civile, rivoluzionaria, è l’antipotere è la lotta per il risveglio delle coscienze, Marco è una radice che si nutre di speranza è l’interprete e il punto d’incontro tra la terra, intesa come vita in movimento, e la poesia stessa.

Terre di Vite presso Cantine del Castello Conti

 La seconda introduzione è di Luigi Metropoli, l’accademico, la sua è una vera e propria lezione sull’origine del vino attraverso la letteratura, parte dal 2000 AC dall’Epopea di Gilgamesh e si sofferma sugli usi e costumi, sui rituali e sulle prove iniziatiche che hanno caratterizzato il rapporto tra l’uomo e il vino alle origini. Luigi è un insegnante nel vero senso della parola, è preciso, didattico e ha la capacità di esporre in modo semplice concetti e saperi che meriterebbero ben più tempo, più riflessione. Ha il dono della sintesi tipica di chi è abituato a tradurre il linguaggio poetico anche alle persone che non ne hanno fatto ragione di studi e di lavoro come invece è stato nel suo percorso. Parla di Bacco e Dioniso, di come utilizzavano il vino come forza energetica per allentare i freni inibitori e passare ad un altro stato, sovvertire il senso delle cose attraverso l’abbandono e la perdita del controllo mentale dovuto all’ebbrezza. Il vino come spinta a vedere oltre ponendo sempre al centro l’uomo che diventa artefice e creatore, che usa l’intelletto per trasformare un frutto in qualcosa che non è più solo una bevanda ma, diventa parte integrante del processo di crescita culturale dell’umanità. Quindi, la terra, l’uomo, i primi versi poetici orali, i canti del capro tanto cari ad Apollo emanati con il calice in mano, rimandano e chiudono il cerchio attorno allo stretto legame che li unisce. Luigi è un letterato, il tono della sua voce subisce poche inflessioni, vive le esposizioni dal punto di vista critico, l’atteggiamento è distaccato anche quando citerà Paul Celan in quella splendida poesia che è “Corona”, non ci fa vivere il suo punto di vista ma sempre quello dell’autore. Luigi è sempre spettatore del linguaggio poetico, lo traduce, lo spiega così come un bravo critico letterario è avvezzo a fare. Parla della scelta degli otto poeti per Terre di Vite e delle poesie inedite che lui stesso ha commissionato, la raccolta dei testi sarà poi consultabile nella sala degustazione. In seguito cita, contestualizza, crea collegamenti tra i vari linguaggi poetici, un giusto preambolo a quello che sarà di seguito l’intervento di Sandro Sangiorgi.

La parola passa a Sandro Sangiorgi, l’alchimista, l’uomo che ha il controllo assoluto della materia e può permettersi di farne l’uso che vuole. Sandro è un uomo senza confini e questo lo si percepisce subito dalle sue prime parole che hanno un peso specifico diverso, parla di attinenze tra poesia e vino e subito spariglia le carte. I versi poetici non organizzati, non conseguenti, la sospensione temporale che ne deriva e i suoni lui li mescola assieme e ti lancia una chiave di lettura che è inevitabilmente personale. La materia con la quale Sangiorgi gioca non è la poesia, non è il vino ma l’essenza del suo essere persona consapevole all’interno di un processo naturale, è la trama dell’uomo che arriva non la metafora. L’interpretazione della poesia e del linguaggio poetico possono passare attraverso diverse forme di emanazione, dalla più tecnica-scolastica alla più teatrale-passionale, Sandro non ne utilizza nessuna, è se stesso, lui usa la poesia per parlarti della sua vita, del suo percorso personale. Sangiorgi regala al pubblico la sua esperienza e lo fa muovendosi all’interno del tema “vino, terra e poesia” come un funambolo che cammina su di un filo che lo divide tra la realtà e l’immaginazione, la gioia e il dolore, la delusione e la speranza. Tra le capacità e le doti dell’alchimista c’è quella di restituire alle persone il loro tempo, Sangiorgi è in grado di farlo così come restituisce al vino il suo tempo, indicando l’attesa e l’aspettativa ci sta facendo fare un tragitto dove lo spettatore diventa viaggiatore all’interno del proprio vissuto. Il vino, oggetto della sua grande passione diventa soggetto e prende le sembianze dell’amata, lui stesso scherza su questa cosa fino a far sorridere il pubblico ma, Sangiorgi non sta facendo una battuta, questa è una percezione sottile che merita più di una riflessione. E’ la verità, la sua verità e il suo modo di rapportarsi al vino. Annulla le distanze, gli dà vita, anima e gli riconosce autorevolezza, personalità e capacità di trasmettere sentimenti ed emozioni. Parla di suono della poesia e di sonorità del vino, e in quell’istante gli sta regalando la voce. Così facendo, nella pausa tra una parola e l’altra, dentro allo spettatore s’insinua il dubbio e l’interrogativo sulla propria personale capacità di percezione sensoriale. Sangiorgi durante tutto il suo intervento non darà mai consigli né suggerimenti, ma, inconsapevolmente lancerà continuamente segnali ed echi ad ognuno di noi che solamente un’anima disattenta non può accorgersi che la grandezza di Sandro sta nel non detto, nella riflessione indotta, quasi come se fosse uno specchio che ti riporta sempre e inevitabilmente a confrontarti con te stesso. Questo io lo chiamo talento e, come dirà più tardi lui stesso introducendo il poeta Camillo Sbarbaro: “La cosa migliore che possiamo fare, è quella di non tentare di imitarlo”.

Barbara Brandoli

Pubblicato in:  on 20/11/2009 at 11:20 am Lascia un Commento

Manifesto di Terre di Vite: Le ragioni di una passione.

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Pubblicato in:  on 14/11/2009 at 8:37 am Lascia un Commento

Terre di Vite a Maggiora: breve resoconto della serata

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Panoramica allestimento sala...Foto By M. Prizzon

Nonostante una pioggia torrenziale, il freddo di novembre, la location in un paesino del novarese, è accaduto quello che nemmeno il più visionario degli organizzatori avrebbe mai azzardato sognare: alcuni produttori con vini esauriti poco dopo metà serata, coda ai banchetti per accaparrarsi quel bicchiere o quell’altro, entusiasmo della gente e soddisfazione dei vignaioli che riescono finalmente a spiegare i propri vini e a chiacchierare con le persone di fronte. A Maggiora, il Castello Conti è tappezzato di manifesti, indicazioni nero su giallo (a pensarci l’effetto non è male, ma nulla a che fare col brivido: thriller o noir che sia). Nella cantina delle sorelle Paola, Anna ed Elena Conti, vi sono i banchi, allestiti magistralmente da Mauro Maulini. Le foto di Massimo Prizzon campeggiano alle pareti e Oreste Sabadin

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O. Sabadin foto by Francesco Orini

realizza opere al momento, servendosi della terra e del vino dei vignaioli presenti. Su ogni banchetto, un vaso trasparente con la terra delle vigne che ogni produttore ha portato con sé. Nel vaso, un fiore, al cui stelo è stata apposta una foglia con i versi degli otto poeti. Il progetto Terre di vite, fortemente voluto dall’associazione Divino Scrivere, dalle sorelle Conti e da Gianni Usai, ha così preso forma. Che tutto avrebbe funzionato ce ne siamo accorti quando alla tavola rotonda che dovevo moderare, con Sandro Sangiorgi e Marco Arturi di “Porthos”, è accorso un numero tale di persone da rendere necessaria l’installazione delle casse fuori della sala, in modo da facilitare l’ascolto a chi non era di fronte a noi. Un’ora di poesia del vino e vino della poesia, da Gilgamesh a Paul Celan, passando per un dissacrante Gioacchino Belli, e poi la “poesia della terra”, il distillato della natura e la mano dell’uomo… Sangiorgi è trascinante, ma questa non è una novità.

Alle 18.00 aprono i banchi d’assaggio e Barbara Brandoli coordina lo staff, accoglie, spiega, dirige, “risolve problemi”, potremmo simpaticamente concludere pensando a Wolf (Harvey Keitel) di Pulp Fiction. Se tutto funziona

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Ore 18.00: apertura banchi d'assaggio...

 nei minimi dettagli, gran parte del merito va a lei. Tra i banchi: operatori, giornalisti, wine-blogger, qualche produttore (ci ha fatto visita persino l’amica Sara Carbone, dal Friuli, dove vive, giunta con qualche Stupor Mundi al seguito – non Federico II, bensì l’Aglianico del Vulture –, mentre Augusto Cappellano è arrivato a Maggiora con l’inseparabile amico Ezio Cerruti: non avete ancora assaggiato il suo Sol, moscato passito in quel di Castiglione Tinella? Cosa aspettate?).

La qualità dei 24 vini presentati non è minimamente discutibile: quando si parte, si parte dalle certezze. Per un caso (o forse no) avevamo 5 nebbiolo provenienti da altrettanti territori e terreni: i Boca di Elena Conti e di Christoph Künzli (Le Piane), nati sul porfido rossastro; il Barolo (Rupestris) di Cappellano, senza bisogno di presentazioni; i Gattinara di Antoniolo; il Coste della Sesia e il Bramaterra di Antoniotti; i suadenti vini valtellinesi di Ar.Pe.Pe., gli unici nebbiolo fuori dal Piemonte. Poi, il Nobile di Montepulciano e il Vin Santo di Susanna Crociani (quanta classe!) e il Lambrusco rifermentato in bottiglia dei modenesi Alberto e Cristina Fiorini.

E ancora: real iberico, prosciutto di Modena, culatello, parmigiano reggiano, torta Barozzi (la proviamo con il Chinato di Cappellano, con l’Elixir di Elena Conti o con il Vin Santo di Montepulciano di Susanna Crociani? Difficile, sì, ma ci divertiamo ugualmente). Poi si va al ristorante, tutti insieme  appassionatamente (è la verità, che ci crediate o no!).E

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Ore 19.00: panoramica sul pubblico in sala

ancora Luna, il cane di Sangiorgi, astemio (il cane, non Sangiorgi, grazie a Dio), Giovanni Arcari – TerraUomoCielo – dalla Franciacorta (lui no, non è astemio, grazie a Dio), Francesco Orini, fotografo – del vino – sensibilissimo, che ci immortala anche nei momenti peggiori (grazie a Dio?). Infine, Marco Arturi, che con noi ha condiviso questo progetto, senza dubbio l’uomo in più.

Quando sorseggiate un vino, pensate a un verso (in mancanza d’altro anche quello di un merlo va bene) e siate felici.

Per finire, un dubbio: siamo sicuri che questo progetto non abbia ulteriori sviluppi?

Pubblicato in:  on 10/11/2009 at 4:41 pm Commenti (1)

Terre di vite: poesia #8

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

Chiara Daino

Chiara cercava colore, coltello:

La lima lunga, la lingua lavora

Ancora avvelena [avverte]: a

Morte! mi mangia, mi manca

Adorare: antiche alchimie…

Ti tocco. tu taci. tempo teso

 

Datemi duri dardi – diamanti:

Adoro avere amici [asessuati]

Ignoro incubi, in ignoto itinere

Nuoto. nitida nascondo nomi.

Opero: ostrica ostile – ometto

***

chi dice ha mano infame.

e al morbo – bastano due dita:

 

l’indice giallo, un verde medio

 

il foglio, di fumo, di fiele: la bile

[il buco ti divora, brucia a dovere

la pupa – rimane chiusa].

 

è un feudo per i papaveri:

 

vivo chi legge

 

domani mi dedico… domani ti dico…

 

autunno che rubi le gemme

hai dita di legno a scheggiare

la nicchia di luce. tu stendi

cieli di cenere – per castigare.

 

la doglia rossa – rimane

chiusa. e cade [la sirma, la segna]

***

Fra i poeti, Chiara Daino appare colei che più di tutti intrattiene vivaci relazioni con l’underworld della rete. Animatrice instancabile di blog e siti online, questa giovanissima colpisce soprattutto per la matura calibratura espressiva del suo dettato invariabilmente percussivo e spasmodico, vivificato da un naturale, “fibrillante” sperimentalismo linguistico per il quale, mi viene da dire, anche le minimissime questioni di carattere fonico – ritmico sembrano rispondere direttamente a un’esigenza d’ordine (o dis-ordine?) metafisico. […] per la Daino […] il luogo del dire è innanzitutto il corpo. (M. Morasso)
***
“Voi sapete cos’è La Merca? È un marchio. È un nuovo Bildungsroman: capovolto, crudo, ironico.
L’autore piega la vecchia lingua, grassa, per sondare le piaghe/pieghe di una realtà diffusa e taciuta: la vita che vive d’arte, e l’arte-vita che si innesta sul d.c.a. Agli occhi del mondo: «disturbo del comportamento alimentare». Ma è il mondo stesso a soffrire come un disturbo l’esistenza di Jenny; e la malattia di Jenny, se è tale, è solo questo mondo. I Neologismi e la Contaminazione della Lingua magra ricamano le personae parlanti (e dire è dire tutto, contro tutti, sempre): il lettore valuterà il peso della materia, che si fonde con il verbo lieve. Nessun moralismo e nessun patetismo: qui il Bíos è teso.” (M. Sannelli)
***
Terribile il gioco linguistico (al massacro?) di Chiara Daino recentemente uscita con il crudo La Merca: Chiara ci provoca in maniera adamantina e il suo “dire” può corroderci, ma a partire da una necessità che è anche in noi (se vi prestiamo ascolto), una voce e-voc-at(t)iva assoluta e performativa: “atroce io di razza (…) atroce me stessa duro sangue”. (A. Ramberti)
Pubblicato in:  on 07/11/2009 at 12:48 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #7

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

Maria Grazia Calandrone  

I
Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

 

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

 

Diecimila civili, inedito 2007. (Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.)

***

Non è facile entrare nella poesia di Maria Grazia Calandrone.  Lo si deve fare con accortezza, ascoltando e riascoltando, creando nessi fra grumi emotivi disseminati nel testo e intanto seguire quel filo lirico, che è insieme un filo logico, anche se di una logicità non certo filosofica.  Si deve invece leggere questi testi senza la pretesa di inferire, ma lasciandosi da essi suggestionare, così come si leggono i testi poetici che vogliono rompere con la rigidità della costruzione logica della frase, e che puntano decisi a un “altro” linguaggio, che esprime suggestioni e, nell’indefinito, la totalità psicologica di un evento.  Penso ai testi della Rosselli ad esempio. (G. Lucini)

***

La poesia di Maria Grazia [...] è caratterizzata dall’incedere quasi ieratico di un linguaggio che si avvolge alle cose attraverso il loro aderire e disgiungere; un linguaggio che muta polarità continuamente nella scelta dei termini e nella selezione aggettivale. Carica “le cose” di un valore aggiunto, l’impressione è che le sposti, le dislochi nello spazio (ricordo qui una felice intuizione di Stefano Guglielmin: “che cosa fa, la poesia, se non spazializzare il tempo, il tempo dei mortali ?”). La scelta lessicale è tale che talvolta si percepisce la magniloquenza di una evocazione di distanze [...]. Questo attraverso una metrica fatta di versi molto lunghi, densi, dalla connotazione quasi sacrale, ricolmi di immagini e informazione. Le immagini si sviluppano intorno a punti focali del verso, come intorno ad una forma d’onda che alza e abbassa il fronte per testimoniare diverse intensità emotive e semantiche, costruendo la struttura intorno a sonorità lunghe e variabili. Anziché una metrica accentuativa, tonica, sembra affidarsi al suono, al tono del suono, piuttosto che al ritmo. Alle infinite varietà speculari e diapasoniche della parola, per rendere una cadenza contra/sovrapposta al ritmo tonico sillabico come un’armonica di lunghezza d’onda superiore. In questo senso la poesia di Maria Grazia Calandrone contiene “spazi metrici”. (M. Orgiazzi).
Pubblicato in:  on 05/11/2009 at 11:50 pm Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #6

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

 Ilaria Seclì

bilancia d’acqua

 

passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,

magari con la sottana trattenuta ai fianchi

chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,

farne un fatto d’atmosfera, un’altalena sospesa

a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga

del mare, nell’acqua che sciaborda. già mia madre

mi teneva così, raccolta e appesa

nella bacinella trattenuta da due sedie

con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate

già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia

d’acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,

creatura di grazia, senza stare

***

               di lì a poco un’altra porta.

l’anticamera di Alice 

la pioggia al riparo  

il vapore  alla bocca della scarpa.

sfatti al tempo, faro coperto e fumante

la sigaretta all’altalena

orfana di  fiamma al fuoco vasto

e gocciolante

resta lì sotto il giallo campanile

al quadrato di una scena capitale

impalati gli uomini e il profitto

impalati i venti

l’oro infrange occaso e la sua scheggia

il duomo resta eterno

eterna la bellezza inverginata

eterna la staffetta

***

quei treni arrugginiti strappati

all’andare coi finestrini rotti

decapitati alla domanda al vento   

e una sola manciata

di umanità roditoria e indaffarata.

l’azzurro terso e un urlo 

appiedato tra cielo e terra

realtà di creta spacciata al taglio

irregolare del vetro e dell’avanti

la forca e l’imbarco nero

                     un soggetto fin troppo straripante

              ma il biglietto dal cuore della città

sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:

un elfo muove parole e le soffia

fino all’orlo di un senso vivo 

                in de ci fra to

***

L’ultima poesia del libro ci dice “Picciol cosa”, cosa intera e sana/cosa sanguinante e pura/balsamo, pietà, amorevole cura/figlio e non madre a modo d’altri/amore, il mio, incapace amore/Mi spingo come i nani da giardino/altre fosse, altre feritoie/ma siano sospese al vento, sfatte/nicchie per le ipotesi sottili della pioggia/che alcun peso ha mai concesso/fuor del suono luminoso sopra i vetri. C’è tutto il libro in questi ultimi versi. La circolarità, il dolore dell’esilio e della non appartenenza neppure a se stessi, l’esattezza dei contorni delle cose, l’assenza di peso nostra e di ciò che ci circonda la cui esistenza-essenza riconosciamo solo nel “suono luminoso” come a dire che è la musica d’acqua, al di là di ogni amore, il nutrimento e la forma della nostra “autentica vita”. (P. Fichera)

***

Ora, io la sento, la conosco “la realtà spacciata al taglio irregolare del vetro” come conosco altri pezzi di film che Seclì gira e ferma con le parole in questo libro che è un sorprendere in crescendo e anche un avvicinarsi in crescendo che porta lontano, in zone di fiabe che si capovolgono, in zone impervie, che diventano metropoli con parole concretissime che si trasformano. All’improvviso tutto sospeso e impalpabile poi di nuovo concretissimo, materico, lo senti attraverso la carta. E ancora. Leggerezza. Potenza fresca di un linguaggio che si inventa sul ritmo, che si ritma sull’invenzione. (F. Mazzucato)

***

Quanto più il dettato tende ad alzarsi, a trasfigurarsi, a cercare quel paradiso, tanto più la Seclì si trova a confrontarsi col purgatorio dei nostri giorni; più si vagheggia il «mistero lungo», il «mai visto», più sulla pagina si accampano soffitte belle epoque, foto smunte, attrezzi… Non a caso il manifesto del libro (o quanto meno della prima sezione che reca lo stesso titolo della silloge),Bilancia d’acqua, espone con mirabile grazia la precarietà che dal vissuto personale si innesta su di un piano quasi cosmico e lo fa attraverso un’immagine di vita immaginata o ricordata, la cui evidenza è perfino tangibile: la ragazza ormai adulta che si lava in un precario equilibrio rievoca se stessa bambina, quando la madre la teneva «raccolta e appesa/ nella bacinella», in un equilibrio inevitabilmente «senza stare» (p. 16). (L. Metropoli)

Pubblicato in:  on at 12:25 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #5

 

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

 

Paolo Fichera

 

Da lì è nato e
doveva morire il dovere
del figlio al figlio del padre,

le ossa predisposte al massacro
le sue al dovere di una variazione
e scarto nel seme tra natiche –
ghiaccio alla foce di un piacere –
la testa di toro nello studio, laggiù
che ripercuote il frammento tra note e
pittura, il labirinto opaco alla parete
come una giostra privata il giardino
delle vergini
accovacciate e al mio sguardo
scoperte

*

e la parola che sussurri
sia un segno dorato, uno sfregio
di spina senza radici,
                            come di scandalo bianco;
la fame e il perdono
di non avere incedere se non nell’occhio
incavo di luce e dolore,
bocca spalancata, arsa di chi
ha avuto tanta sete
da poter quasi rinunciare
-ora- all’acqua

e che la spezia si amalgami al pane
sotto la brace e la cenere si cuocia
di silenzio ondulato e isterica profezia
come lo sguardo lascivo del suicida
che
non sa bere senza versare a terra
acqua

(da Lo speziale, 2005)

*

la rosa brunita e scrivi: la disperazione
è luogo. il canale è luogo, la bellezza è
disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e
innesti sangue in struttura, s’infeconda la
biografiaauto, di versi, l’opposto seme dove
adagia i muscoli; il bimbo mangia un gelato
o scismi fioriti, foglie fatte marmo nel
sai che tu andrai in ora scendo nell’ora
mia tua sorella, luogo, riparo, grotta
tutto comprendi è cavità per l’eco

(da Innesti, 2007)

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Infine, durissimi, ci sono i testi di Paolo Fichera, segni smagliati che si succedono nella serialità degli “&” e delle foto scorciate di Federici, brandelli di un mondo che non può essere colto che per frammenti. In linea, sotto questo aspetto, con lo sguardo di Robbe-Grillet. Fichera, tuttavia, non accarezza il tempo con le parole dello spazio, come faceva lo scrittore francese, bensì ne canta la ferita, riproducendola nella sintassi. Nulla tuttavia è scontato in questo procedere per scissioni e, appunto, innesti: l’albero della vita, pare dirci il poeta, pianta le radici in sangue e sperma, i rami indicano l’occaso, la chioma ha le sembianze del poeta, che “ha sete e digiuna”. Di questo paesaggio si nutre la conoscenza, oggi. Parlare d’altro significa fingere o godere di un privilegio senza comunità.

(S. Guglielmin)

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Il centro pulsante del libro, l’ala vitale che soffia luce all’ombra dei versi che la pagina a stento contiene, è la sezione intitolata “Le croci bianche”, di cui il testo dedicato ad Alberto Giacometti è una sorta di epigrafe metapoetica che imprime una “svolta di respiro” alla voce, al lessico, alla parola dolente che si acquieta trasformando il canto in preghiera. La sacralizzazione della “spezia” come offerta e dono, richiama un “tu” impersonale che si fa presenza costante e domina i versi anche quando non è esplicitamente richiamato: e allora “spezia”, “pane”, “brace”, “acqua”, “rosa”, “silenzio”, “dolore”, con tutte le loro stratificazioni archetipiche, diventano figure di una “sacra rappresentazione” che si iscrive tra le pagine metamorfiche che il grande libro delle stagioni racconta.

(F. Marotta)

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Sfogliare le pagine de Lo speziale, esordio poetico di Paolo Fichera (LietoColle, 2005), equivale ad inoltrarsi nell’officina di un alchimista, tra cumuli di oggetti («testa di toro nello studio», dipinti, corvi a guardia di macerie), attraverso un «labirinto opaco», che vena di suggestione gotica gli ambienti. Lo speziale nel suo studio, anni luce distante da velleità faustiane, medita sulla genesi dell’identità-corpo, sulle sue filiazioni e radici (ricerca che l’autore conduce e approfondisce nelle successive raccolte: Innesti, Cantarena 2007, e La strada della cenere, Fara 2007), le sue forme e commistioni. L’incipitaria riflessione di Cioran sulla morte, intesa come «regressione germinativa», introduce al nucleo della materia del libro, dove si adagia quel luogo interstiziale tentato dal verso di Fichera: la zona franca che si colloca tra atto e potenza, vuoto e affioramento, padre e figlio, morte e vita, «un credo e il suo dubbio».

(L. Metropoli).

Pubblicato in:  on 04/11/2009 at 1:03 am Lascia un Commento