Due salernitani blasonati

La provincia di Salerno – che meglio conosco tra quelle della Penisola perché ci sono nato e ci vivo da 29 anni – è una della più grandi d’Italia, tanto che risulta affatto difficile trovare un’omogeneità climatica, geologica, orografica. Dal Golfo di Policastro alla Costiera Amalfitana passano oltre 150 km, tanto per dare un’idea; la zona dei Picentini, confinante con l’Avellinese, si estende in un massiccio montuoso che sfiora i 1800 mt; la zona interna del Cilento a sua volta è una sorta di provincia a sé per tradizioni, territorio, storia; mentre l’alto Salernitano, quello confinante con la provincia di Napoli, l’agro Nocerino Sarnese, a sua volta, vanta una storia che guarda più a Napoli che a Salerno. Insomma, è davvero arduo trovare tratti comuni. Le zone pianeggianti sono comunemente note per la grande qualità dei prodotti ortofrutticoli (pomodori in primis), mentre la vite, a differenza delle altre province campane, dà un contributo meno importante all’agricoltura. Tuttavia alcune zone di consolidata tradizione non mancano: è il caso per esempio della Costiera Amalfitana (e di Tramonti), la cui coltivazione della vite, documentata, risale quanto meno al Medioevo, se non prima. Al contempo sorgono nuovi territori, come l’area che si situa tra il capoluogo e i Picentini, dove nasce appunto il Montevetrano.

Negli ultimi anni anche queste terre, dunque, con alcuni loro vini, hanno ottenuto riconoscimenti straordinari. A volte addirittura delle celebrazioni (ma è sempre meglio verificare e riverificare prima di cantare gli osanna). Quel che è certo è che qualcosa si è mosso e questo è già un buon inizio.

 

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Pochi giorni fa ho avuto modo di bere la versione 2005 del Montevetrano (dopo aver nutrito dubbi sulla 2004), un vino al quale continuo a non essere affezionato per più di un motivo. Tendenzialmente, vista la varietà ampelografica della Campania, punterei maggiormente sugli autoctoni. Ma questo non è un affare meramente di palato, quindi si può soprassedere.

Sgombrando il campo da equivoci, il risultato della collaborazione tra Silvia Imparato e Riccardo Cotarella non è stato un cattivo vino, tuttavia fatico a trovarci un genius loci, quel quid che lo renda davvero unico e inimitabile, quella fedeltà al territorio che dovrebbe contraddistinguere ogni vino. Ciò che gli va riconosciuto è il ruolo trainante che ha avuto per la rinascita dell’enologia campana e la sua affermazione mediatica. Detto ciò, il Montevetrano non è un vino perfetto, è figlio di una filosofia enologica che se paga dal punto di vista mediatico, su alcuni mercati esteri e per un gusto aproblematico, poco incline a soffermarsi sulla tradizione e cultura di un bicchiere, dall’altro lato denuncia limiti sul piano dell’originalità espressiva, della riconoscibilità.

Sebbene non sia ipermuscoloso, fa pur sempre della concentrazione e della materia uno dei suoi effetti speciali (l’estratto secco è di 35,50 grammi litro, frutto di una lunga macerazione sulle bucce tesa alla ricerca della concentrazione, molto più delle annate precedenti al 2000). L’acidità totale all’inverso non è tale da rinfrancare del tutto la beva: 5,30 grammi litro (se do uno sguardo ad un vino come il Naima di De Conciliis, per restare in Campania e scendere un po’ più giù in Cilento, vedo che si aggira intorno ai 7 grammi litro, tanto per dare un’idea; certo il Naima è solo aglianico potreste obiettare… ma per me, sia chiaro, è un vanto proporre un vino, in queste zone, che sia aglianico in purezza). Eppure il Montevetrano ha un passo fine, è elegante, principalmente perché i tannini sono addomesticati e perché l’acidità è contenuta, però manca di verve, non fa sobbalzare dalla sedia. I motivi della mia perplessità son presto detti.

Tralasciando il visivo (un rubino fittissimo, carico, con riflessi violacei: così come te l’aspetti) è già al naso che non convince appieno.

Innanzitutto, il vegetale (legato certamente al cabernet, data l’evidente nota di peperone) è ancora prevaricante, il resto lo fa più la tostatura dovuta alla barrique (predominanza di caffè, in particolare, e cacao: il vino sosta dagli 8 ai 12 mesi in rovere francese, prima di un affinamento di 6 mesi in bottiglia) che a sentori propri del liquido (comunque inconfutabile la pienezza di un bel frutto maturo). L’ho aspettato nel bicchiere e ho cercato di capirlo. Infatti, dietro questi due tratti distintivi al naso, c’è una complessità che affiora, con note fortemente mediterranee: carrubo, olive nere e una lieve nota balsamica più difficile da decifrare, leggermente virata verso l’eucalipto. Su tutto però è l’alcool a prevalere, così come quando lo si è versato nel bicchiere, con la sua presenza monolitica e un poco avvilente: un calore fin troppo sopra le righe. Leggo la retroetichetta e scopro che il tenore alcolico è di 13,5%. Il calore che emana però farebbe pensare a qualcosa in più: è evidente dunque che c’è qualche squilibrio tra le parti o, altrimenti detto, una mancata integrazione.

In bocca è come me l’aspetto dopo averlo annusato: asciutto, caldo, forse un po’ troppo, con una scia che compromette la seconda parte della lingua, dove il calore tende a vanificare il percorso. Qui il sorso infatti si spezza in due. Riaffiora poi una nota di tostatura accompagnata ad una balsamica che ritempra la beva, dopo un paio di secondi che il liquido è stato deglutito, regalando una certa pulizia al palato.

Un vino in chiaroscuro. Ripeto, non cattivo, ma che non riesce ad emozionarmi (limite mio?). Due considerazioni finali vanno fatte: 1) sebbene riesca ad essere vellutato in bocca, con tannini risolti, persiste un evidente squilibrio (da un lato il tono vegetale, dall’altro l’alcol fuori posto, senza che ci sia un’integrazione chiara e felice). Lo stesso vino potrebbe essere più compiuto tra qualche anno, e ne guadagnerebbe molto, anche se quel calore alcolico sulla lingua potrebbe non assestarsi mai del tutto; 2) la tipicità è anomala a sua volta: da un lato lo si percepisce come mediterraneo e meridionale, dotato di potenza e calore, dall’altro il suo profilo è fin troppo monocorde: francamente me lo aspetterei più salmastro, più vibrante e meno prevedibile. Non è indimenticabile, e sebbene abbia una sua personalità, è troppo compiaciuto, specchiandosi in uno stile che anziché nobilitarlo, lo rende simile ad una serie di vini e ad un clima che occhieggia troppo a Bordeaux (ricordando però che un gran vino non segue uno stile, lo crea: per inciso, Bordeaux è Bordeaux – e lì nessuno si sognerebbe di piantare aglianico o sangiovese o chessoché per realizzare un superbordolese –, mentre ripetere l’esperimento in altri luoghi rischia di creare epigoni anziché maestri).

 

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Merita ugualmente una lunga disamina il Fior d’uva 2006 di Andrea Ferraioli e Marisa Cuomo, Costa d’Amalfi DOC, da anni portabandiera dei bianchi della Terra delle Sirene: la Costiera Amalfitana. Vino premiatissimo e osannato. Non sono un grande amante dei bianchi passati in legno (il Fior d’Uva fermenta per 3 mesi in barrique), tuttavia il bianco dell’azienda Gran Furor Divin Costiera è un bel vino, frutto di una vendemmia ritardata (terza decade di ottobre), con uve surmature, dunque. Questo dovrebbe dare l’idea della concentrazione e dei profumi e, nello stesso tempo, dar conto del rischio di una minor freschezza. Invece, come dirò, il vino risulterà molto interessante al palato (addirittura meglio che al naso, se possibile).

Se il Montevetrano è una sorta di intruso (per le uve che lo compongono) nel panorama campano, il Fior d’uva è un inno alla diversità e all’autoctonia: fenile, ginestra e ripoli le 3 varietà di uve che ne sono alla base, tutte e tre tipiche della Costiera. Sebbene le tre uve siano sconosciute ai più, la loro traduzione in vino è piuttosto convincente (merito anche del prof. Luigi Moio, consulente dell’azienda). Figlio di una viticoltura estrema e di un territorio incantevole, con terrazzamenti a picco sul mare, tra i 250 e i 500 mt di quota, un colpo d’occhio di pergole che si affacciano prevalentemente a Sud andando da Ravello fino a Furore, questo vino restituisce l’anima di quei luoghi, la loro bellezza, il loro sole, il salmastro del mare che morde l’asfalto e impregna i limoni…

Un paglierino intenso e brillante è il preludio di ciò che ci aspetta al naso: la surmaturazione si avverte, senza appesantire, con toni complessi da frutta matura (e agrumi canditi) che si susseguono e che invadono il campo subito, scavalcando il floreale (sebbene fiori gialli e mediterranei come la ginestra stiano lì ad arricchirne il corredo): pesca gialla, albicocca, toni mielosi ed esotici, e perfino rocciosi. Peccato che il legno sia al momento ancora un po’ in primo piano per i miei gusti (vaniglia e spezie dolci talvolta coprono la sostanza del vino) e con esso una nota etera, ma del resto il campione è ancora giovane e fra qualche tempo dovrebbe riuscire a trovare l’equilibrio tra le parti.

In bocca è coerente all’olfatto. Al palato si adagia con una naturale generosità e ricchezza: morbido, caldo, autorevole, si distende e si articola in tutta la sua complessità, scatenando nella seconda parte della lingua una vibrante freschezza e una furente mineralità salmastra – al momento ancora un po’ scomposte – che danno continuità al sorso e ne bilanciano il corpo e il calore, contribuendo alla lunga persistenza aromatica. Non sorprenda l’abbinamento: l’ho bevuto su un provolone del monaco non stagionato e l’accostamento è stato molto soddisfacente: anzi, mi è parso che il vino sia riuscito addirittura ad esaltarsi!

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Verticale di Coda di Volpe - Vadiaperti

 

Volevo segnalare quest’articolo dell’amico Fabio Cimmino, apparso su Lavinium, riguardante una verticale di Coda di Volpe della storica azienda Vadiaperti in quel di Montefredane.

Mi sembra opportuno segnalarla perché la coda di volpe, pur essendo un vecchissimo vitigno (Cauda Vulpium per gli antichi), forse appartenente alla varietà della vecchia “vitis alopecis”, è poco conosciuto fuori dai confini campani e comunemente considerato un vitigno minore (non ha un importante corredo acido, il che spesso ne appiattisce la beva e impone di consumarla giovanissima). Tuttavia caparbiamente Raffaele Troisi la segue con dedizione da tempo, contravvenendo anche a quelle che erano le idee di suo padre in merito, il compianto “professore”. Raffaele è riuscito a realizzare una coda di volpe in purezza (primo in Irpinia) di primissimo livello e capace di reggere gli anni (provare per credere), tanto da proporne una verticale, così come accadde lo scorso anno col greco e due anni fa col fiano (di cui è senza dubbio tra i migliori interpreti ed il solo che opportunamente abbia uno “storico” delle annate).

Personalmente ho un debole il suo fiano, da bersi preferibilmente dopo almeno un paio d’anni dalla vendemmia, e capace di evolversi nel tempo come pochi. Tuttavia la sua coda di volpe vale davvero l’acquisto, dato il prezzo davvero concorrenziale (siamo intorno ai 6 euro in enoteca).

 

 

 

 

 

 

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Esperimento Vissani. Dal Corriere della Sera del 9-5-08

Pranzo a 30 euro, la svolta di Vissani

Primo, secondo, dolce e un calice di Brunello All’esperimento si affianca il «menu crudi» da 50 euro

 

DAL NOSTRO INVIATO
BASCHI (Terni) — Mettete un’ora a pranzo con il grande chef.
Quello che non avreste mai pensato di poter conoscere né vi sareste immaginati di potervi permettere. Di più, quello di cui si mitizzano i conti da capogiro. E tutto per il prezzo di una cena in trattoria economica. Accade sul lago di Corbara, in quel di Civitella del Lago (Baschi), a Casa Vissani: ristorante di lusso con otto raffinate camere da 5 stelle e una cantina da 24 mila bottiglie. Dove si può pranzare con 30 euro. Si chiama «1′Ora Vissani» — a sottolineare che l’offerta vale solo un’ora, 60 minuti, dalle 13 alle 14 — la proposta del cuoco più famoso d’Italia per far provare la sua cucina anche a chi normalmente non frequenta locali stellati. Una rivoluzione. Partita in sordina. Gianfranco Vissani la sperimentava da 9 mesi, oggi lancia ufficialmente il low cost. Finora solo pochi fortunati avevano scoperto con passaparola o sul sito www.casavissani. it l’opportunità di assaggiarne i piatti al costo di una cena in pizzeria. Per un’ora nel mitizzato ristorante di Baschi — anche se soltanto a pranzo il martedì, venerdì e sabato — bastano 3 banconote da 10: primo, secondo, dolce e calice di Brunello incluso.

E da domani, a completare l’offerta del mini menu, ci saranno le degustazioni di crudi organizzate da Luca Vissani — emergente erede — nella nuova Cantina Vissani, inaugurata dopo tre mesi di lavori: crudi di carne (a partire da 50 euro, vini esclusi) e di pesce, abbinati a grandi cru selezionati dalla sommelier Isabelle La Balme fra oltre mille etichette stivate in scaffali simili a scansie di un’antica erboristeria. Trenta e cinquanta euro, cifre contenute se si pensa che un piatto al ristorante di Vissani costa normalmente intorno ai 40 euro e che i menu degustazione sono a 100 e 155 euro (prezzi invariati dal 2000). «All’inizio — spiega Vissani — la mie idea era di fare un pranzo per i poveri, regalando un piatto di pasta a chi non può permetterselo. Poi mio figlio mi ha convinto a fare l’Ora: in un periodo di crisi ho voluto dare anche ai gourmet che non hanno molti soldi l’opportunità di provare l’alta cucina e le migliori materie prime del territorio». E insiste: «È anche un modo di socializzare, si mangia tutti allo stesso tavolo. Eppoi non voglio più che la gente ci veda solo come un ristorante d’élite: oggi la nostra è una fetta di mercato a rischio, se non arrivano i turisti rimaniamo buggerati».

Certo, dopo il pranzo a 30 euro — che si consuma al tavolo sociale delle colazioni, 14 coperti, solo su prenotazione — non ci si alza satolli da tavola, ma neppure affamati. E le quantità dei piatti principali non sono molto diverse da quelle delle pietanze del nuovo menu a 155 euro — anzi, il risotto «dei poveri» è più abbondante di quello dei clienti che spendono 5 volte di più —, solo che ai tavoli tondi del ristorante i piatti sono sei. L’idea dello chef umbro non è nuova. A parte le esperienze d’Oltralpe di grandi come Joël Robuchon, Paul Bocuse e Alain Ducasse, «1′Ora Vissani » arriva cinque anni dopo l’exploit di Davide Oldani, cuoco patron di D’O (a Cornaredo, Milano), che dal 2003 ha un menu a 11,50 a pranzo e a 32 a cena. Ma Vissani rivendica comunque la primogenitura del doppio prezzo. «Quando nel ‘77 proposi le due sale con mio padre — lui gestiva Il Padrino, io il Vissani — fui il primo a far due tipi di proposta economica». Tuttavia quest’anno, complice la crisi che ha ridotto anche i clienti in grado di spendere 100-150 euro a pasto, i menu scontati si moltiplicano.

«Sicuro, c’è crisi, però non faccio i menu a 30 euro solo per questo — obietta il grande chef —: li faccio per diffondere la cultura del buon mangiare». Quasi una crociata. In stile Vissani. Quando un anno fa polemizzò con chi gestiva a Roma il ristorante della Casina Valadier, sostenendo che là avrebbero dovuto proporre «un menu accessibile anche agli operai», ci fu chi replicò: ci provi lui. La risposta è nell’Ora Vissani e nel menu crudi a 50 euro.

Luca Zanini
09 maggio 2008

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10 grandi vini tra Vinitaly e Villa Boschi e 10 abbinamenti letterari

 

1)      Barolo Brunate – Le Coste 2004 (Rinaldi) Hafez

2)      Barolo Otin Fiorin Pié Rupestris 2003 (Cappellano) Epopea di Gilgamesh

3)      Barolo Riserva Bricco Boschis Vigna San Giuseppe 2001 (Cavallotto) Montale

4)      Barolo Castelletto 2004 (Gigi Rosso) Pavese

5)      Jakot 2002 (Radikon) Baudelaire

6)      Vitovska 2005 (Vodopivec) Giotti

7)      Chardonnay 2002 (Mlecnik) Rilke

8)       Pommard 2004 (Domaine Sabre) Celan

9)      Taurasi Campoceraso Riserva 2001 (Struzziero) Orazio

10)  Nobile di Montepulciano 2004 (Crociani) Redi

 

 

1)      Rinaldi è un poeta del vino, libero dagli schemi e appartenente a quella schiera di anarchici libertari che ripensano ad un nuovo umanesimo e ad una simbiosi con (e contemplazione de) la natura. Hafez è lirico sopraffino della tradizione persiana, forse il più grande poeta iraniano, altresì cantore del nettare di Bacco. Rinaldi è il nostro Hafez per questo sposalizio tra lirismo, ordito cromatico, evocazione olfattiva. Inoltre mi ha fatto dono di un libro del nobile lirico mediorientale. Vi par poco?

2)      L’Otin Fiorin è la radice del Barolo. Come il Brunate – Le Coste di Rinaldi è lirico e con un ampio spettro olfattivo e gustativo, così quello di Cappellano è severo, epico, archetipico. L’Epopea di Gilgamesh è il primo poema in versi della storia dell’umanità, giunto a noi su tavolette di argilla. È inoltre il primo documento letterario che noi possediamo sul vino e sul suo significato nobile presso gli antichi Sumeri e Babilonesi.

3)      Poeta contemporaneo per il riserva Bricco Boschis dei fratelli Cavallotto. Un classico e un contemporaneo a un tempo, come il grande poeta ligure: grande escursione e profondità gusto-olfattiva, così come Montale riesce a ripensare la struttura prosodica e il lessico, restituendo per vie affatto nuove la sostanza lirica di millenni di letteratura. Una pietra miliare della storia letteraria per uno dei più grandi nebbiolo di langa.

4)      Per un barolo di Monforte, come il Castelletto di Gigi Rosso, austero, non facile alle concessioni, bisognoso di attesa e di tempo per aprirsi, l’abbinamento è immediato con l’altrettanta severità langarola che ha contraddistinto un autore come Pavese, attento al mito, pronto a ridisegnarlo e nello stesso a tempo a cantare le sue terre in altrettanto stile epico e terragno, lirico e tormentato.

5)      Perché Baudelaire per il Jakot di Stanislao Radikon? Baudelaire è una cerniera tra la massima liberazione espressiva (sarà apripista del simbolismo e dei poeti maledetti e, per esteso, di tutta la poesia occidentale dal tardo ottocento ad oggi) e la massima tenuta formale (è, nella grande avvedutezza stilistica, ancora un parnassiano), il punto in cui tecnica e sensibilità combaciano perfettamente, senza stridori. Il Jakot è frutto di una macerazione sulle bucce, di una vinificazione affatto “naturale”, in sintonia con l’uva e prima ancora con la vigna, una sorta di eresia per i bianchi, ma nello stesso tempo restituisce la grande complessità di un tocai friulano. È una naturalezza di ritorno, dopo grande impegno e dopo aver attraversato tutta la tecnica, concependola finalmente come strumento e non come fine.

6)      La Vitovska è un vitigno presente quasi solo nel Carso. Questo avrebbe dovuto farmi pensare ad Ungaretti, invece per la franchezza e la freschezza del vitigno, per la sua bevibilità quasi infantile (Vodopivec in sloveno è traducibile con Bevilacqua… ironia della sorte!) mi riporta ad accenti vernacolari e pensavo al grande triestino Virgilio Giotti che ad una domanda circa il suo parlar italiano tra amici e familiari, mentre scriveva in dialetto, rispose: “Ma come? Vuole che usi la lingua della poesia per le cose di tutti i giorni?” Ecco, la nuova vitovska in anfora di Vodopivec è poesia.

7)      Walter Mlecnik è uomo molto cordiale e disponibile, stando a quanto ho potuto verificare alla rassegna dei Vini Veri. E fortunatamente produce anche buoni vini. Siamo in Slovenia, ai confini con l’Italia, e si sente. La terra di frontiera conserva sempre un fascino che altre non possono avere. Per di più lo Chardonnay è un non autoctono. Sembra esserci il minimo radicamento territoriale, ma qui è proprio la frontiera che parla, come accadeva nelle liriche di uno dei massimi poeti del ‘900, il praghese di lingua tedesca (ma anche un po’ francese) Rainer Maria Rilke. Apolide, ma intimamente praghese, a salvaguardia di una memoria che non può essere ignorata. Così tra Slovenia e Italia, tra est ed ovest ci si ritrova europei, o meglio cittadini del mondo, ma a far vibrare i vini di Walter è proprio quella terra di mezzo.

8)       Un Pinot noir sui generis. Quasi cattivo, animale, con note amare al naso, da erbe medicinali (mi ricordava un Fernet branca o un Petrus). Del resto i Pommard rivelano l’animo più maschio del celebre vitigno borgognone. Questa cupezza di accenti e la splendida eleganza – nonostante i tratti suddetti – mostrano un’intima lacerazione che ne definisce la tormentata e splendida sostanza. Un pinot quasi nebbiolesco. Per questo suo essere al limite, per la sua natura scissa penso alla lirica oscura e affascinante di Paul Celan, quello che per me è il più grande poeta del secondo Novecento.

9)      Giovanni Struzziero è uomo di altri tempi. Racconta di come un infortunio gli abbia stroncato la carriera calcistica. Parli con lui e senti l’anima irpina. I suoi Taurasi (e del figlio Mario che segue la cantina) sono eroici, vini di altri tempi: niente barrique, solo botti grandi perché “deve essere la natura e il tempo a farli maturare”. Quintessenza dell’austerità, il Campoceraso 2001 è giovanissimo, un infante, che si farà, ne siamo certi. È un vino nato per durare e per stupire. Un gran vino, al di là dei clamori mediatici. Per la sua austerità e per la provenienza, per me non può non essere abbinato ad Orazio, il grande cantore del nettare di bacco nell’antica Roma.

10)  Susanna Crociani, simpaticissima, è un riferimento sicuro per la DOCG Nobile di Montepulciano. Provare per credere: vini con un rubino-granato trasparente, l’opposto dei mangia e bevi e dei vini muscolari che fioriscono in Toscana negli ultimi tempi. Per la sua anima perfettamente radicata a Montepulciano, il corrispettivo è il Redi, autore di quel ditirambo Bacco in Toscana (1685) teso unicamente a cantare il vino e principalmente quello della sua zona: il Nobile nei suoi versi è definito “d’ogni vino il re”.

Pubblicato in: on 25 9e55am27o 2008 at Commenti (0)

Perché anche la Montalcino “onesta” è muta sullo scandalo Brunello “tagliato”?

Così scriveva Mario Soldati, raccontando della priorità del business su qualsiasi altro aspetto del vino (per alcuni produttori, commercianti, non certo per lui):

” - Sa, l’importante, nel nostro mestiere, è di trovarsi nelle condizioni di poter fare un po’ di manfrina… Sa, tanto nessuno ci capisce niente… né quelli che producono, né noi che lo vendiamo… neanche noi… neanche noi… [...] - La scena ha qualcosa di stregonesco. *Danza macabra* sarebbe il titolo: *Danza macabra intorno al cadavere del vino italiano*”

M. Soldati, Vino al vino, Mondadori, 2006 [1977], pp. 223-4.

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Vino & Poesia

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Sull’onda della serata che si terrà il 3 aprile a Castelfranco Emilia (una cena enoletteraria), il vostro Kiwi sarà a Verona, al Vinitaly, a Villa Boschi per i vini veri & dintorni.

Selezionati alcuni vini che l’hanno particolarmente colpito, proverà ad abbinarli a grandi poeti della letteratura nazionale e non. I produttori saranno avvertiti…

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Pinot Noir a Napoli

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Qui e qui il resoconto della degustazione di pinot noir di Borgogna tenutasi a Napoli, presso l’enoteca Divino in vigna, organizzata dall’AIS e guidata da Fabio Cimmino. Il vostro pennuto neozelandese era presente.

Qui di seguito le note sui singoli vini. Per l’introduzione, invece, rimando ai link sopra evidenziati.

Morey Saint Denis Clos Solon 2004 - Fourrier:

Colore rubino brillante e trasparente. Al naso è il più diretto: frutto pieno e prevaricante, godibile ora, senza particolari nuance che gli conferissero una gran complessità: lampone, ciliegia, note di tostatura. Tuttavia questa semplicità lo renderebbe particolarmente duttile col cibo. Al palato sorprende un’acidità pungente, appena fuori registro e discorde dal naso dolce, facendolo rapidamente recedere.

Vosne-Romanee 2004 - Mugneret Gibourg:

Che a Vosne Romanée tutto ruoti quasi esclusivamente intorno ai gran cru lo si può immaginare. Questo village infatti finisce con l’essere il più ‘povero’ dei 5 vini in degustazione. All?aspetto è molto prossimo al precedente. Al naso è impreciso, con frutto in primo piano e venature vegetali. Al palato è meno dinamico, in una sorta di limbo che non lo vede schierato né dalla parte della sottigliezza, né da quella della complessità. Chiude troppo frettoloso. Lieviti indigeni.

 Volnay Santenots 1er Cru 2004 - Roble Monnet:

Da Volnay questo biodinamico che già agli occhi esibisce un abbigliamento diverso dagli altri: più cupo e carico nel suo rubino. Nel bicchiere è la quintessenza della mutevolezza. Meno preciso al naso sulle prime (vagamente animale), vive di un corredo fruttato intenso, sottobosco e una ricchezza di sfumature che vira verso la mediterraneità. All’improvviso esplode in note di caffè e carrubo, per poi chiudersi in un silenzio solo passeggero. Si aprirà su nuance minerali e sfumature terziarie che gli conferiscono un bonus di complessità. Al palato è reattivo, appena più caldo degli altri, ma non per questo più scontato. Se non è del tutto equilibrato è di sicuro il più originale dei 5.

Gevrey Chambertin 1er Cru Petite Chapelle 2004 - Rossignol -Trapet:

Bello nella sua veste rubino intenso, è al naso che affascina per precisione e ricchezza di sfumature: una volta ossigenato vive su una balsamicità freschissima (menta, anice stellato), con ritorni di sottobosco ed erbe. In bocca è rilassato, ma complesso, stratificato, e di buon equilibrio tra il tono carezzevole e le percettibili acidità e mineralità: è imprevedibile da metà lingua in avanti, dove avanza come una risacca che rinnova le sue onde. È il preferito della sala.

 Pommard 1er Cru Les Rugiens 2004 - Voillot:

Il più trasparente, a dispetto della fama dei Pommard che attribuisce loro la palma dei più ‘bordolesi’ tra i borgognoni. L’architettura, tuttavia, smentisce il visivo. Già al naso, infatti, è tremendamente sui generis e più austero: dopo un’acidità volatile che incupisce il registro, va definendosi un frutto che trascina una striatura ferrosa: dalla ruggine all’emoglobina, in seguito accompagnate da toni balsamici. Vive sul minerale, ma sconta la sua giovinezza specialmente al palato, dove il tannino si mostra ancora asciugante e l’acidità è ancora indomita. Chiude sfumando, ma anche questo potrebbe essere un peccato di gioventù. È il più difficile e austero, da risentire negli anni, ma forse per questo il più emozionante.

 

Kiwi kiwi a tutti

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Acqua storta - L. R. Carrino

Acqua Storta di L.R. Carrino

di Eliselle  

Acqua Storta, Giovanni e Salvatore, Mariasole, camorra, una storia d’amore. Basterebbero dieci parole per rendere omaggio al romanzo di Luigi Romolo Carrino, una piccola perla nel panorama a volte piatto e ripetitivo della letteratura contemporanea. Una vicenda raccontata senza compiacimento né sentimentalismo, nuda e cruda, priva di retorica e di superfluo. Quasi una tragedia shakespeariana calata nella Napoli di oggi, quella in mano al Sistema descritto da Saviano in Gomorra, quella gestita dalle famiglie d’onore e monopolizzata dai traffici illeciti. Giovanni e Salvatore sono come Giulietta e Romeo, devono amarsi e sopravvivere in un ambiente duro e macho, che rigetta “il diverso” e che elimina chi va “contro” la sua logica. Giovanni è figlio del boss Acqua Storta, che semina morte ma legge la Bibbia. Salvatore lavora per il suo clan e si occupa degli stipendi. Il loro incontro è fatale. In pagine di vera emozione, in un montaggio cinematografico che ricorda Pulp Fiction, Memento e Irréversible, con uno stile che non si abbandona alla tentazione di sedurre il lettore ma che taglia, netto e preciso, come una lama, Carrino confeziona un romanzo d’esordio che prende dalla prima all’ultima pagina. E ti lascia in bocca l’amaro della rabbia. E ti lascia il ricordo di un amore tenero e appassionato, totalizzante.

L’abbinamento emozionale: Acqua Storta & Falanghina Sant’Agata de’ Goti DOC 2006 – Mustilli

di Luigi Metropoli 

Territorialità e diversità. Queste le motivazioni che hanno indotto Divino Scrivere a selezionare la celebre Falanghina di Mustilli. La Campania dalle mille contraddizioni è anche una terra di scelte controcorrente e di grandi sorprese. La diversità di Giovanni e Salvatore, cui Carrino dà voce, è «l’anello che non tiene» di un sistema che si presume invincibile, ma che può avere crepe. E la strada è l’amore, un amore gay che desta scandalo in un’organizzazione malavitosa che elegge a principio universale l’onorabilità della famiglia, per la conservazione della quale è disposta a fare qualsiasi cosa.La falanghina di Mustilli proviene da un territorio che storicamente è legato alla vite, pressoché da sempre, dalla nascita della civiltà in quei luoghi. Con il secondo dopoguerra, però, le colture storiche della regione rischiano l’oblio, per quella legge del profitto che andava a preferire uve più facili da coltivare e più produttive, per un consumo che badasse alla quantità anziché alla qualità. Quasi tutti si adagiarono, tranne una piccola pattuglia di ostinati difensori della propria terra, ognuno con le proprie viti e tradizioni da salvare (i vari Mastroberardino, D’Ambra, Grotta del Sole…). Mustilli, tra questi. Lo storico produttore a metà anni ’70 caparbiamente sperimentò una vinificazione in purezza dalle poche uve falanghina rimaste. All’epoca scegliere l’autoctono significava andare controcorrente. Pertanto la falanghina è un inno alla diversità: antagonista all’omologazione. Se oggi in tutt’Italia si beve questo bel bianco, portavoce del vino campano di qualità, è merito della famiglia Mustilli. Vino femmineo, delicato e mediterraneo allo stesso tempo, accompagnamento ideale di un incontro d’amore.

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Incontro con Andrea Padova presso Spazio Tadini, di-vino e di note…

 

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Marzo 2008, Milano

Incontrare un artista come Andrea Padova è entrare in un’altra dimensione, un linguaggio fatto di sguardi e piccoli sorrisi come a dire “sei tu la sommelier che abbinerai il vino alla mia musica?” e di timide risposte “ebbene sì… sono io”. Ci sono persone che hanno una presenza artistica talmente forte che le parole diventano superflue e si fanno piccole per lasciare il giusto spazio all’arte, in questo caso la musica di Andrea che si manifesta nella sala in tutta la sua energia. Parliamo del vino che ho scelto, lo spumante brut rosè, Donna Lisetta di Leone de Castris, un vino leccese così come le origini del pianista.  Come nel vino il territorio ha un’importanza fondamentale, così nelle note di Padova il carattere schietto e forte, tipico dei pugliesi si percepisce nella determinazione con la quale domina la tastiera. Andrea Padova non è schiavo di mode e non suona una musica facile, pone una sua firma che arriva come estro e originalità attribuibile solo ai grandi talenti. Non sono del tutto sicura del vino che ho scelto, un vino ottimo beninteso ma, non sono sicura dell’abbinamento emozionale che andrò a fare… eppure il suo cd l’avevo ascoltato 12-15 volte negli ultimi giorni e durante tutto il viaggio per Milano…Poi Andrea mi si avvicina e mi confessa che adora i vini rosati e che l’azienda che ho scelto è la sua preferita. A questo punto prendo coraggio e gli spiego che secondo me il perlage nel calice, le bollicine che si rincorrono sono un po’ come le sue dita sulla tastiera del piano, mai uguali nel loro intrecciarsi, come i concerti interpretati da un grande solista non potranno mai ripetersi meccanicamente… Anche nella musica, come nel vino, c’è la mano dell’uomo che fa la differenza, il tocco dell’artista si riconosce sul palco come nelle migliori cantine a stretto contatto con i vignaioli. Comincia così il concerto, Andrea presenta i suoi brani introducendoli personalmente come a voler portare lo spettatore nel suo mondo fatto di note e di emozioni… Penso alla condivisione, a come la musica e il vino siano simili, a come le arti (compresa quella di fare un buon vino) abbiano una radice comune e a come sappiano parlare senza voce. La musica ci accarezza e ci rilassa come quando ci poniamo ad ”ascoltare” cosa ha da dirci una bottiglia di vino che ci accingiamo a stappare…Storia, tradizione, studio, sudore, fatica e voglia di mostrarsi con la loro specifica identità che ad un orecchio o ad un palato attento, non possono che arrivare forti e chiare.

B.B.

Sito web di Andrea Padova: www.andreapadova.com

Sito web di Leone de Castris: www.leonedecastris.net

 

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L’angolo di Kiwi - Mini verticale Ripe del Falco

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Si apre ufficialmente l’angolo di Kiwi, rubrica condotta dal nostro curioso pennuto neozelandese, che si prodiga in assaggi in giro per l’Italia. Nel caso in cui vi capitasse di scorgerlo in una sala, siate pronti a nascondere le vostre bottiglie.

Questa volta il nostro uccello Kiwi è stato ad una mini verticale del Cirò Classico Superiore Riserva Ripe del FalcoIppolito, tenutasi a Napoli, presso l’enoteca DivinoInVigna (il nome è intonato all’associazione, non vi pare?), come Enolaboratorio per l’AIS di Napoli. Qui di seguito leggiamo le sue serie riflessioni sulla serata e sui quattro vini degustati.

Non si accettano valutazioni in punteggi, né in pennuti avvinazzati.

Buona lettura e buone note!

   

1987:

è, sulle prime, il più brillante tra i 4 campioni in degustazione: evoluto, in una parabola che lo condurrà ad una lunga, splendida vecchiaia. Colore dal fascino decadente, granato non molto compatto, evidenzia un corpo sottile e solo apparentemente esile. Al naso vive su note terziarie, appena accarezzate da un frutto ancora vivo: visciola, amarena, che lasciano spazio ad una predominante liquirizia. In bocca è inaspettatamente il più fresco e vibrante, complesso, non presenta alcol sopra le righe, sorprendendo per reattività, con un tannino ancora indomito. Lungo e asciutto. Cala dopo qualche tempo nel bicchiere.

1988:

è il più taciturno e il più restio ad esprimersi. In tutte le caratteristiche rispecchia l’87, ma è decisamente meno brillante e reattivo, più spento ai profumi e con un tannino troppo sopra le righe. Si spegne troppo presto. Verosimilmente non avrà molto altro da dire: il tempo lo ha cristallizzato in una scorbutica mutezza che resterà tale.

1989:

è il primo campione realizzato con un processo di fermentazione a temperatura controllata. Colore evoluto che lo apparenta all’88 e all’87. Estratti bassi, come i campioni precedenti. Al naso si esprime con intensità e finezza: idrocarburi e liquirizia, con tocchi di cuoio e un frutto ancora accennato (nonostante i 18 anni compiuti). In bocca è il più rilassato e definito. È, tra i 4, il preferito del dott. Vincenzo Ippolito. Resiste bene nel bicchiere.

1991:

una delle due bottiglie denuncia vistosi problemi di riduzione. Anche l’altra tuttavia divide la sala. Il colore è più fitto e gli estratti sono maggiori. È diverso da tutti gli altri. Vincenzo Ippolito non parla di cambio di stile, ma affidandosi alla memoria ipotizza, nel taglio, una percentuale maggiore di legno. Il vino impiega molto più tempo ad aprirsi: all’olfatto è scomposto sulle prime, per poi trovare una sua definizione in un frutto maturo ed eleganti toni terziari. La bocca però riesce solo in parte a comunicare un’avvenuta fusione tra le parti. Potrebbe evolvere ancora…

  

Kiwi Kiwi, il pennuto avvinazzato

Pubblicato in: on 25 2e33pm32o 2008 at Commenti (4)