Un Monte Vertine (scritto proprio così) del 1984

Non è stata un’annata memorabile il 1984 in Toscana, per cui poco dovremmo aspettarci da un sangiovese risalente a quella vendemmia. Ma quando c’è di mezzo Sergio Manetti e Montevertine (a quell’epoca la grafia corretta prevedeva la divisione del nome in Monte Vertine) è lecito attendersi qualcosa di buono anche in annate dimenticabili.
Sulla bottiglia c’è scritto ancora Vino da Tavola. Il tasso alcolico è di 12,5%.
Ebbene, questo Monte Vertine non può ragiungere le vette di alcuni altri bevuti di recente (magnifico il 1999, splendido il 2004, esemplare Le Pergole Torte 1999): tende a essere molto scarico sia nel colore che nell’architettura complessiva del vino, ma conserva intatte le caratteristiche del sangiovese, animalesco e accogliente a un tempo, con alloro e cuoio in primo piano, una terrosità tipica, un che di fuligginso, sottobosco e un vago ricordo di ciliegia sotto spirito. È un vino dal corpo medio, ma in sé è compiutissimo, ancora fresco, piacevole, di grande pulizia olfattiva.
In bocca è esile, ma vivo, nessuna nota ossidativa, nessun cedimento del corpo, con un’acidità che evidentemente lo ha salvato, pur scarnificanolo in qualche modo e rendendolo essenziale. Di certo non gli si può chiedere di reggere un’altra decina d’anni, il che sarebbe, per giunta, inutile. Nonostante non sia quello delle grandi annate, fa una signorile figura: non tutte le ore sono fatte per leggere Dante; talvolta la leggerezza di un Barone rampante può offrire un piacere maggiore. Lo si beve su pietanze non impegnative, magari una pappa al pomodoro toscana: non riuscirebbe infatti ad affrontare una carne per raggiunti limiti di età e per magrezza dell’annata.
Resta comunque un’esperienza (bere vini ultraventennali, per giunta ancora in forma, non è da sempre, se pagati quasi nulla è ancora meglio).

Pubblicato in: on 09/07/2009 at 11:48 pm Lascia un Commento

Viña Gravonia Crianza 1998 Lopez de Heredia – un bianco a passo di jota

Confesso di non aver mai sentito parlare prima della viura. Si sarebbe potuto trattare per me di un farmaco come di un termine burocratico saggiamente ignorato. L’uno vale l’altro, avrei potuto sentenziare.

Invece la viura è un’uva a bacca bianca, presente nell’areBOTTa della Rioja, impiegata dalla celebre botega Lopez de Heredia per il suo cru Viña Gravonia Crianza.

Parlando di vini secchi della vecchia Europa in genere si ricade nel solito schema che tende a contrapporre Francia e Italia, escludendo quasi sempre altre regioni naturalmente vocate. Questa tendenza porta i consumatori italiani a cercare vini di qualità esclusivamente oltralpe o nel nostro Paese. Difficilmente viene in mente la Spagna, anche perché spesso i vini spagnoli secchi presenti sul nostro mercato sono segnati da un’insopportabile ricerca di morbidezza e concentrazione. E invece i vini di Lopez de Heredia non adottano scorciatoie: lunghissimi affinamenti, travasi a mano, insomma tecniche di cantina tradizionali. L’unica concessione (ma sarebbe perfino esagerato parlare di concessione) è l’impiego di botti di varie capacità, di legno americano.

Oggi in commercio si trova la Viña Gravonia Crianza 1998. Sì, perché anche i bianchi e i rosati, come i rossi (la celebre Viña Tondonia), vengono messi sul mercato dopo almeno 10 anni di affinamento. Perciò tali vini non sono facili, non sono quello che normalmente ci si aspetta, specie per un bianco, visto che qui in Italia purtroppo non abbiamo radicata una cultura di bianchi da invecchiamento, nonostante avessimo tutte le carte in regola per poter affrontare tale sfida.

Per contestualizzare il vino è importante sempre dare qualche coordinata geografica. Siamo nella regione della Rioja, nel Nord della Spagna, regione che ha un clima sicuramente più fresco di quello della Spagna mediterranea. Le vigne si trovano a 340 mt sul livello del mare, su terreni poveri e rocciosi. In effetti tutto questo si traduce in un vino dal profilo slanciato, minerale, fresco, ma pur sempre un vino di 10 anni. Il colore per esempio sorprende per brillantezza e tJOTArasparenza, non siamo mai presso un giallo oro, ma c’è sempre il paglierino che domina, con i soli riflessi che virano sul dorato. Il naso è affascinante e sorprende perché non subito identificabile:  un filo di ossidazione nobile, anzi piuttosto sarebbe vicino a un che di ferroso, una nota di cedro, erbe aromatiche, girasole, sandalo, cannella, persino una punta di burro, un ritorno di nocciola tostata e un pizzico di caffè (non escludo che tra le botti di varie dimensioni il vino abbia sostato in barrique). È chiaro che la frutta è un vago ricordo. Eppure non c’è nulla di pesante in esso, anzi l’ingresso al palato è sottile, molto fresco, e qui i sentori terziari legati al legno vengono meno, lasciando maggiore spazio a una tendenza minerale. Ha un’espansione più verticale che avvolgente, eppure appaga, con un ritorno odoroso che seduce e una chiusura di estrema pulizia. Forse non lunghissimo, ma di grande efficacia.

L’abbinamento non è affatto scontato. Trovo difficile vederlo sul pesce, a meno che non parliamo di piatti più complessi e speziati come possono esserlo una paella valenciana o un cous cous siciliano. Meglio però spenderlo su carne bianca, magari speziata. Chissà come sarebbe l’abbinamento con un real iberico…

Pubblicato in: on 05/07/2009 at 7:49 pm Commenti (5)

Taurasi 2001 Di Prisco

Pasqualino di Prisco ha cominciato a vinificare in proprio, non conferendo più le sue uve, a partire dal 1995. Questa scelta è stata sicuramente vincente. All’inizio erano solo aglianico e coda di volpe, da vigneti di proprietà a Fontanarosa, piccolo borgo confinante con Taurasi, all’interno della docg del più nobile tra i rossi campani. Pian piano Di Prisco si è confrontato col fiano e col greco, riuscendo a ottenere comunque ottimi risultati (in particolare mi piace sottolineare le performance del greco Pietrarosa 2005 che assaggiato anche ad anni di distanza risulta un vero campione di razza). Tuttavia resta il Taurasi il suo prodotto di punta. All’inizio la lavorazione era tradizionale in tutto (anche per l’impiego delle botti grandi), in seguito si è fatto ricorso alla barrique che tuttavia non ha particolarmente inciso sulla qualità dei vini (il 2004, per esempio, resta a mio modo di vedere un gran bel Taurasi, espressione del territorio e del vitigno).

Ora, confrontandomi con il 2001, vinificato pre-barrique, mi ritrovo a dialogare con un Taurasi di prim’ordine, come quelli a cui sono stato abituato. Sono passati quasi 8 anni dalla vendemmia e la 2001 resta un’annata sempre particolarmente chiusa, scorbutica, severa, che necessita di decenni per compiersi definitivamente. Tuttavia resta questa una delle migliori annate interpretate da Di Prisco. In Irpinia l’annata è stata caratterizzata da una gelata primaverile che ha ritardato e diradato naturalmente la comparsa delle gemme, poi un’estate regolare, calda e un autunno con ottime escursioni termiche, asciutto e una maturazione ottimale solo a fine ottobre e inizio novembre. Il risultato è stata una naturale concentrazione che ha prodotto vini di importante estrazione e dall’architettura nobile, destinati a lunghissimo invecchiamento. Ancora oggi con le 2001 taurasine si fa fatica, non già perché siano vini cattivi, tutt’altro, è che si tratta di campioni in piena fase evolutiva che necessitano di molti anni, con tannini ancora fitti, naso ancora inchiostrato e chinoso, tuttavia la tessitura è quella dei grandi vini, non c’è dubbio. E così il 2001 di Di Prisco si tiene in linea con tali caratteristiche. Il colore è un rubino fittissimo, segno di grandi estratti, al punto da macchiare il bicchiere e da tenere il liquido ben ancorato alle pareti (è di 14 la percentuale alcolica); naso scuro, profondo, animale e terroso, con note di china, cuoio, pelli, polvere da sparo, un autunnale sottobosco di castagni, solo dopo un’adeguata ossigenazione vengono fuori note di fiori secchi, l’onnipresente prugna, olive nere, alloro e prepotentemente la liquirizia con un che di mentolato. Penso che si tratti della quintessenza del Taurasi in versione maschia (come contraltare citerei sempre l’eterno Taurasi di Mastroberardino, di grana più sottile e dal carattere baroleggiante). Duro, come il carattere irpino, incisivo come la gente dell’Appennino meridionale, di quella parte di Italia che Franco Arminio definirebbe da “bandiera bianca” per purezza, rigore e estraneità a ogni logica di imbarbarimento del paesaggio e di progresso fine a se stesso. In bocca l’ingresso è imponente, caldo con ritorni di prugna subito evidenti e note dolci a centrobocca e poi una lenta risacca sapida e terrosa; la chiusa è appena amarognola, lunghissima, scandita da un tannino fittissimo e indomito: come al solito la pulizia finale è un tratto distintivo dell’aglianico. Il palato non ha tregua, è costretto a lavorare dall’inizio alla fine, trovandosi continuamente dilazionate le sensazioni e dovendo ricorrere ogni volta a una reazione diversa. Incantevole e purissima la prugna sotto spirito a bicchiere vuoto. È necessario in questo momento un controbilanciamento col cibo. Un agnello alla brace potrebbe essere una carne adeguata al lavoro dei tannini, mentre un pecorino potrebbe esaltare le componenti balsamiche e donare armonia all’abbraccio cibo-vino. Ma se desiderate, abbinatelo come vi pare, purché si tratti di piatti dal sapore intenso e dalla struttura importante.

Pubblicato in: on 25/06/2009 at 11:41 pm Commenti (1)

Dal Nobile di Susanna al Barolo chinato di Cappellano, passando per Cavallotto e Brezza

6a00e5538d28a3883301156fc914be970cDevo ammettere che gli scambi Toscana-Piemonte mi piacciono. Sono uno scambista del vino, in fondo li amo tutti (quelli belli e buoni, ovviamente). Come direbbe un caro amico: mio familiare è l’aglianico, uno di quelli a cui darei del tu per storia domestica, per consumata ma rispettosa frequentazione, ma l’incontro amoroso è con il nebbiolo. E il sangiovese (e i suoi cloni, mi verrebbe da aggiungere)? È la scappatella extraconiugale, di cui il nebbiolo stesso è a conoscenza. E pazienza se storcerà un po’ il naso.

Lo scambismo Toscana-Piemonte però giova a tutti, non tanto per un confronto inutile e infruttuoso, quanto per capire meglio l’uno e l’altro in virtù di un rapporto più stretto e scanzonato.

Ebbene, a Montepulciano beviamo prima un Brut Champagne di Olivier Pere & Fils, poi il Nobile Riserva 2004 di Susanna Crociani e in sequenza Barolo Bricco Boschis dei Cavallotto 2004, Barolo Sarmassa di Brezza 2001 e infine l’impareggiabile Barolo Chinato di Cappellano.6a00e5538d28a38833011570be4bd4970b

Cosa abbiamo imparato? Forse nulla, ma il piacere dell’assaggio, specie in compagnia, vale sempre qualcosa in più.

Il Nobile di Susanna è un figlio legittimo del suo borgo natio (ne abbiamo scritto non so quante volte), ma ha un’aristocrazia quasi piemontese e in mezzo ai barolo ci fa un figurone: profondo, lungo, tannino carezzevole, un vino che ti attrae a sé senza reclamare attenzione, lo fa con una naturalezza disarmante. È una vera goduria sulle lasagne al brasato di manzo (preparato con vino Nobile, ovviamente).

Poi a esprimersi è il lampone del Bricco Boschis, naso da standing ovation, finissimo, mentre il tannino ancora morde (il tempo è una categoria che avvolge tutto ciò che ci riguarda, non possiamo pensare un vino fuori del tempo e dell’hic et nunc che impone la degustazione, ma la bellezza degli assaggi risiede anche in queste pratiche vagamente divinatorie che ci fanno immaginare quel sorso in un futuro non meglio definito). A Castiglione Falletto la potenza dialoga con l’eleganza in un’indecidibilità che confonde la comune logica di causa-effetto. Non sai mai quale delle due sia data prima. Per concludere, oggi Nobile, domani Bricco Boschis.

6a00e5538d28a38833011570be4cb5970bIl naso del Sarmassa 2001 ha toni più cupi, con un terziario più evidente, ma decisamente tanta classe. Il petalo di rosa qui si avvia a essiccarsi e rende più malinconico il sorso di questo splendido campione di Barolo, con un fascino che sebbene non ancora decadente ha un tono di maggiore maturità (come direbbe Gianni Morgan Usai, “questo è un ragazzo che si approssima già ai 18 anni”). In bocca ha maggiore armonia, un tocco più vellutato, donatogli da un affinamento maggiore. Il tannino di questo cru di Barolo è più morbido rispetto al precedente, indipendentemente dall’affinamento in più che vanta sul campione di Castiglione Falletto. La 2001 si conferma annata piuttosto piena, potente, severa, che necessita di molti anni per esprimersi al massimo, ma la regalità si avverte già ora.

Con il Barolo chinato di Cappellano non si può far altro che ringraziare la terra e la mano sapiente del dosatore per averci regalato 6a00e5538d28a38833011570be4e48970bquesto gioiello di incommensurabile valore. Sembra che Serralunga voglia farsi sentire persino in un vino aromatizzato, con la sua pienezza al palato, la struttura poderosa, la terrosità e la severità del tannino ancora vivo. Il chinato di Cappellano ha una sua personalità che gli fa meritare l’assaggio isolato. Difficile capire cosa si possa abbinare, oltre a un cioccolato extrafondente (e bisogna capire anche che tipo di cioccolato…). Il naso che oscilla come un pendolo tra il registro amaro della china e del rabarbaro a quello dolce del chiodo di garofano, del pan di spagna, della cannella, in un equilibrio che solo agli sprovveduti può sembrare precario. Domina la scena, ma non annichilisce, semmai accoglie e dispensa lirica sotto forma di effluvi odorosi. Sembra nato dalle mani di Orfeo più che da quelle di Bacco…

(Le foto sono tratte dal blog “Pane al pane” di Laura Rangoni)

Pubblicato in: on 12/06/2009 at 10:57 am Commenti (3)

Lambrusco, vitigno antico, passione moderna

carpi

Carpi 13 e 14 Giugno 2009

13 giugno

Carpi, Auditorium della Biblioteca Multimediale Loria, via R. Pio 1

Ore 16.00 

L’Associazione Italiana Sommelier delegazione di Modena, in collaborazione con il Comune di Carpi e l’Accademia Italiana della Cucina, organizza una due giorni tutta dedicata al Lambrusco, vitigno che più  rappresenta la nostra storia, il nostro territorio e la nostra cultura.

Si inizia sabato 13 Giugno con un Convegno dal titolo: “Lambrusco, vitigno antico, passione moderna” presso l’Auditorium della Biblioteca Multimediale Loria di Carpi con inizio alle ore 16.00 .

Il Sindaco di Carpi introdurrà i lavori del convegno, insieme al delegato dell’Accademia Italiana della Cucina Lauro Benetti e al Direttore dell’Ass. Città del Vino Paolo Benvenuti. La giornata vedrà poi gli interventi di molti esperti, tra cui quello del presidente nazionale dell’Associazione Italiana Sommelier Terenzio Medri, per raccontarci il Lambrusco sotto il profilo storico e filosofico, per indagare poi gli aspetti legati alla promozione sul territorio, quelli tecnici della produzione fino ad arrivare agli interventi dedicati all’abbinamento a tavola. Le conclusioni del convegno saranno invece a cura del Presidente Nazionale dell’Accademia Italiana della Cucina, Giovanni Ballarini. 

Sabato 13 e Domenica 14 Giugno:  Banchi d’assaggio Lambrusco Doc

Carpi, Loggia del Cortile d’Onore di Palazzo Pio

Ore 18.00 alle 20.00 

Nei giorni sabato 13 e domenica 14 Giugno, dalle ore 18.00 alle ore 20.00 presso la prestigiosa cornice del Cortile d’Onore di palazzo Pio, una brigata di 40 Sommelier coordinata dall’Ais di Modena, vi permetterà di degustare diverse tipologie di Lambrusco doc, dal modenese al reggiano, dal mantovano al lambrusco dei colli parmensi. I banchi d’assaggio sono aperti al pubblico e totalmente gratuiti. 

Il lambrusco in degustazione è proposto dalle Cantine associate ai Consorzi: 

Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi

Consorzio per la Promozione del Marchio Storico dei Vini Reggiani

Consorzio Volontario Lambrusco Mantovano DOC.

Consorzio volontario per la tutela dei vini DOC dei Colli di Parma  

Al Convegno di sabato 13 Giugno interverranno

Giovanni Marzi , storico

Storia del vitigno lambrusco

Pierluigi Sciolette, Presidente del ‘Consorzio Marchio Storico Lambruschi Modenesi’

Come promuovere il Lambrusco

Terenzio Medri, Presidente nazionale dell’Associazione Italiana Sommeliers

Sommeliers e vino

Giuseppe Benelli, Professore di Filosofia del Linguaggio all’Università di Genova

Lambrusco: identità frizzante dell’Emilia

Sandro Cavicchioli, Presidente regionale Assoenologi

Tecniche di produzione del Lambrusco

Giovanna Guidetti, Chef Osteria La Fefa

Utilizzo e abbinamento in cucina                                         

Barbara Brandoli, Ufficio stampa Ais Modena

Per info: aismodena@libero.it

Locandina evento Lambrusco

Pubblicato in: on 07/06/2009 at 10:21 am Lascia un Commento

Colti da un moto di nostalgia si beve Taurasi Radici Mastroberardino ‘94

Saudade, mal d’Africa e mille altre nostalgie. Tutte portano verso il Sud, il cuore a sud. Per chi è un emigrante, un esule, un nomade o quel che sia, e dal Sud si trasferisce in qualche altro luogo (per lavoro, per studio, per formazione, in ogni caso per necessità), prima o poi l’attacco di nostalgia fa capolino. E allora bisogna lenire quello stato malinconico che ne consegue. In qualche modo bisogna trovare dei segni che riportino la mente a quel territorio, alla terra che ci ha visti nascere. Può essere un video dei gol di Maradona, ascoltare un vecchio brano di Pino Daniele (su quelli degli ultimi anni un impietoso no-comment), cercare una battuta di Troisi. Può essere un piatto di spaghetti (dei miei compaesani Vicidomini e di chi sennò?) con pelati lavorati direttamente dalle mani di mio padre, dal suo orto privato alla messa in vasetto, e può essere un vino. Per quanto io ami principalmente i bianchi della Campania e in particolare d’Irpinia (soprattutto il fiano, il fiano, il fiano!), occorre ricordarsi che questa provincia (quella d’Avellino, of course) è una delle poche a regalare sia bianchi che rossi di gran classe: non solo fiano, ma anche taurasi. Benché il numero di aziende che producono ottimi taurasi è in ascesa, andando indietro negli anni ci si limita a quelle 2-3 e poi a una sola. Anche in annate non a 5 stelle un’azienda dalla grande tradizione e sensibilità nei confronti dei suoi vitigni, coccolati e cullati, riesce a non tradire. La ’94 cade in un periodo di forti scossoni nel mondo del vino italiano: la barrique fa irruzione e cominciano a impazzare vini muscolari. In Campania, in quegli anni molti contavano i giorni restanti alla vecchia e moribonda Mastroberardino. Invece la storica azienda di Atripalda è ancora viva e vegeta e oggi, tornando a quegli anni e confrontando il suo lavoro con quello di altri produttori, ci si accorge di come lo stile aziendale non subisce particolari variazioni. Il classico, si scriveva non molto tempo fa, non muore. Un Taurasi di 15 anni, il Radici “base”, quello dall’etichetta nera, è non solo paradigmatico del lavoro aziendale, ma è sempre lì a mostrarci come un gran vino ha possibilità pressoché infinite di resistere agli anni, alle mode, e di sorprendere sistematicamente il degustatore. I parametri sono i soliti: colore rubino-granato non eccessivamente carico; naso di prugna matura, liquirizia, pout-pourri, ginepro, cuoio, tabacco, sottobosco, erbe aromatiche, viola ancora ben marcata; palato con attacco caldo, avvolgente, acidità infiltrante e sapidità rocciosa, per finire con un tannino fittissimo, ben distribuito: velluto. Non c’è la lunghezza forse delle grandissime annate, ma qui tutto si tiene e il vino dopo un’ora non è solo una promessa, ma un desiderio compiuto. Cosa chiedere di più: “Et l’on se sent tout seul peut-être mais peinard”, cantava Leo Ferré.

Pubblicato in: on 30/05/2009 at 6:10 pm Commenti (2)

Cantine aperte contro l’inceneritore

Apprendo tramite energia pulita che il 30 maggio, giornata del corteo di protesta contro la realizzazione dell’inceneritore nei pressi dei Castelli Romani, la cantina Donnardea di Santa Palomba (Pomezia) prende posizione, avendo le vigne a pochi metri dal luogo in cui si dovrebbe costruire, e invita i manifestanti a visitare l’azienda e a degustare i suoi vini, in concomitanza con Cantine Aperte.

Info su http://www.donnardea.it/ oppure via email info@donnardea.it

Pubblicato in: on 28/05/2009 at 4:08 pm Lascia un Commento

Fiano di Avellino 2004 Vadiaperti: la sfida al tempo

P5230031Non siamo sicuri che Plinio il vecchio nella sua Naturalis Historia e Columella nel De Re Rustica abbiano davvero incrociato il fiano, quest’uva che, come scrivevano, forse era quella prediletta dalle api (la filologia è più complicata di quanto a prima vista si possa credere e francamente non mi azzardo a tentare un’interpretazione: troppo rischioso perché troppo generiche le descrizioni dei due pur grandi storici e scienziati).

Dal momento che i vini dell’antica Roma erano troppo diversi dai nostri, aromatizzati, densi, diluiti con acqua, è ancora più difficile stabilire analogie e ricostruire l’identità dei vini. L’unica cosa certa è che il fiano ha una storia millenaria e che oggi si può godere di questo vitigno nobile e prezioso: talvolta fa arrabbiare i viticoltori perché difficile da gestire in vigna, ancora di più in cantina per via della sua acidità spesso troppo elevata, stando ai palati di oggi e a chi crede che i bianchi vinificati in acciaio sono da bere solo d’annata.

Il punto è proprio questo: il fiano NON è un vino da bere entro l’anno – è uno di quei bianchi da attendere. Non smetterò mai di ripeterlo. Nel 1984 il professore Antonio Troisi decise di imbottigliare in proprio il fiano che produceva in località Vadiaperti e Toppole in quel di Montefredane (luogo totemico di questo vitigno, su una collina nei pressi di Avellino a circa 400 mt. di quota) da vigne di proprietà (ampio spazio è dedicato al professore in alcuni libri e articoli di Pignataro). Il figlio Raffaele ha continuato la sua opera (e in più ha creduto nella coda di volpe, vitigno che per primo ha vinificato in purezza con risultati davvero sorprendenti). Il fiano di Raffaele Troisi è la quintessenza del vitigno, è a distanza di anni l’interpretazione massima che se ne possa avere (forse insieme ai soli Antoine Gaita di Villa Diamante, sempre a Montefredane, e a Clelia Romano a Lapio), un vino rigoroso, spigoloso e indomito nei primi anni di vita, verticale, aggressivo, senza fronzoli, diretto come una lama, ma che col passare degli anni si distende, trova equilibrio, armonia come pochi. A dispetto di un’acidità da riesling e di una sapidità che difficilmente è comparabile agli altri bianchi (rocciosa e iodata insieme), il fiano dell’azienda Vadiaperti va riconciliandosi pian piano con le dolcezze che pure il vitigno di per sé esprime, coniugando rigore e accoglienza come pochi bianchi italiani sanno fare. Ricordiamo che il vino viene vinificato in solo acciaio, per cui tutto ciò che il bicchiere esprime al naso e al palato è da attribuire alla sola bontà del liquido. A mio parere il fiano di Vadiaperti è l’ultimo, in ordine di tempo, tra i fiano di Avellino da assaggiare. Ci si arriva solo dopo aver esplorato bene il vitigno e il territorio, solo dopo averli assaggiati tutti, dopo averne compreso la finezza, la naturale dolcezza e l’acidità furiosa. Questo perché il vino di Raffaele Troisi tende ad accentuare i lato severo e rigoroso a discapito della dolcezza, almeno sulle prime. Pertanto è buona prassi da parte degli appassionati cominciare a bere i suoi fiano almeno dopo un paio d’anni dalla vendemmia, per dar loro tempo di smussare gli spigoli e riproporre intatta quella dolcezza di cui dicevamo.

Il 2004 (siamo a quasi 5 anni dalla vendemmia) ha in dote un’acidità importante e una sapidità (le vigne sono in piena maturità) che mette a dura prova il palato inducendone una salivazione continuata. In più, l’annata ha saputo restituire al vino quella complessità che il vitigno sa esprimere, donandogli un bonus di finezza e di articolazione al palato che raramente è dato trovare.

La prima volta che provai il 2004 fu nella primavera del 2005 e lì erano ancora nettamente prevaricanti le componenti dure del vino, che risultava quasi tagliente al palato, pur lasciando comprendere quanto fintamente sottile fosse e come avrebbe potuto in seguito distendersi. Nel 2006 si capiva già, invece, che avevamo a che fare con un gran vino (nessun altro aggettivo può sostituirsi a quel “grande”), sensazione ampiamente confermata ad inizio 2007, quando il vino aveva due anni abbondanti. Dopo una pausa di oltre due anni mi riconfronto con questo campione e l’impatto è stato a dir poco esaltante.

Naso tremendamente fresco, agrumato di buccia di limone e pompelmo giallo, ma con inusitate note che virano quasi verso la buccia di arancia, la nocciola che spinge e emerge alla distanza, le erbe aromatiche  che si susseguono senza mai riproporsi uguali a se stesse, erbe di montagna, badate bene (e siamo al Sud!), poi menta, muschio, roccia, sottobosco, terra, miele di castagno. Il vino non stordisce, avendo un tocco limpido, sereno, quasi francese, ma non smette mai di consegnarci profumi, sottili e intensi.

Al palato il miracolo è compiuto: l’alcol non è nemmeno percettibile, l’acidità è ancora piuttosto presente, ma integrata in un corpo che ora (e solo ora) rivela la sua vera spazialità, mostrandosi fintamente magro, che sa percorrere la lingua con continuità, senza fermarsi, una brezza e una scia odorosa che non si arresta e continua imperterrita dopo la deglutizione. La sensazione al palato è di una dolcezza che pian piano cede posto alle note minerali (davvero dominatrici della scena), ma è l’acidità che conquista, regalando una bevibilità stupefacente. Nessuna nota di frutta troppo matura o disidratata, segno di una giovinezza sorprendente e di una capacità di sfidare il tempo senza timore alcuno. La pulizia è poi decisiva, senza indebolire il carattere autentico del vino: nessuna cedevolezza, nessuna nota decadente. L’artigianato qui diventa un lavoro di cesello, l’esecutore un artista. Non si scherza, siamo di fronte a un vino che si schiude pian piano conquistando sorso dopo sorso e imponendo la legge della pazienza.

Per chi sa cosa significa bene grandi vini e per chi sa dove cercarli nel nostro paese. Chapeau bas!

Pubblicato in: on 23/05/2009 at 4:39 pm Commenti (5)

A una bottiglia di Valtellina del 2004

a-ROSSOCarducci, che era un bevitore di vino, fu gabbato verso la fine del secolo XIX da alcuni birbanti: in un’osteria gli fu fatto credere che stesse bevendo una bottiglia di Valtellina del 1848, di circa 40 anni. Il poeta, fortemente impressionato da tale vino, ne scrisse un’ode.

Abbiamo già scritto, non molti giorni fa, dei vini di ARPEPE. Ebbene, non abbiamo la presunzione di distinguere con certezza un’annata da un’altra, ma forse non incappiamo nemmeno nel grossolano errore di confondere una bottiglia di pochi anni di vita con un’altra ultra quarantenne.

Comunque sia, non è questo l’oggetto dell’articolo.

Il rosso di Valtellina di ARPEPE è “quanto di meglio una denominazione di ricaduta possa esprimere”. Così abbiamo scritto. E forse abbiamo sbagliato perché risentito con calma e forse bevuto alla cieca lo si potrebbe confondere con un Valtellina Superiore, potrebbe apparire un vino dal costo nettamente superiore ai 10 euro con cui lo si comprerebbe in enoteca.

Il rosso di Valtellina 2004 di ARPEPE è un nebbiolo (pardon: chiavennasca) di razza, frutto dell’assemblaggio di uve provenienti dalle aree di Sassella e Grumello. Acciaio, un po’ di botte grande e bottiglia. Dov’è il miracolo? Nell’assemblaggio? Nella pazienza? Nella mano leggera degli interpreti?

Un vino dal colore granata limpido che in sequenza sfodera sentori di liquirizia, con un vago ricordo di amarena sotto spirito, sottobosco, cuoio, per poi aprirsi su ginepro e erbe aromatiche, giustamente caldo ma mai sopra le righe, ottimo compagno del pasto. Anche al palato non ha niente del fratello minore: armonico, aggraziato, complesso quanto basta e soprattutto dotato di quella qualità che ogni vino dovrebbe avere: si fa bere con semplicità e piacere. Quanti anni può reggere una bottiglia che già ora ne ha quasi 5? Non lo sappiamo e non ci poniamo il problema perché un vino così lo si beve subito, non si aspetta, sebbene la tentazione della prova del tempo ci sia eccome, vista la qualità. Tuttavia il godimento è un accidente da afferrare subito. Per la felicità, beh, per quella si può anche attendere (magari con un Vigna Regina da dimenticare in cantina).

 L.M.

Pubblicato in: on 16/05/2009 at 2:53 pm Lascia un Commento

Flash e dediche dal vinitaly 2009 – nono flash

 

Conti – Cantine del Castello

 

Elena Conti è una ragazza simpatica, dall’espressione sincera, fanciullesca. Sulle prime ha tutta l’aria di chi vuole dirsi: “ma io che sto a farci?” e invece è attenta, assaggia, chiede, scruta con interesse, curiosità e intelligenza. La piccola azienda gestita dalle sorelle Elena, Paola e Anna è situata in quel Nord Piemonte che continua a esprimere vini di primissimo livello, ma che puntualmente rischiano di essere schiacciati dal nome che altri rossi piemontesi vantano. E così, lì, nell’area del Boca (poco a che fare con quella di Broca), proprio perché lontana dai riflettori, si continua a produrre piccoli e rari gioielli che fanno la gioia di chi va a esplorare il sottobosco del mondo vinicolo. Boca vuol dire nebbiolo in percentuale, ma è una ragione sufficiente per indurre gli amanti di tale vitigno a battere quei sentieri. E nel caso si imbattessero nei vini delle sorelle Conti, sarebbero ripagati. Elena mi ha fatto assaggiare il Boca Rosso delle donne (bellissimo nome, vero?) 2003. Le bottiglie sono davvero esigue, Elena infatti conduce un solo ettaro di proprietà. Questo rende castelloconti_boca03senz’altro più affascinante un vino che già di per sé intriga. Il 2003 non è frutto della sua mano, a differenza del 2004. Ebbene, il tratto distintivo di questi vini è il colore granato piuttosto scarico, dai toni decadenti, con un che di autunnale. A guardarli potrebbero essere scambiati per vini stanchi, che hanno già superato il nadir e si avviano verso un progressivo mutismo. Invece non è così: c’è più sostanza e vivacità di quanto l’occhio registra. Non mi sembra un paragone azzardato affiancare questo stile e questa impostazione a quella che caratterizza i vini di ARPEPE. Certo, Elena dovrà lavorare ancora e sodo, ma la strada tracciata è quella buona. Essenziale questo 2003, ma dallo spettro aromatico tutt’altro che imbrigliato dall’austerità. Il frutto gareggia con note minerali e terziarie. Il liquido è calmo, vive la sua compiutezza, specie al palato dove scivola ordinato, senza sbavature. È appagante, persino fresco. Più nervoso il 2004, ma anche più ampio al naso (netta la mineralità) e reattivo al palato. Avrà bisogno di qualche tempo in più di bottiglia per dirsi compiuto, ma ha stoffa e già ora lo si gode appieno. Ha qualcosa in più del 2003 in prospettiva. Non è finita qui, perché da una botte del 2000 nasce l’Elixir, un boca aromatizzato, stile barolo chinato, vino davvero affascinante e ben fatto, nel quale le note amarognole delle erbe si integrano perfettamente con il lato dolce. È un dolce-non-dolce che starebbe benissimo col cioccolato fondente. Una bella scoperta, sia umana che enologica. E possiamo senza esitazione gridare un bel “brava!” a Elena.

 

L.M. 

Pubblicato in: on 13/05/2009 at 7:15 am Lascia un Commento