Bourgogne Aligotè 2006 Coche Dury

I nostri sogni sono collegati tra loro non solo come “nostri”,
ma formano anche un continuum, fanno parte di un mondo
unitario, così come tutti i racconti di Kafka ruotano intorno
allo stesso motivo. Ma quanto più strettamente i sogni sono
connessi tra loro o si ripetono, tanto maggiore diventa il
pericolo di non riuscire a distinguerli dalla realtà.
(Theodor W. Adorno)

Ho visitato la Borgogna in sogno, trovo che sia bello sognare, diventa tutto un po’ approssimativo, come la mia vita. Ed ero proprio là a Meursault che è un piccolo paese nella Côte de Beaune. C’è una chiesa con un campanile abbastanza alto, piccole casette colorate e qualche persona che passeggia. Tutto intorno sono vigneti, tutto il resto sono filari e filari di viti. Le donne indossano dei vestiti colorati, portano i capelli raccolti e camminano con dei cesti di vimini che viene voglia di vedere cosa c’è dentro. Ci guardo e dentro ci sono dei piccoli pulcini, gialli, appena nati. Sono stupita fino a un certo punto perché è pur sempre Pasqua e i pulcini nel sogno ci stanno. Da lontano vedo un signore, uno serio che mi viene incontro, vestito come un buttero, quelli che vanno sui cavalli ma lui non ha il cavallo, è a piedi. Mi raggiunge e mi porge la mano come fanno gli uomini per presentarsi, noto che ha le mani tutte sporche di terra, mani affaticate, ruvide. Penso che mani così non le vedevo da anni e che era giusto sognarle, forse era un desiderio inconscio, non so. Quell’uomo era Jean Francois Coche Dury e con mano più pulita mi porgeva un calice aligotè1del suo Bourgogne Aligotè, come a dare il benvenuto, un gesto d’altri tempi, quasi aristocratico se non fosse che era più vero, più autentico e sincero da farmi arrossire e rimanere impietrita, senza parole, senza neppure la possibilità di svegliarmi e rendermi conto che non ero lì, che non era possibile…
Nel calice c’è un vino bianco, Aligotè 2006, l’osservo come si farebbe con una sfera di cristallo per capire se può raccontarmi qualcosa di più, se si può svelare, come se per incanto e per caso ne potesse uscire un genio così bravo da raccontarmi tutto, dove sono e cosa sto bevendo. Non c’è, ci sono solo io e il vino. Nudi, come direbbe qualcuno, nudi e senza difese. L’Aligotè di Coche Dury è un vino che non esiste, non può esistere se non in sogno, è troppo diverso da tutto quello che ho fin’ora assaggiato. Il colore giallo leggermente dorato è brillantissimo, il naso è spaziale. Forse sono stata rapita dagli alieni e non me ne sono accorta. L’Aligotè? E chi l’aveva mai assaggiato? L’olfatto è di erbe di campagna, leggermente amare, qualche piccola ginestra e fiorellino giallo, idrocarburi particolarissimi, non da riesling, altri, più delicati che si abbracciano alla mela verde e agli agrumi gialli. Non so se è per via del sogno ma ci sento netto anche il finocchietto selvatico. In bocca è una roccia, minerale di pietra focaia, è sapido, verticale e austero, e un leggerissimo muschio che non ce la fa a dormire, s’alza e apre le danze con la morbidezza dell’alcol che altro non aspettava. Parte una musica, è un concerto per violino e pianoforte, note acutissime e accordi armonici che si sposano, curve d’armonie sensuali e leggere. Oltre la normale soglia di verità c’è un piccolo sogno sognato e un grande vino che l’ha reso possibile. Io dormivo ma di sicuro quel giorno la bottiglia di Bourgogne Aligotè 2006 l’ha aperta Filippo Marchi al quale va il mio profondo ringraziamento, è lui il mio Virgilio enoico per i vini francesi, colui che mi ha condotto spesso dal disordine totale alla fioca luce della sapienza.

Published in: Senza categoria on 04/04/2013 at 7:46 pm  Lascia un commento  

Boca “Il Rosso delle Donne” 2005 Cantine del Castello Conti

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La conoscenza del vino è un’idea imperfetta perché la natura vive la sua vera espressione nella mutevolezza e crea i suoi capolavori attraverso il rinnovamento continuo. Il Boca “Rosso delle Donne” Conti 2005 è un vino che cammina a piedi nudi nella direzione essenziale del divenire. Rosso rubino intenso, un colore che avvolge e rassicura così come le mani di papà Ermanno. Mani che hanno saputo cogliere, trattenere e restituire il sapere e l’amore racchiuso nella cura del vigneto e nella lavorazione in cantina. Elena, Anna e Paola Conti, tre figlie, tre libri da scrivere. Fogli bianchi da riempire di memoria, parole e gesti che hanno tracciato un solco e costruito un ponte tra il passato e il futuro. Rosso è il pensiero di Elena quando sorride alle vite e alla vita, rosso è il tramonto che l’accarezza quando alla sera fa ritorno in cantina. Danza il Boca nel calice lasciando trasparire la passione e la cura, l’attenzione necessaria e la sensibilità oltremodo offerta, l’arte del creare che non è preceduta da interessi. La potenza della tradizione che abbraccia la creatività genera ciò che solo si può definire “vino vivo”. Un estasi sublime di profumi che arrivano carichi e netti, parole infilate una dopo l’altra che ricordano la descrizione di un’atmosfera rilassante e carica di attese. Un sipario rosso rubino intenso che si alza e si scopre un attore e uno spettatore, un vino questo Boca Conti che sa parlare e ascoltare, che accarezza e che rivendica l’appartenenza al territorio. Una musica da interpretare, uno spartito variabile anno dopo anno, clima dopo clima, ispirazione dopo ispirazione così come dovrebbe essere ciò che noi chiamiamo: l’opera dell’artista. Al naso è un cofanetto di profumi, un bouquet di rose rosse appassite e piccoli frutti rossi che spingono verso la passione e che invitano le labbra e la lingua al contatto. Subliminare le papille gustative, un compito che semmai gli fosse stato affidato, il Boca Rosso delle Donne esegue con eleganza e all’interno di quel silenzio che solo chi sa parlare al passato guardando verso il futuro osa decifrare. La mineralità e l’acidità elevano ciò che il frutto ha creato, il tannino scalpitante che spinge nel rivendicare il diritto d’attesa, come se tutto questo non fosse già una promessa, come se in questo calice non fossero già racchiuse le potenzialità dell’annata e la bellezza del rispetto e della sensibilità che Elena dedica quotidianamente alle sue vigne. Viene voglia di brindare con questo Boca, anche se non ce ne è bisogno, anche se non è il momento, qui si brinda al divenire, all’unica certezza di un sentire comune che va nella direzione del continuo mutamento, vivendolo all’interno dei cicli naturali dell’agricoltura e della vita stessa.

 (barbara brandoli)

CANTINE DEL CASTELLO CONTI – di Conti Elena, Anna e Paola

Via Borgomanero, 15 – 28014 Maggiora (NO)

www.castelloconti.it 

Published in: on 17/03/2013 at 10:45 pm  Lascia un commento  

Gevrey Chambertin Gilles Burguet 2001

IMG00809-20121228-1832Busso alla porta della pietra -
Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro, dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole, a cui nessuno presterà fede.
- Non entrerai – dice la pietra.
- Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza. 
(poesia in incipit tratta da:Conversazione con una pietra di Wislawa Szymborska)

Gevrey Chambertin di Gilles Burguet se dovessi un giorno raccontare di te, sicuramente avrei bisogno di camminare lungo tutta la Cote d’Or a piedi nudi e in religioso silenzio. Ho bisogno di chiedere a qualcuno chi sei e del perché mi arrivi così nobile e sconosciuto e t’insinui in quella piccola  piccola feritoia che assomiglia al  pensiero che ho del mio cuore.  Non sono pronta per questo vino, pur custodito da alcuni anni nella mia cantina, aprendolo mi accorgo di aver fatto un errore. E’ un Pinot nero che a me sembra uno Syrah, sono in difficoltà, decido di lasciarlo respirare nel bicchiere e prendo tempo. Passeggio e leggo, respiro e penso alla Szymborska e alle tante  ragioni quando scrisse questa poesia. Mi chiedo fino a che punto un vino può rappresentare uno spaccato di vita vera, dove finisce l’attesa e inizia la verità? Gilles Burguet gioca con questo vino e non potrebbe essere diversamente. L’annata è 2001 e la sensazione è che sia stato imbottigliato ieri, la freschezza e l’acidità di questo vino sono da considerarsi surreali. E’ Pinot nero? Sì, ma non sembra. E allora ci chiediamo il perché e, nel momento che ce  lo chiediamo, mentre stiamo cavalcando nei labirinti dei nostri pensieri, lui si beffa di noi. Si libera a tratti, si mostra attraverso istanti quasi impercettibili. Si rimane come attoniti di fronte a tanta personalità, al punto che mi sto chiedendo da sola che ci faccio qui? Ed è bellissimo e atroce, è malinconico ed estatico, un pomeriggio dove le foglie secche volano dappertutto a discapito della ragione. Dopo tre ore, riavvicino il naso al bicchiere, ruoto il calice, lo scaldo con le mani. Forse era questo che dovevo fare, forse era come strofinare la lampada di Aladino e attendere il manifestarsi del genio. Gilles Burguet adesso parla. Si è svegliato e si mostra a noi in tutta la sua calendoscopica bellezza. Il naso è ferroso, a tratti mi ricorda la china, l’alcol è possente ma non invadente, cattura i profumi e li restituisce a volte eterei a volte paradossalmente terrosi e fruttati. E poi caffè, sottobosco, funghi. Un cesto di ciliegie rosse mature dentro al quale sono state inserite delle rose rosse porpora, due o tre cioccolatini al cacao fondente legando il tutto con un meraviglioso fiocco di liquerizia. In bocca è di una sincerità disarmante, l’impressione di aver a che fare con un uomo che ha i piedi ben piantati per terra e che, da quella posizione, riesce a mostrarti l’evoluzione degli elementi. E così le braccia si alzano verso il cielo, quasi a volerne supplicare un collegamento, la visione prende forma e la lingua, piano piano, decodifica ciò che la natura e l’uomo sono stati in grado di trasformare da intuizione in materia, da poesia in consapevolezza. E ancora ciliegia matura, caffè, cacao, sottobosco, ferro, chiodi di garofano e roccia nera. Minerale e terroso, a tratti etereo, a tratti rustico. E le braccia sono sempre lì, alte verso il cielo a implorare ancora e ancora visioni, dondolando, mentre i piedi sono nudi e accarezzati dal sottile movimento di un tappeto di muschio sottostante. Dammi ancora. Raccontami ancora, sembra dire questo calice. E in lontananza, a Gevrey Chambertin c’è un uomo che, sorridendo, con il dito ti indica il suo orologio e tu sai che quello è Gilles Burguet che si sta prendendo gioco di te perché il suo vino è libero dall’ossessione del tempo, ha vinto il tempo e si può permettere di essere se stesso… Ma, tu sei ancora lì con il naso all’insù che stai decifrando le sensazioni mentre Burguet sorride perché sa di averti donato un senso, quello del partecipare mentre tu, distrattamente e semplicemente , hai solo creduto di aver posseduto per alcuni istanti quell’ambito perdersi che noi chiamiamo meraviglia.

(barbara brandoli)

 

Gilles Burguet

31 rue de la Croix des Champs

Gevrey Chambertin 21220 France  

Published in: Senza categoria on 29/12/2012 at 12:24 pm  Lascia un commento  

Lantieri – Malvasia delle Lipari passito 2010

Raccontami di quest’Isola di Vulcano perché io non ci sono mai stata…Raccontami di come una pianta di vite vive il sole d’estate e di come si lascia accarezzare dalla brezza del mare. Portami là, per un istante che sia eterno, per quel senso innato di devozione che gli esseri umani hanno nei confronti della natura libera e selvaggia. Abbandonami a Vulcano, sono sicura che troverò qualcosa di straordinario ad aspettarmi. La Malvasia delle Lipari Lantieri proviene da un posto fantastico, soprannaturale, metafisico. Paola Lantieri ne è consapevole  e con questo luogo magico della Sicilia ha stretto un patto, di quelli che si possono firmare solo restituendo in bellezza il dono della terra e degli elementi. Apro stasera questa piccola bottiglia di passito Lantieri 2010 e la prima cosa che faccio avvicinando il calice al naso è quella di chiudere gli occhi, senza  alternativa, devo portarla dentro questa sensazione…Dargli spazio, accoglierla e sperare che questo mio rispetto, questo mio ascolto, mi permetta di aprire un dialogo

Paola Lantieri

Paola Lantieri

sincero. L’impatto olfattivo con questa Malvasia è da capogiro, se dovessi descrivere tutti i profumi che sento, finirei le parole e finirei per concettualizzare un liquido che non va analizzato, ne va fatta esperienza. Un fortissimo Tè nero, asciutto e dritto a ricordarci l’oriente, gli agrumi tutti perché sono le braccia della terra che culla queste vigne, i fichi secchi e i datteri in questo deserto spaziale, il tabacco biondo ancora bagnato dalla brezza del mare…Le albicocche e le pesche gialle lasciate appassire su di un muretto a secco, per tutta l’estate, dimenticate, perse, ma, sempre vive nella loro dolente sudata dolcezza.  La roccia, sì la roccia vulcanica che ci riporta al presente e ci restituisce per un attimo la lucidità perduta, s’eleva sul sogno e ci copre di una sottile polvere nera che diventa un mantello olfattivo su questo vino e non lo lascia mai, non se ne dissocia mai. Nell’Isola di Vulcano ci si saluta guardandosi negli occhi, è una vecchia tradizione che hanno inventato gli uomini che custodiscono questo angolo di paradiso, i miei occhi ora, salutano questo calice dorato come un mercante di spezie che a stento trattiene le emozioni. In bocca è dolce e sapido nello stesso tempo, dolce sapido nello stesso tempo…lo ribadisco. E poi è, anzi la bocca è, invasa, tratta in ostaggio, persa in un labirinto senza uscita, la quintessenza del desiderio che si fa vino. Sulla lingua, tutti i sapori di questo nettare si idratano e riprendono vita cominciando a danzare, un risveglio di sensazioni in grado di inventare un gusto unico e  di far convivere sapidità e dolcezza, acidità e calore alcolico, mineralità e morbidezza come se fossero sempre stati, sempre esistiti.  La naturalezza dell’identità di questo vino sono qualcosa di indescrivibile. La persistenza è lunghissima, un vino questo di Paola Lantieri che necessita l’abbandono totale per essere pienamente compreso , e sento che non è abbastanza…  Potrei stare ore a descrivere le note degustative al palato di questa Malvasia Lantieri ma, a mio avviso, se ne perderebbe il senso. Ognuno di noi deve avere il diritto di “fare suo” un vino, deglutirlo e portarlo dentro di sé, diventarne un’unica essenza, di sostanza e di spirito. E’ lì, in quel preciso istante che ognuno di noi può descrivere un vino, catturandone anima e corpo, e vivere l’esperienza artistica che la terra prima e Paola Lantieri poi, hanno voluto donarci per alleviare le nostre vite e per unirci sempre di più a quel misterioso universo che noi esseri umani, sbadatamente chiamiamo amore.

Sull’isola di Vulcano c’è un piccolo produttore di Malvasia delle Lipari, si chiama Paola Lanteri, dicono che faccia vino.

Io credo che lei costruisca cattedrali alchemiche per distillare intatta la dolcezza del suo cuore.

 

 

PUNTA DELL’UFALA – Azienda Agricola di Paola Lantieri

Contrada Gelso Vulcano – 98050 Lipari (ME)

email:  p.lant@neomedia.it

Published in: Senza categoria on 29/12/2012 at 12:06 pm  Lascia un commento  

Fiano di Avellino Vadiaperti 2004

Località Vadiaperti e Toppole in quel di Montefredane, una collinetta a 400 mt sul livello del mare nei pressi di Avellino dove il  fiano ubbidisce a se stesso e si arrende alla sua stessa essenza. Lo sa bene Raffele Troisi che proprio in quel luogo possiede e accudisce  le vigne dalle quali nasce questo straordinario vino che non assomiglia a nessuno, fa storia a sé nel panorama dei fiano avellinesi. Apro oggi una bottiglia di Vadiaperti 2004, ne verso un po’ in un calice ampio, mi fermo. Ne ho troppo rispetto per assaggiarlo subito, conservo questa bottiglia nella mia cantina da alcuni anni, un dono che va restituito con la stessa premura.

In silenzio chiudo gli occhi, ascolto tutte le sensazioni che provengono dal bicchiere prima e da me stessa poi, medito, accolgo, decodifico. Questo non è un vino, assomiglia molto di più all’espressione estatica della presenza divina nella materia. Possiede qualcosa di irraggiungibile, indicibile, un vino che non si palesa e ti affranca  subito la sensazione che prima di scoprire il suo enigma, tu debba ritrovare te stesso. Una Via Crucis di profumi partendo dagli agrumi, buccia di limone e di arancia, la nocciola che arriva e reclama la sua presenza, erbe di montagna ad alimentare la fantasia, menta, muschio, sottobosco, roccia e miele di castagno a volerci ingannare, trasalire le aspettative, ribadire elegantemente la sua diversità. Un vino che non stanca, i rimandi

Fiano di Avellino Vadiaperti 2004

Fiano di Avellino Vadiaperti 2004

olfattivi si susseguono in un alternarsi di sottili finezze che giocano a sottrarsi e a emergere come nel disvelarsi di un’identità forte e sicura di sé, al punto di raccontarsi sottoforma di note olfattive e musicali, tattili ed eteree. In bocca, il fiano di Vadiaperti, è una linea dritta al centro della lingua, l’alcol è impercettibile, perfettamente integrato, un vino finemente magro che trova però la sua spazialità pretendendo una bocca attenta, dedicata, sottomessa. Il liquido arriva in punta di piedi, non si esibisce e rimane fedele a se stesso anche quando ti sciabola addosso un’acidità e una mineralità tali che la  mente dimentica per un attimo che stiamo parlando di un vino del Sud. Una bevibilità stupefacente, la salivazione aumenta e non s’arresta. Al palato ora si fa spazio una leggera dolcezza, dopo tanto rigore, un’oasi dove riposarsi prima del prossimo sorso, sulla soglia di quel desiderio al quale tenti inutilmente di resistere. Un susseguirsi di virtù, una pulizia espressiva che ne esalta il carattere autentico: nessuna debolezza, nessuna nota decadente. E più sogni e più questo fiano ti fa sentire  la radicalità del terreno dove cresce, più fantastichi e più ti restituisce il presente nell’attimo esatto dove il tempo è andato in pausa e tu hai giusto quella mezz’ora per interpretarlo. Una mezz’ora di vita nella quale ognuno di noi ha l’opportunità di entrare in contatto con in proprio corpo, avvicinare il calice alle labbra e avvertire la sensazione di assenza di parole, l’evaporare dei pensieri dai quali sì intravede appena in controluce, un labile ma sincero disincanto.

Il Fiano di Avellino di Vadiaperti 2004 non è un vino, è una profezia.

Barbara Brandoli

Vadiaperti : Contrada Vadiaperti

Montefredane – Avellino – email:info@vadiaperti.it

Published in: Senza categoria on 27/12/2012 at 12:53 am  Lascia un commento  

A Gianfranco Soldera, un Uomo.

Vorrei scrivere all’uomo Gianfranco Soldera, al vignaiolo e al custode del terreno di Case Basse a Montalcino. Vorrei fermarmi in silenzio su quel viottolino fatto di ghiaia sottile che percorsi con lui qualche anno fa andando verso la cantina, con le vigne alla nostra destra che quasi ci accarezzavano. Vorrei risentire le sue parole e rivedere il suo sorriso mentre mi raccontava di come la terra gli aveva risposto, di come il microclima fosse importante e delle tante specie di insetti e animaletti che erano tornati su quel terreno. Vorrei ascoltare il suo dolce dondolio nel camminare con le mani dietro la schiena, la sua saggezza ferma e statuaria, la voce che gli si rompe nella gola quando parla di sua moglie e del bosco delle rose rare voluto e coltivato da lei. Mi piacerebbe

Gianfranco Soldera

Gianfranco Soldera

risentire quella sensazione di “casa” che Gianfranco sapeva infonderti, cercare il perché dei suoi occhi timidi e ritrovarlo nella totale sottomissione alla terra e alla vigna. Vorrei vederlo che accarezza foglia per foglia, grappolo per grappolo come un padre che si fida, come il crescere di un’esperienza determinante e formante per l’uomo, come un dialogo costante, aperto e sincero con la natura. Desidero sentire i suoi borbottii e i suoi sottomessi dispiaceri quando ad un tratto si raggruppavano e lo facevano trasalire. La sua calma fermezza gli permetteva di dire parole dure contro l’omologazione del vino con il garbo di chi non contempla la rabbia, l’ha sconfitta ed è andato oltre. Vorrei dirgli che il suo è stato e sarà un esempio per chi crede nell’agricoltura vera, nel rispetto del territorio e del vino che può produrre, nell’uomo che non si ferma, che ricerca per le generazioni future. Un esempio per chi s’avvicina alla professione di viticoltore, una traccia e una guida per gli studenti di enologia, una mappatura straordinaria per i ricercatori. In questi giorni di grande dolore per lo scempio perpetuato da ignoti ai danni di Case Basse, mi sento vicino all’uomo e alla sua famiglia, alla sua storia così com’è e come chiunque ha avuto il piacere di conoscerlo, può testimoniare. Vorrei dire a Gianfranco che anche se non ci fosse più una bottiglia del suo Brunello in circolazione, nessuno può né potrà mai cancellare la storia dell’uomo che ha creato tutto questo. Soldera non è più soltanto un vino, è l’uomo che si è fatto spirito della terra, che ha aperto il dialogo e ha saputo interpretare la natura ricevendo da quest’ultima il regalo più bello: l’eternità.

Barbara Brandoli
Published in: Senza categoria on 11/12/2012 at 9:03 pm  Lascia un commento  

Terre di Vite, vite di terra (e cultura)

 

Terre di Vite 2011 Castello di Levizzano (Mo)

 

 La passione per il vino ti travolge. S’insinua in te come un batterio dei cui effetti tu, portatore sano, ti accorgi a distanza di anni. Così dopo le prime bottiglie amate con parenti piemontesi oppure sardi ho pensato di cominciare a studiare. Sommelier, master di analisi sensoriale, master specifici, degustazioni senza mai eleggere alcuna guida se non i miei sensi e il dogma dell’apertura mentale. Non ho maestri, anzi ne ho molti. Non appartengo ad un partito, se non a quello degli amanti. Alle passeggiate fra le vigne unisco gli eventi che posso. E’ ad uno di questi che ho conosciuto Barbara Brandoli. Terre di Vite è emozionante ed ho deciso di saperne di più.

Simone Revelli

 

Ciao Barbara.

Ciao Simone. 

Perché Terre di Vite? 

Terre di Vite nasce dall’esperienza fatta con la mia Ass. Culturale Divino Scrivere, a un certo punto abbiamo sentito l’esigenza di creare una manifestazione che racchiudesse tutto il percorso e che potesse essere vissuta (e in un certo senso anche creata) sia dai produttori di vino che dagli appassionati. Nasce comunque dal sogno iniziale di unire l’arte al vino, due mondi solo apparentemente distanti ma che, in realtà, hanno tantissimi punti in comune. Primo fra tutti, la capacità di indurre le persone ad una riflessione più profonda, oltre al senso necessario della convivialità e dello stare insieme. 

Non ti pare che negli ultimi anni si assista ad un’eccessiva proliferazione di “eventi”, che rischia di diminuirne l’impatto? Essere presente a tutti questi happening è quasi un lavoro, e un appassionato è obbligato a scegliere. 

Sì, io e i miei collaboratori ci pensiamo spesso, è vero ce ne sono molte di manifestazioni enologiche e alcune si assomigliano. A noi piace pensare a Terre di Vite come qualcosa di diverso nel panorama degli eventi che promuovono il vino, la nostra logica non è mai stata e mai sarà commerciale. Prima di pensare a quali produttori invitare, noi pensiamo al tema conduttore della manifestazione, pensiamo agli artisti da coinvolgere, ai convegni da organizzare. Solo quando ci è chiaro l’obiettivo e solo quando siamo convinti che possa avere una valenza sociale utile, allora procediamo con la parte organizzativa pratica. L’appassionato è sempre obbligato a scegliere, Terre di Vite è chiaramente diversa , non a tutti piace perchè non a tutti interessano gli approfondimenti, la musica e l’arte in generale. E’ normale e naturale che sia così, noi non ci sentiamo “migliori” ma rivendichiamo il tanto lavoro che c’è a monte, una preparazione che è fatta dal coinvolgimento di tantissime persone e dal confronto continuo. 

A proposito di produttori, con che criterio li scegliete? 

I produttori di Terre di vite sono accomunati da valori umani, culturali ed etici che vanno oltre il doveroso rispetto dell’ambiente e che consentono loro di dare vita a vini di livello qualitativo indiscutibile. Tra di loro ci sono nomi di prestigio internazionale, ma anche giovani che si stanno imponendo all’attenzione della critica e degli appassionati per il loro lavoro. Cerchiamo, volta dopo volta, di offrire al pubblico una panoramica di territori e denominazioni quanto più possibile ampia. 

Sognamo. Se non avessi limiti di budget o di tempo, cosa aggiungeresti a Terre di Vite? 

Terre di Vite è un grande contenitore di idee, di passioni e di professionalità artistiche che si susseguono. Se ci penso ogni volta aggiungerei qualcosa, ma, quello che realmente manca è il tempo per far sì che il pubblico possa usufruire del programma artistico e dei convegni. Facciamo spesso degli esperimenti in quel senso, cerchiamo di ottimizzare gli spazi, testiamo gli orari per poter offrire agli appassionati il tempo giusto per la degustazione ai banchetti dei produttori e le pause per poter assistere ad un convegno o ad una performance musicale. Aggiungerei il fattore tempo, in due giorni è tutto molto concentrato e ci impone spesso di fare i salti mortali a livello organizzativo. 

Qualche anticipazione sull’edizione 2012? 

Ci stiamo già lavorando, stiamo pensando al tema e a come svilupparlo al meglio, la location sarà sempre il Castello di Levizzano in provincia di Modena, il periodo quello autunnale. 

I temi degli anni scorsi quali sono stati? 

La prima edizione, presso le Cantine del Castello Conti, il tema era il rapporto tra vino e poesia.  Poi Levizzano 2010: “Produrre, commerciare, consumare in modo etico e sostenibile – Il mondo del vino di fronte alla sfida della decrescita”, a Buronzo: “La multicultura” e Levizzano 2011: “La donna”(intesa come approccio femminile alla vita).  

2012: la Crisi… (?)  

Il tema di Terre di Vite  2012 potrebbe anche essere “La Crisi” se vista come momento di consapevolezza da parte dei consumatori (oltre che dei produttori) per un ritorno al valore reale delle cose. La crisi può essere un’opportunità solo se contiene in sè un senso rivoluzionario che guarda alla verità e quindi toglie gli orpelli e gli accessori che spesso hanno fatto la differenza nelle vendite del vino. Non deve frenare gli acquisti di vino, deve renderli consapevoli premiando il lavoro dei produttori che hanno sempre lavorato con onestà, con etica e per la salvaguardia del territorio a dispetto delle logiche del marketing e delle facile scorciatoie.  

Dobbiamo riappropriarci delle cose vere, è un nostro diritto e nella crisi questo diritto acquisisce non solo il senso di “scelta” ma anche di solidarietà con un mondo che ha sempre lavorato per il bene della comunità.

(Simone Revelli intervista Barbara Brandoli, 16 Gennaio 2012)

Published in: Senza categoria on 16/01/2012 at 6:55 pm  Lascia un commento  

Terre di Vite: 12 e 13 Novembre Castello di Levizzano (Castelvetro-Modena)

Castello di Levizzano Rangone – Castelvetro (MO)

12 e 13 novembre 2011

Terre di Vite – Quarta edizione

Vino, volti, suoni, immagini e parole

Apertura banchi d’assaggio:

sabato 11:00 – 20:00 /  domenica 12:00 – 18:00

Torna il 12 e 13 novembre prossimi al castello di Levizzano Rangone Terre di vite (www.terredivite.it)  uno degli appuntamenti di riferimento nel mondo del vino di qualità. L’iniziativa, ormai identificata da pubblico e addetti ai lavori come la manifestazione enologico – culturale per eccellenza,  vedrà la presenza dei banchi d’assaggio di una cinquantina di produttori provenienti da tutta Italia e sarà arricchita da un vasto programma artistico e culturale incentrato sul filo conduttore di questa quarta edizione, quello della femminilità. Il calendario degli appuntamenti prevede una lezione del direttore di Porthos  Sandro Sangiorgi sull’aspetto femminile del vino (domenica 13 alle 10:30) e una serie di conversazioni con donne che si occupano a vario titolo di vino condotte da Marco Arturi (domenica 13 alle 15:30). La parte artistica prevede diverse performance a ciclo continuo (musica, reading di poesia e canto) curate da Giulia M. Miscioscia, artista emergente poliedrica e dotata di grande sensibilità, e la mostra permanente di sculture “Le bottiglie e i vini” della ceramista piemontese Maria Teresa Rosa. Ci sarà spazio anche per degustazioni guidate, proiezioni multimediali e abbinamenti tra vino, musica e poesia.

Organizzata dall’associazione culturale Divino Scrivere, la manifestazione presenterà al pubblico un gruppo di vignaioli eterogeneo per provenienza ed esperienza: nelle sale del castello di Levizzano sarà possibile assaggiare vini provenienti da territori prestigiosi  come Barolo e Montalcino ma anche prodotti di zone meno conosciute o emergenti; accanto a produttori di primo piano il pubblico troverà diversi giovani che hanno già avuto modo di richiamare l’attenzione della critica per i connotati etici del loro lavoro e la qualità dei loro prodotti.  Ad accomunarli, valori umani e culturali che vanno oltre il doveroso rispetto dell’ambiente e che consentono loro di dare vita a vini di livello qualitativo indiscutibile. Come nelle precedenti edizioni, troveranno spazio accanto al vino – ancora nell’ottica di valorizzazione e promozione del territorio che contraddistingue il progetto – prodotti alimentari di eccellenza (presidi e d.o.p.).

Partita da Maggiora (No) nel novembre di due anni fa, Terre di vite è cresciuta con gli appuntamenti di Levizzano (febbraio 2010) e Buronzo (novembre 2010). Lo staff organizzativo della manifestazione, composto da Barbara Brandoli, Elena Conti e Marco Arturi, ha deciso di tornare a Levizzano per ragioni di natura logistica – il Castello è una struttura notevole dal punto di vista estetico quanto sotto il profilo funzionale – e per rispondere alle molte richieste espresse dal pubblico, dagli addetti ai lavori e dagli stessi vignaioli.

Published in: on 21/10/2011 at 11:22 am  Lascia un commento  

Sabato 24 Settembre, Divino Scrivere al Poesia Festival

www.poesiafestival.it 

 

Sabato 24 Settembre

Ore 17.00 | Levizzano Rangone, Castello
Divino scrivere
Lettura di poesie, degustazione e musica a cura dell’associazione Divino Scrivere. Testi tratti da libri della casa editrice L’Arcolaio di Forlì, letture a cura di GIULIA MISCIOSCIA con accompagnamento musicale. Degustazione di 3 vini, Lambrusco Grasparossa doc, a cura di Barbara Brandoli (sommelier e presidente dell’Ass. Divino Scrivere). Evento gratuito aperto al pubblico.

 

Published in: on 21/09/2011 at 11:44 am  Lascia un commento  

Checkpoint Avanà, di Marco Arturi (tratto da: www.carta.org)

Il vignaiolo si sta recando tra i filari. Sono giornate fondamentali, nelle quali la vite va seguita con costanza e attenzione e alcuni trattamenti si rendono necessari o addirittura indispensabili. Arriva all’imbocco della strada ai margini della quale sorgono la sua vigna e quelle di tanti altri contadini che lui conosce da sempre: questa è la sua terra e qui tutti fanno vino, non è un caso che la salita porti il nome dell’uva più tipica e diffusa della zona. Mezzi blindati bloccano l’accesso, un uomo armato, in divisa da combattimento, gli chiede i documenti. Palestina? No. Val di Susa, Italia, anno duemilaundici.

Le vigne dell’Avanà di Chiomonte, delle quali Enodissidenze aveva parlato qualche settimana fa sono diventate territorio occupato. Dopo l’operazione militare che lunedì 27 giugno ha portato allo sgombero della «Libera Repubblica della Maddalena» l’accesso all’intera zona è proibito. A farne le spese sono soprattutto i viticoltori, sottoposti a un controllo quotidiano mortificante al checkpoint istituito dalle forze dell’ordine; a qualcuno di loro, rimpallato tra carabinieri e municipio, è stato addirittura proibito l’ingresso. Passano – e nemmeno sempre – soltanto gli intestatari delle aziende, mentre gli operai che collaborano con loro non possono entrare. La cooperativa Clarea, la cui sede sorge all’interno dell’area, non può ricevere i clienti che vogliono acquistare i vini e si è vista montare le baracche del cantiere Tav nell’area della cantina. Questa situazione si protrarrà per un bel pezzo e prelude all’inizio di lavori che con ogni probabilità avranno effetti devastanti sulle vigne.Questa gente rischia di perdere una vendemmia o, peggio, di essere costretta ad abbandonare la vigna. Non è fantascienza, è già successo ai tempi della costruzione dell’autostrada. E’ cronaca, è storia che si ripete.Se una situazione del genere si fosse verificata a Barolo o a Montalcino avremmo sicuramente assistito a una sacrosanta mobilitazione generale in difesa di quei territori e di quei vignaioli. In questo caso il silenzio è sicuramente dovuto alla cortina fumogena dietro alla quale un’informazione asservita cela le notizie scomode nella vicenda Tav. Ma questo non toglie nulla alla gravità di una situazione di fronte alla quale, ne siamo certi, vignaioli, giornalisti, bloggers e operatori del settore non tarderanno a manifestare la propria indignazione.Qualcuno obietterà che la colpa è stata dei No Tav, che avrebbero dovuto lasciare che i lavori cominciassero senza creare problemi. Ma i No Tav non sono più nell’area. Qualcuno dirà che è una questione di sicurezza, che polizia e carabinieri stanno lì per garantire la libertà di impresa. Ma la libertà di questi viticoltori artigiani viene calpestata insieme alla loro dignità.Ecco perché Enodissidenze e Carta invitano chiunque operi a qualsiasi titolo nel mondo del vino a manifestare in forma concreta la propria solidarietà a questi vignaioli, che già nella normalità praticano una viticoltura non a caso definita «eroica» e svolgono una funzione di salvaguardia del territorio e di un patrimonio ampelografico che non può andare perduto.

Chiediamo ai colleghi giornalisti e blogger di dare la giusta visibilità a questa vicenda e al nostro invito. Ci offriamo come tramite [il mio indirizzo mail e il mio numero di telefono sono facilmente reperibili nell’ambiente] tra i vignaioli della valle ribelle e coloro che vorranno esprimere loro una vicinanza. A cominciare, auspichiamo, dai viticoltori più fortunati e dalle associazioni rappresentative della viticoltura indipendente, artigiana e naturale.

Speriamo che nessuno commetta l’errore di pensare «non mi riguarda»: sarebbe il primo passo per ritrovarsi un giorno di fronte a qualcuno che decide se darti il permesso per entrare nella tua vigna.

Marco Arturi  www.carta.org

Published in: Senza categoria on 02/07/2011 at 3:00 pm  Lascia un commento  
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