Nonostante una pioggia torrenziale, il freddo di novembre, la location in un paesino del novarese, è accaduto quello che nemmeno il più visionario degli organizzatori avrebbe mai azzardato sognare: alcuni produttori con vini esauriti poco dopo metà serata, coda ai banchetti per accaparrarsi quel bicchiere o quell’altro, entusiasmo della gente e soddisfazione dei vignaioli che riescono finalmente a spiegare i propri vini e a chiacchierare con le persone di fronte. A Maggiora, il Castello Conti è tappezzato di manifesti, indicazioni nero su giallo (a pensarci l’effetto non è male, ma nulla a che fare col brivido: thriller o noir che sia). Nella cantina delle sorelle Paola, Anna ed Elena Conti, vi sono i banchi, allestiti magistralmente da Mauro Maulini. Le foto di Massimo Prizzon campeggiano alle pareti e Oreste Sabadin

O. Sabadin foto by Francesco Orini
realizza opere al momento, servendosi della terra e del vino dei vignaioli presenti. Su ogni banchetto, un vaso trasparente con la terra delle vigne che ogni produttore ha portato con sé. Nel vaso, un fiore, al cui stelo è stata apposta una foglia con i versi degli otto poeti. Il progetto Terre di vite, fortemente voluto dall’associazione Divino Scrivere, dalle sorelle Conti e da Gianni Usai, ha così preso forma. Che tutto avrebbe funzionato ce ne siamo accorti quando alla tavola rotonda che dovevo moderare, con Sandro Sangiorgi e Marco Arturi di “Porthos”, è accorso un numero tale di persone da rendere necessaria l’installazione delle casse fuori della sala, in modo da facilitare l’ascolto a chi non era di fronte a noi. Un’ora di poesia del vino e vino della poesia, da Gilgamesh a Paul Celan, passando per un dissacrante Gioacchino Belli, e poi la “poesia della terra”, il distillato della natura e la mano dell’uomo… Sangiorgi è trascinante, ma questa non è una novità.

Foto by Giovanni Arcari
Alle 18.00 aprono i banchi d’assaggio e Barbara Brandoli coordina lo staff, accoglie, spiega, dirige, “risolve problemi”, potremmo simpaticamente concludere pensando a Wolf (Harvey Keitel) di Pulp Fiction. Se tutto funziona nei minimi dettagli, gran parte del merito va a lei.
Tra i banchi: operatori, giornalisti, wine-blogger, qualche produttore (ci ha fatto visita persino l’amica Sara Carbone, dal Friuli, dove vive, giunta con qualche Stupor Mundi al seguito – non Federico II, bensì l’Aglianico del Vulture –, mentre Augusto Cappellano è arrivato a Maggiora con l’inseparabile amico Ezio Cerruti: non avete ancora assaggiato il suo Sol, moscato passito in quel di Castiglione Tinella? Cosa aspettate?).
La qualità dei 24 vini presentati non è minimamente discutibile: quando si parte, si parte dalle certezze. Per un caso (o forse no) avevamo 5 nebbiolo provenienti da altrettanti territori e terreni: i Boca di Elena Conti e di Christoph Künzli (Le Piane), nati sul porfido rossastro; il Barolo (Rupestris) di Cappellano, senza bisogno di presentazioni; i Gattinara di Antoniolo; il Coste della Sesia e il Bramaterra di Antoniotti; i suadenti vini valtellinesi di Ar.Pe.Pe., gli unici nebbiolo fuori dal Piemonte. Poi, il Nobile di Montepulciano e il Vin Santo di Susanna Crociani (quanta classe!) e il Lambrusco rifermentato in bottiglia dei modenesi Alberto e Cristina Fiorini.
E ancora: real iberico, prosciutto di Modena, culatello, parmigiano reggiano, torta Barozzi (la proviamo con il Chinato di Cappellano, con l’Elixir di Elena Conti o con il Vin Santo di Montepulciano di Susanna Crociani? Difficile, sì, ma ci divertiamo ugualmente).
Poi si va al ristorante, tutti insieme

Foto by Francesco Orini
appassionatamente (è la verità, che ci crediate o no!).
E ancora Luna, il cane di Sangiorgi, astemio (il cane, non Sangiorgi, grazie a Dio), Giovanni Arcari – TerraUomoCielo – dalla Franciacorta (lui no, non è astemio, grazie a Dio), Francesco Orini, fotografo – del vino – sensibilissimo, che ci immortala anche nei momenti peggiori (grazie a Dio?). Infine, Marco Arturi, che con noi ha condiviso questo progetto, senza dubbio l’uomo in più.
Quando sorseggiate un vino, pensate a un verso (in mancanza d’altro anche quello di un merlo va bene) e siate felici.
Per finire, un dubbio: siamo sicuri che questo progetto non abbia ulteriori sviluppi?


e i commenti iniziali sono cauti, decidiamo di dargli tempo, di aspettarla coscienti che le degustazioni più belle sono quelle che affronti senza fretta e senza preconcetti. Così apriamo un altro vino e continuiamo la cena, io ogni tanto riprendo il calice dove c’è la Barbera e la faccio roteare, mi viene in mente che il vino è un elemento vivo e muovendolo di sicuro non può che risvegliarsi dal sonno di anni dentro a una bottiglia chiusa. Secondo velo, la volatile è abbastanza forte, l’alcool si sente al naso anche se coperto dalla sensazione di polvere…continuo a farlo roteare e mi dedico al risotto che ho nel piatto. Non so cosa sia successo nel giro di venti minuti, so di sicuro che circa in mezz’ora i dervisci danzanti, roteando vorticosamente e velocemente su se stessi, raggiungono uno stato definito d’estasi o meglio diventano il tramite tra la terra e il sole. E’ in questo istante che il danzatore smette di esistere, l’uomo si annulla e la natura si svela, è uno stato simile all’ebbrezza, un catarsi che apre le porte al sapere superiore, alla conoscenza diretta senza i filtri della mente. Invito gli altri commensali a rimettere il naso nel bicchiere e percepisco dai loro sorrisi che la sensazione è profondamente cambiata. Esce fuori una rosa rossa passita spettacolare, un pout pourri di fiori secchi meraviglioso, l’etereo di prima si è quasi del tutto dissolto per lasciar spazio ad un caleidoscopio di profumi che vanno dai fiori secchi alla ciliegia rossa croccante, ribes, mirtillo e una sorprendente fragolina di bosco. Siamo stati tutti d’accordo sui riconoscimenti e sui nostri volti leggevamo a vicenda lo stupore, la piacevole sorpresa che questo bicchiere di Barbera ci aveva riservato. La danza dei Dervisci continua, roteando il liquido nel bicchiere ho come la sensazione di essere in presenza di un processo alchemico, la linea sottile che divide la razionalità dall’istinto, i preconcetti dal vero. Che ossigenare il vino (così come si dice in gergo) facendolo roteare nel bicchiere sia un modo per risvegliarlo, questo è sicuro, non altrettanto sicuro è lo svelamento che ne deriva, molti vini li puoi far roteare nel bicchiere fin che vuoi che partono muti e arrivano muti. Cosa fa la differenza? Il vitigno, il vigneto, l’esposizione, il terroir, la mano del produttore? Forse, tutti questi
aspetti uniti assieme, forse, come i Dervisci Rotanti cercano di rappresentare nella loro danza, l’uomo deve farsi da parte e fare solo da tramite tra la natura, il sole e la terra. In bocca, la Barbera 99 di Cappellano è totalmente inaspettata, mi rifaccio al titolo che ho voluto dare a questo racconto “lascia perdere il nome e ricerca il nominato…” perché della barbera classica come l’intendiamo noi ha ben poco, è anche vero che si tratta di un campione ’99 quindi le componente dure come i tannini sono ovviamente levigati e non scontrosi, l’acidità è ancora ben presente, il sorso è fresco anche se al centro lingua la frutta rossa matura si manifesta imponente quasi a farti sospettare che sia leggermente corto. Chiedo a tutti di riassaggiare la seconda volta con più calma… Terzo velo che cade, escono fuori note di liquirizia, la dolcezza del frutto che si allunga mischiandosi con altri gusti che facciamo fatica ad individuare, comunque il sorso è meraviglioso e sorprendente, non pensiamo più per un attimo ai disciplinari, dimentichiamo il nome e ci lasciamo sedurre da questo calice che, roteando, danza. Ripenso a Teobaldo Cappellano, all’uomo che attraverso un pacifico e solitario cammino ha intrapreso la strada difficile e a volte contraddittoria di chi fa della propria vita il tentativo di unire il passato al futuro, vini unici e inimitabili per eleganza e personalità, quasi impossibili da raccontare, a volte scontrosi a volte disarmanti nella loro semplicità espressiva.