Terre di Vite a Maggiora: breve resoconto della serata

Nonostante una pioggia torrenziale, il freddo di novembre, la location in un paesino del novarese, è accaduto quello che nemmeno il più visionario degli organizzatori avrebbe mai azzardato sognare: alcuni produttori con vini esauriti poco dopo metà serata, coda ai banchetti per accaparrarsi quel bicchiere o quell’altro, entusiasmo della gente e soddisfazione dei vignaioli che riescono finalmente a spiegare i propri vini e a chiacchierare con le persone di fronte. A Maggiora, il Castello Conti è tappezzato di manifesti, indicazioni nero su giallo (a pensarci l’effetto non è male, ma nulla a che fare col brivido: thriller o noir che sia). Nella cantina delle sorelle Paola, Anna ed Elena Conti, vi sono i banchi, allestiti magistralmente da Mauro Maulini. Le foto di Massimo Prizzon campeggiano alle pareti e Oreste Sabadin

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O. Sabadin foto by Francesco Orini

realizza opere al momento, servendosi della terra e del vino dei vignaioli presenti. Su ogni banchetto, un vaso trasparente con la terra delle vigne che ogni produttore ha portato con sé. Nel vaso, un fiore, al cui stelo è stata apposta una foglia con i versi degli otto poeti. Il progetto Terre di vite, fortemente voluto dall’associazione Divino Scrivere, dalle sorelle Conti e da Gianni Usai, ha così preso forma. Che tutto avrebbe funzionato ce ne siamo accorti quando alla tavola rotonda che dovevo moderare, con Sandro Sangiorgi e Marco Arturi di “Porthos”, è accorso un numero tale di persone da rendere necessaria l’installazione delle casse fuori della sala, in modo da facilitare l’ascolto a chi non era di fronte a noi. Un’ora di poesia del vino e vino della poesia, da Gilgamesh a Paul Celan, passando per un dissacrante Gioacchino Belli, e poi la “poesia della terra”, il distillato della natura e la mano dell’uomo… Sangiorgi è trascinante, ma questa non è una novità.

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Foto by Giovanni Arcari

Alle 18.00 aprono i banchi d’assaggio e Barbara Brandoli coordina lo staff, accoglie, spiega, dirige, “risolve problemi”, potremmo simpaticamente concludere pensando a Wolf (Harvey Keitel) di Pulp Fiction. Se tutto funziona nei minimi dettagli, gran parte del merito va a lei.

Tra i banchi: operatori, giornalisti, wine-blogger, qualche produttore (ci ha fatto visita persino l’amica Sara Carbone, dal Friuli, dove vive, giunta con qualche Stupor Mundi al seguito – non Federico II, bensì l’Aglianico del Vulture –, mentre Augusto Cappellano è arrivato a Maggiora con l’inseparabile amico Ezio Cerruti: non avete ancora assaggiato il suo Sol, moscato passito in quel di Castiglione Tinella? Cosa aspettate?).

La qualità dei 24 vini presentati non è minimamente discutibile: quando si parte, si parte dalle certezze. Per un caso (o forse no) avevamo 5 nebbiolo provenienti da altrettanti territori e terreni: i Boca di Elena Conti e di Christoph Künzli (Le Piane), nati sul porfido rossastro; il Barolo (Rupestris) di Cappellano, senza bisogno di presentazioni; i Gattinara di Antoniolo; il Coste della Sesia e il Bramaterra di Antoniotti; i suadenti vini valtellinesi di Ar.Pe.Pe., gli unici nebbiolo fuori dal Piemonte. Poi, il Nobile di Montepulciano e il Vin Santo di Susanna Crociani (quanta classe!) e il Lambrusco rifermentato in bottiglia dei modenesi Alberto e Cristina Fiorini.

E ancora: real iberico, prosciutto di Modena, culatello, parmigiano reggiano, torta Barozzi (la proviamo con il Chinato di Cappellano, con l’Elixir di Elena Conti o con il Vin Santo di Montepulciano di Susanna Crociani? Difficile, sì, ma ci divertiamo ugualmente).

Poi si va al ristorante, tutti insieme

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Foto by Francesco Orini

appassionatamente (è la verità, che ci crediate o no!).

E ancora Luna, il cane di Sangiorgi, astemio (il cane, non Sangiorgi, grazie a Dio), Giovanni Arcari – TerraUomoCielo – dalla Franciacorta (lui no, non è astemio, grazie a Dio), Francesco Orini, fotografo – del vino – sensibilissimo, che ci immortala anche nei momenti peggiori (grazie a Dio?). Infine, Marco Arturi, che con noi ha condiviso questo progetto, senza dubbio l’uomo in più.

Quando sorseggiate un vino, pensate a un verso (in mancanza d’altro anche quello di un merlo va bene) e siate felici.

Per finire, un dubbio: siamo sicuri che questo progetto non abbia ulteriori sviluppi?

Pubblicato in: on 10/11/2009 at 4:41 pm Commenti (1)

Terre di vite: poesia #8

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

Chiara Daino

Chiara cercava colore, coltello:

La lima lunga, la lingua lavora

Ancora avvelena [avverte]: a

Morte! mi mangia, mi manca

Adorare: antiche alchimie…

Ti tocco. tu taci. tempo teso

 

Datemi duri dardi – diamanti:

Adoro avere amici [asessuati]

Ignoro incubi, in ignoto itinere

Nuoto. nitida nascondo nomi.

Opero: ostrica ostile – ometto

***

chi dice ha mano infame.

e al morbo – bastano due dita:

 

l’indice giallo, un verde medio

 

il foglio, di fumo, di fiele: la bile

[il buco ti divora, brucia a dovere

la pupa – rimane chiusa].

 

è un feudo per i papaveri:

 

vivo chi legge

 

domani mi dedico… domani ti dico…

 

autunno che rubi le gemme

hai dita di legno a scheggiare

la nicchia di luce. tu stendi

cieli di cenere – per castigare.

 

la doglia rossa – rimane

chiusa. e cade [la sirma, la segna]

***

Fra i poeti, Chiara Daino appare colei che più di tutti intrattiene vivaci relazioni con l’underworld della rete. Animatrice instancabile di blog e siti online, questa giovanissima colpisce soprattutto per la matura calibratura espressiva del suo dettato invariabilmente percussivo e spasmodico, vivificato da un naturale, “fibrillante” sperimentalismo linguistico per il quale, mi viene da dire, anche le minimissime questioni di carattere fonico – ritmico sembrano rispondere direttamente a un’esigenza d’ordine (o dis-ordine?) metafisico. […] per la Daino […] il luogo del dire è innanzitutto il corpo. (M. Morasso)
***
“Voi sapete cos’è La Merca? È un marchio. È un nuovo Bildungsroman: capovolto, crudo, ironico.
L’autore piega la vecchia lingua, grassa, per sondare le piaghe/pieghe di una realtà diffusa e taciuta: la vita che vive d’arte, e l’arte-vita che si innesta sul d.c.a. Agli occhi del mondo: «disturbo del comportamento alimentare». Ma è il mondo stesso a soffrire come un disturbo l’esistenza di Jenny; e la malattia di Jenny, se è tale, è solo questo mondo. I Neologismi e la Contaminazione della Lingua magra ricamano le personae parlanti (e dire è dire tutto, contro tutti, sempre): il lettore valuterà il peso della materia, che si fonde con il verbo lieve. Nessun moralismo e nessun patetismo: qui il Bíos è teso.” (M. Sannelli)
***
Terribile il gioco linguistico (al massacro?) di Chiara Daino recentemente uscita con il crudo La Merca: Chiara ci provoca in maniera adamantina e il suo “dire” può corroderci, ma a partire da una necessità che è anche in noi (se vi prestiamo ascolto), una voce e-voc-at(t)iva assoluta e performativa: “atroce io di razza (…) atroce me stessa duro sangue”. (A. Ramberti)
Pubblicato in: on 07/11/2009 at 12:48 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #7

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

Maria Grazia Calandrone  

I
Sant’Anna, 12 agosto 1944

Conoscemmo il ragazzo
dal ciondolo con la croce
e la figura del santo
era messa di fronte
alla luce come prima di chiudere gli occhi dopo la discesa
del sole che lascia il suolo con l’erba e la carne
friggenti e le bestie ovunque
divise
da mani ancora sbarrate a proteggere
il volto dalla mitraglia e la persona si storceva
per tutti i sensi dell’eccidio.

Rastrellavano bambini come grani di sabbia e come sabbia che ubbidisce al vento erano muti.]
Nessuno
si difendeva: componevano dune inanimate, componevano cose
piegate al vento
sul sagrato, solo stringevano le foto addosso perché dopo
qualcuno desse il giusto nome
al corpo che ciascuno aveva usato da vivo. Seppellimmo Maria
dentro la scatola della sua bambola.

Alcuni tra quelli che davano ordini
parlavano il dialetto delle nostre parti e infatti
portavano bende colorate
sul volto per la vergogna
che il loro volto rimanesse visibile nello stupore dei morti.

Altra cosa è il feto posato
sul tavolo sotto gli occhi
della madre seduta
che diffonde un silenzio finale
dal ventre aperto,
fissa nello stupore
la traiettoria minuscola del piombo
da parte a parte tra le tempie minuscole.

 

II
Marzabotto, 29 settembre 1944

Uscimmo dopo che fu silenzio
dal bosco sotto il picco di Monte Sole e conoscemmo
che i maiali mangiano la nostra carne: mio nipote
era sotto il pergolato e mio padre
una povera cosa messa male su altri
posati in due
lati a cavalcioni
di un davanzale, neri
delfini arenati
su una scogliera e dell’ultimo
rimaneva la cuffia sotto la bocca, da fuoco.

Alla prima esplosione conoscemmo ancora
che quelli avevano minato i corpi
così che i morti uccidessero i vivi
che uscivano dai boschi a ricomporli, a sciogliere
mani aggrappate
una all’altra come piccoli ormeggi nella buia insenatura della morte
perché ognuno fra i morti ritornasse solo
e ognuno dei vivi
potesse nominare quella solitudine
come la solitudine di un parente lontano,
potesse premere su quella lontananza la sua bocca, su quelle mani
di polvere e corallo protese
come nei giorni di sole
quando tutto era prossimo alla somiglianza.
Così tutti si sono inchinati, hanno tenuto
bassa la testa
su un numero più grande di ogni corpo.

 

Diecimila civili, inedito 2007. (Durante la ritirata i nazifascisti fecero strage di civili in numero di circa diecimila tra vecchi, donne e bambini.)

***

Non è facile entrare nella poesia di Maria Grazia Calandrone.  Lo si deve fare con accortezza, ascoltando e riascoltando, creando nessi fra grumi emotivi disseminati nel testo e intanto seguire quel filo lirico, che è insieme un filo logico, anche se di una logicità non certo filosofica.  Si deve invece leggere questi testi senza la pretesa di inferire, ma lasciandosi da essi suggestionare, così come si leggono i testi poetici che vogliono rompere con la rigidità della costruzione logica della frase, e che puntano decisi a un “altro” linguaggio, che esprime suggestioni e, nell’indefinito, la totalità psicologica di un evento.  Penso ai testi della Rosselli ad esempio. (G. Lucini)

***

La poesia di Maria Grazia [...] è caratterizzata dall’incedere quasi ieratico di un linguaggio che si avvolge alle cose attraverso il loro aderire e disgiungere; un linguaggio che muta polarità continuamente nella scelta dei termini e nella selezione aggettivale. Carica “le cose” di un valore aggiunto, l’impressione è che le sposti, le dislochi nello spazio (ricordo qui una felice intuizione di Stefano Guglielmin: “che cosa fa, la poesia, se non spazializzare il tempo, il tempo dei mortali ?”). La scelta lessicale è tale che talvolta si percepisce la magniloquenza di una evocazione di distanze [...]. Questo attraverso una metrica fatta di versi molto lunghi, densi, dalla connotazione quasi sacrale, ricolmi di immagini e informazione. Le immagini si sviluppano intorno a punti focali del verso, come intorno ad una forma d’onda che alza e abbassa il fronte per testimoniare diverse intensità emotive e semantiche, costruendo la struttura intorno a sonorità lunghe e variabili. Anziché una metrica accentuativa, tonica, sembra affidarsi al suono, al tono del suono, piuttosto che al ritmo. Alle infinite varietà speculari e diapasoniche della parola, per rendere una cadenza contra/sovrapposta al ritmo tonico sillabico come un’armonica di lunghezza d’onda superiore. In questo senso la poesia di Maria Grazia Calandrone contiene “spazi metrici”. (M. Orgiazzi).
Pubblicato in: on 05/11/2009 at 11:50 pm Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #6

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

 Ilaria Seclì

bilancia d’acqua

 

passarsi la spugna lenta tra il collo e il braccio,

magari con la sottana trattenuta ai fianchi

chiudere gli occhi e appendere il profumo al cervello,

farne un fatto d’atmosfera, un’altalena sospesa

a fil di cielo. la solitudine versata nella durata lunga

del mare, nell’acqua che sciaborda. già mia madre

mi teneva così, raccolta e appesa

nella bacinella trattenuta da due sedie

con le labbra che soffiavano le sue mani insaponate

già mia madre mi teneva così, già sapevo la bilancia

d’acqua, la distanza eterna e rarefatta di esserci,

creatura di grazia, senza stare

***

               di lì a poco un’altra porta.

l’anticamera di Alice 

la pioggia al riparo  

il vapore  alla bocca della scarpa.

sfatti al tempo, faro coperto e fumante

la sigaretta all’altalena

orfana di  fiamma al fuoco vasto

e gocciolante

resta lì sotto il giallo campanile

al quadrato di una scena capitale

impalati gli uomini e il profitto

impalati i venti

l’oro infrange occaso e la sua scheggia

il duomo resta eterno

eterna la bellezza inverginata

eterna la staffetta

***

quei treni arrugginiti strappati

all’andare coi finestrini rotti

decapitati alla domanda al vento   

e una sola manciata

di umanità roditoria e indaffarata.

l’azzurro terso e un urlo 

appiedato tra cielo e terra

realtà di creta spacciata al taglio

irregolare del vetro e dell’avanti

la forca e l’imbarco nero

                     un soggetto fin troppo straripante

              ma il biglietto dal cuore della città

sfocata, addormenterà ogni cosa inquieta:

un elfo muove parole e le soffia

fino all’orlo di un senso vivo 

                in de ci fra to

***

L’ultima poesia del libro ci dice “Picciol cosa”, cosa intera e sana/cosa sanguinante e pura/balsamo, pietà, amorevole cura/figlio e non madre a modo d’altri/amore, il mio, incapace amore/Mi spingo come i nani da giardino/altre fosse, altre feritoie/ma siano sospese al vento, sfatte/nicchie per le ipotesi sottili della pioggia/che alcun peso ha mai concesso/fuor del suono luminoso sopra i vetri. C’è tutto il libro in questi ultimi versi. La circolarità, il dolore dell’esilio e della non appartenenza neppure a se stessi, l’esattezza dei contorni delle cose, l’assenza di peso nostra e di ciò che ci circonda la cui esistenza-essenza riconosciamo solo nel “suono luminoso” come a dire che è la musica d’acqua, al di là di ogni amore, il nutrimento e la forma della nostra “autentica vita”. (P. Fichera)

***

Ora, io la sento, la conosco “la realtà spacciata al taglio irregolare del vetro” come conosco altri pezzi di film che Seclì gira e ferma con le parole in questo libro che è un sorprendere in crescendo e anche un avvicinarsi in crescendo che porta lontano, in zone di fiabe che si capovolgono, in zone impervie, che diventano metropoli con parole concretissime che si trasformano. All’improvviso tutto sospeso e impalpabile poi di nuovo concretissimo, materico, lo senti attraverso la carta. E ancora. Leggerezza. Potenza fresca di un linguaggio che si inventa sul ritmo, che si ritma sull’invenzione. (F. Mazzucato)

***

Quanto più il dettato tende ad alzarsi, a trasfigurarsi, a cercare quel paradiso, tanto più la Seclì si trova a confrontarsi col purgatorio dei nostri giorni; più si vagheggia il «mistero lungo», il «mai visto», più sulla pagina si accampano soffitte belle epoque, foto smunte, attrezzi… Non a caso il manifesto del libro (o quanto meno della prima sezione che reca lo stesso titolo della silloge),Bilancia d’acqua, espone con mirabile grazia la precarietà che dal vissuto personale si innesta su di un piano quasi cosmico e lo fa attraverso un’immagine di vita immaginata o ricordata, la cui evidenza è perfino tangibile: la ragazza ormai adulta che si lava in un precario equilibrio rievoca se stessa bambina, quando la madre la teneva «raccolta e appesa/ nella bacinella», in un equilibrio inevitabilmente «senza stare» (p. 16). (L. Metropoli)

Pubblicato in: on at 12:25 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #5

 

Terre di Vite- Sabato 7 Novembre 2009

 

Paolo Fichera

 

Da lì è nato e
doveva morire il dovere
del figlio al figlio del padre,

le ossa predisposte al massacro
le sue al dovere di una variazione
e scarto nel seme tra natiche –
ghiaccio alla foce di un piacere –
la testa di toro nello studio, laggiù
che ripercuote il frammento tra note e
pittura, il labirinto opaco alla parete
come una giostra privata il giardino
delle vergini
accovacciate e al mio sguardo
scoperte

*

e la parola che sussurri
sia un segno dorato, uno sfregio
di spina senza radici,
                            come di scandalo bianco;
la fame e il perdono
di non avere incedere se non nell’occhio
incavo di luce e dolore,
bocca spalancata, arsa di chi
ha avuto tanta sete
da poter quasi rinunciare
-ora- all’acqua

e che la spezia si amalgami al pane
sotto la brace e la cenere si cuocia
di silenzio ondulato e isterica profezia
come lo sguardo lascivo del suicida
che
non sa bere senza versare a terra
acqua

(da Lo speziale, 2005)

*

la rosa brunita e scrivi: la disperazione
è luogo. il canale è luogo, la bellezza è
disperazione, l’io è luogo, capelli ramati e
innesti sangue in struttura, s’infeconda la
biografiaauto, di versi, l’opposto seme dove
adagia i muscoli; il bimbo mangia un gelato
o scismi fioriti, foglie fatte marmo nel
sai che tu andrai in ora scendo nell’ora
mia tua sorella, luogo, riparo, grotta
tutto comprendi è cavità per l’eco

(da Innesti, 2007)

***

Infine, durissimi, ci sono i testi di Paolo Fichera, segni smagliati che si succedono nella serialità degli “&” e delle foto scorciate di Federici, brandelli di un mondo che non può essere colto che per frammenti. In linea, sotto questo aspetto, con lo sguardo di Robbe-Grillet. Fichera, tuttavia, non accarezza il tempo con le parole dello spazio, come faceva lo scrittore francese, bensì ne canta la ferita, riproducendola nella sintassi. Nulla tuttavia è scontato in questo procedere per scissioni e, appunto, innesti: l’albero della vita, pare dirci il poeta, pianta le radici in sangue e sperma, i rami indicano l’occaso, la chioma ha le sembianze del poeta, che “ha sete e digiuna”. Di questo paesaggio si nutre la conoscenza, oggi. Parlare d’altro significa fingere o godere di un privilegio senza comunità.

(S. Guglielmin)

***

Il centro pulsante del libro, l’ala vitale che soffia luce all’ombra dei versi che la pagina a stento contiene, è la sezione intitolata “Le croci bianche”, di cui il testo dedicato ad Alberto Giacometti è una sorta di epigrafe metapoetica che imprime una “svolta di respiro” alla voce, al lessico, alla parola dolente che si acquieta trasformando il canto in preghiera. La sacralizzazione della “spezia” come offerta e dono, richiama un “tu” impersonale che si fa presenza costante e domina i versi anche quando non è esplicitamente richiamato: e allora “spezia”, “pane”, “brace”, “acqua”, “rosa”, “silenzio”, “dolore”, con tutte le loro stratificazioni archetipiche, diventano figure di una “sacra rappresentazione” che si iscrive tra le pagine metamorfiche che il grande libro delle stagioni racconta.

(F. Marotta)

***

Sfogliare le pagine de Lo speziale, esordio poetico di Paolo Fichera (LietoColle, 2005), equivale ad inoltrarsi nell’officina di un alchimista, tra cumuli di oggetti («testa di toro nello studio», dipinti, corvi a guardia di macerie), attraverso un «labirinto opaco», che vena di suggestione gotica gli ambienti. Lo speziale nel suo studio, anni luce distante da velleità faustiane, medita sulla genesi dell’identità-corpo, sulle sue filiazioni e radici (ricerca che l’autore conduce e approfondisce nelle successive raccolte: Innesti, Cantarena 2007, e La strada della cenere, Fara 2007), le sue forme e commistioni. L’incipitaria riflessione di Cioran sulla morte, intesa come «regressione germinativa», introduce al nucleo della materia del libro, dove si adagia quel luogo interstiziale tentato dal verso di Fichera: la zona franca che si colloca tra atto e potenza, vuoto e affioramento, padre e figlio, morte e vita, «un credo e il suo dubbio».

(L. Metropoli).

Pubblicato in: on 04/11/2009 at 1:03 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #4

 
 
 
Cristina Babino

Gotica

 

Mi lasci guardarmi

e mi chiedi se vedo

 

il viso facciata scolpita

la bocca portale socchiuso

 

- ho sognato per i miei seni

rotondità di absidi

e gambe pinnacoli svettanti –

 

mi rincorre la fuga

di una sola navata

transetti le braccia

 

nel ventre un

vuoto di cattedrale.

***

La sera m`impone compagnia.

 

Nel bicchiere

il discreto naufragio

del silenzio che non dico.

 

Addomestico l’umore

e le labbra

a una spuma

che sa di capodanno.

 

Una risata passa

come uva nella stanza

***

Sull’ultimo libro della Babino, La donna d’oro, qualche estratto qui di seguito:
 
Lo straordinario percorso umano e artistico di Tamara de Lempicka, controversa e affascinante icona dell’Art Déco, viene qui raccontato in prima persona, attraverso un’immaginata confessione in forma di monologo, un singolare autoritratto in versi che a partire da precisi e documentati riferimenti biografici ricostruisce le tappe principali della sua vita e della sua pittura, restituendone in una veste poetica, ma dalla cadenza “narrativa” al tempo stesso, tutta l’audace poesia. (dalla quarta di copertina)***

Le biografie romanzate sono straordinarie e da alcune sono stati anche tratti film di notevole successo (una per tutte: «Brama di vivere» sulla vita di Vincenti Van Gogh scritto da Irving Stone e poi tradotto in film da Vincente Minelli) ma le biografie tradotte in poesia sono decisamente più rare: ricordo «Il Diario di Kaspar Hauser» di Paolo Febbraro; i libri di Alberto Bellocchio con non ultimo «Il romanzo di Aldo» -questo per restare in Italia- mentre all’estero qualcosa qui è là appare, come per Dorothy Porter, scrittrice e poeta  australiana che narrò in poesia la vita del faraone Akhenaton con la «La maschera di scimmia», raccolta di poesia omonima poi tradotta in film (per la regia di Samantha Lang).
Cristina Babino raccoglie le eredità precedenti e le distilla, affrontando un’icona -e la storia che la circonda- e facendolo con successo, senza cadere nel banale. «La donna d’oro» (termine coniato da D’Annunzio) è la storia -vera- della pittrice Tamara de Lempicka. [...] La sua pittura è molto spinta, il minimo dettaglio è curato, un disegno preciso, netto, immagini di un erotismo magnetico e coinvolgente, una pittura ricca di seduzione e di originalità. Cosi come lo è la poesia di Cristina Babino che ha saputo districarsi non solo dai possibili impasse dati dalla storia, ma ricreando la storia per voce stessa della protagonista: la narrazione è infatti in prima persona. La Babino veste i panni della Lempicka e il travestimento non è una forzatura ma un vestirne i panni come una seconda, perfetta pelle. La narrazione è piana, riassuntiva eppure mai trascurata e la pittrice fa un punto della propria esistenza, serena, pacata, aulica; dismette il tono nobile ed austero, provocatorio anche, per lasciare i fatti scorrere.
(F. Alborghetti)

 

 

Pubblicato in: on 03/11/2009 at 8:51 am Lascia un Commento

Barbera d’Alba ’99 di Cappellano: Lascia perdere il nome e ricerca il nominato…

Se in questa raccolta di poesie vedrai
taverne, osti e ubriachi,
idoli e zunnar, croci e rosari,
cristiani, zoroastriani, pagani, brocche e conventi
vino e bei fanciulli, candele e ginecei,
melodie di liuto e canti d’ubriachi,
liquori e osterie, e gli sfaccendati delle bettole,
compagni, coppieri, tavole da gioco e fervide preghiere,
il dolce suono dell’’organo e del faluto il lamento,
il sabuh e le assemblee e coppe di vino una dopo l’altra
otri e calici, e le giare del venditor di vino,
e fare a gara nel trangugiar liquori,    dervis3
correre dalla moschea alla taverna
e in quel luogo rilassarsi un po’,
per un bicchier dar in pegno sé stessi
al vino il corpo, e l’anima affidare,
rose, roseti, cipressi, giardini e tulipani,
e il racconto della rugiada dell’aurora;
peluria, nei, snelle figure e sopracciglia,
guance, visi, gote e lunghe trecce,
labbra, denti e occhi ebbri e seducenti,
teste e piedi, cintole e polsi e mani,
bada a non imbarazzarti per tutto ciò,
ma fatti coraggio e scovane il significato:
non t’impigliare nell’aspetto delle espressioni
se sei tra coloro che san capire quel che indicano!
Purifica il tuo sguardo se vuoi veder la purezza,
va via dalla buccia se vuoi vedere il nocciolo:
se non distogli lo sguardo dagli aspetti esteriori
come potrai diventare un conoscitore di misteri?
Poiché ciascuna di queste parole ha un’anima
e sotto ognuna di esse v’è un mondo…
tu cerca l’anima loro e passa via dal corpo,
lascia perdere il nome e ricerca il nominato:
non tralasciare alcun dettaglio,
finché diverrai compagno a Verità
(Maghribi nel suo Mathnawi)

 

Si può comiciare a parlare di un vino senza nominarlo solo nel momento stesso in cui questo vino te lo concede, nell’attimo in cui la danza del liquido nel bicchiere non è più fine a se stessa ma diventa strumento di passaggio verso la verità. Ho voluto dedicare un canto Sufi alla Barbera di Cappellano ’99 bevuta ieri sera in compagnia di amici e bravi degustatori, consapevole del fatto che probabilmente avrei trovato non poche sorprese in questa bottiglia. Quando un produttore ti affida il risultato del suo lavoro e ti chiede un tuo parere devi essere pronta a metterti in gioco, essere cosciente che il tuo sapere enologico potrà guidarti fino a un certo punto. Ho pensato che una Barbera di dieci anni mia avrebbe “parlato” , l’ho vista come uomo in grado di esprimere a parole ciò che voleva trasmettermi, invece mi sbagliavo, questa Barbera si è svelata danzando.  Così mentre rientravo a casa ieri notte, mi sono venuti in mente i Dervisci danzanti, le musiche ipnotiche che li accompagnano e le meravigliose poesie di Rumi. I Sufi sono maestri del velamento e dello svelamento, del simbolismo e della metafora, velano l’essenza ed al tempo stesso la svelano. Il primo velo lo si percepisce al naso, è chiusa, quasi trincerata dietro a un sottobosco di foglie di castagno secche, muschio e polvere, ci guardiamo tutti increduli perché non erano quelli i profumi che ci saremmo aspettati. I nasi si arricciano derviscie i commenti iniziali sono cauti, decidiamo di dargli tempo, di aspettarla coscienti che le degustazioni più belle sono quelle che affronti senza fretta e senza preconcetti. Così apriamo un altro vino e continuiamo la cena, io ogni tanto riprendo il calice dove c’è la Barbera e la faccio roteare, mi viene in mente che il vino è un elemento vivo e muovendolo di sicuro non può che risvegliarsi dal sonno di anni dentro a una bottiglia chiusa. Secondo velo, la volatile è abbastanza forte, l’alcool si sente al naso anche se coperto dalla sensazione di polvere…continuo a farlo roteare e mi dedico al risotto che ho nel piatto.  Non so cosa sia successo nel giro di venti minuti, so di sicuro che circa in mezz’ora i dervisci danzanti, roteando vorticosamente e velocemente su se stessi, raggiungono uno stato definito d’estasi o meglio diventano il tramite tra la terra e il sole. E’ in questo istante che il danzatore smette di esistere, l’uomo si annulla e la natura si svela, è uno stato simile all’ebbrezza, un catarsi che apre le porte al sapere superiore, alla conoscenza diretta senza i filtri della mente. Invito gli altri commensali a rimettere il naso nel bicchiere e percepisco dai loro sorrisi che la sensazione è profondamente cambiata. Esce fuori una rosa rossa passita spettacolare, un pout pourri di fiori secchi meraviglioso, l’etereo di prima si è quasi del tutto dissolto per lasciar spazio ad un caleidoscopio di profumi che vanno dai fiori secchi alla ciliegia rossa croccante, ribes, mirtillo e una sorprendente fragolina di bosco. Siamo stati tutti d’accordo sui riconoscimenti e sui nostri volti leggevamo a vicenda lo stupore, la piacevole sorpresa che questo bicchiere di Barbera ci aveva riservato. La danza dei Dervisci continua, roteando il liquido nel bicchiere ho come la sensazione di essere in presenza di un processo alchemico, la linea sottile che divide la razionalità dall’istinto, i preconcetti dal vero. Che ossigenare il vino (così come si dice in gergo) facendolo roteare nel bicchiere sia un modo per risvegliarlo, questo è sicuro, non altrettanto sicuro è lo svelamento che ne deriva, molti vini li puoi far roteare nel bicchiere fin che vuoi che partono muti e arrivano muti. Cosa fa la differenza? Il vitigno, il vigneto, l’esposizione, il terroir, la mano del produttore? Forse, tutti questi dervisci 1aspetti uniti assieme, forse, come i Dervisci Rotanti cercano di rappresentare nella loro danza, l’uomo deve farsi da parte e fare  solo da tramite tra la natura, il sole e la terra.  In bocca, la Barbera 99 di Cappellano è totalmente inaspettata, mi rifaccio al titolo che ho voluto dare a questo racconto “lascia perdere il nome e ricerca il nominato…” perché della barbera classica come l’intendiamo noi ha ben poco, è anche vero che si tratta di un campione ’99 quindi le componente dure come i tannini sono ovviamente levigati e non scontrosi, l’acidità è ancora ben presente, il sorso è fresco anche se al centro lingua la frutta rossa matura si manifesta imponente quasi a farti sospettare che sia leggermente corto.  Chiedo a tutti di riassaggiare la seconda volta con più calma… Terzo velo che cade, escono fuori note di liquirizia, la dolcezza del frutto che si allunga mischiandosi con altri gusti che facciamo fatica ad individuare, comunque il sorso è meraviglioso e sorprendente, non pensiamo più per un attimo ai disciplinari, dimentichiamo il nome e ci lasciamo sedurre da questo calice che, roteando, danza.  Ripenso a Teobaldo Cappellano, all’uomo che attraverso un pacifico e solitario cammino ha intrapreso la strada difficile e a volte contraddittoria di chi fa della propria vita il tentativo di unire il passato al futuro, vini unici e inimitabili per eleganza e personalità, quasi impossibili da raccontare, a volte scontrosi a volte disarmanti nella loro semplicità espressiva.

B.B.

Pubblicato in: on 01/11/2009 at 5:17 pm Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #3

 

Terre di Vite- sabato 7 Novembre 2009

 

Federico Federici

 

profilo n. 1

pensa

che dura il giorno finché lo vedi

come si muove prima che solo

una luce resti sopra la traccia

in un calore da togliere il fiato

non è così che

si fa più breve dopo

già non sapendolo certo

o che ritorni, mentre col labbro

lì da un centimetro sopra

la polvere dire quel poco

che non ripete parola

né suono, fare un rumore

come se fosse più niente

ciò che si fa, il molto

che argina il tempo

 

 

profilo n. 3

segui

me dall’ombra, sino a che

ricresca in superficie

l’anima versatile col corpo

nella pelle vertebrata mise

prime ali

scuotersi nell’aria dopo i fili

i tendini dal corpo, l’arto agile

alla luce dove stare lì nei vivi

movimenti di un Aprile, sopra

ciò che è già scomparso

(da Profilo minore)

I profili sono la realtà vista di lato, una prospettiva  – tra le tante – della sua conoscenza. Il catalogo e la loro numerazione (l’aggettivo minore del titolo tende a ridimensionare il metodo e a riconoscerne la parzialità) non sono altro che un tentativo di scavare tra le forme e la sostanza del mondo, inventariandole, approfondire il reale e cercare di darne un criterio secondo coordinate spazio-temporali, a loro volta soggette ad un arbitrio non insindacabile. [...] Federici assembla e smembra, secondo una dialettica gabbia-infrazione, un dissidio interno alla struttura, adottando un andamento franto (e fratto) del ritmo che piega la cantabilità ai fini di una vagheggiata misura architettonica-organica: l’intero si costituisce per frammenti, ma è sfuggente. Privilegiare le parti anziché il tutto è una necessità più che una scelta. L’autore insegue un metodo più che la loda, un’indagine sulla conoscenza, sul nostro modo (incompleto) di intendere il reale.

(L. Metropoli)

Pubblicato in: on 31/10/2009 at 6:26 pm Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #2

 

Terre di Vite Sabato 7 Novembre 2009

 

Anila Resuli

 un ramo come un osso d’albero che si lacera

 e si trattiene; volgi qui un po’ del tuo occhio

 sorpreso del mio odore. sapessi quanto aspettare

 richiede l’amore; sapessi come io, lunga, dal mio ventre

 al tuo ginocchio mi sorprendo altra. piccola ma greve,

  la fiamma s’incastra alla tua bocca e al tuo dente,

                                                      forte, diviene ancora. 

*

qui parla e qui s’allontana la foglia: l’autunno

ci migra addosso come polline storpio che sgola

al mare. altra mano, la tua, a disegnare ciò che in corpo

ha vita sterile, ciò che denuda e che brucia

come un fiato scemato senza scendere in gola.

lì, si termina in uno; in un’unica testa con gambe

congiunte a fisarmonica; in un unico braccio

che incarna il possesso e più non si strappa.

 così l’anima s’appresta  a finire dentro la tua carne,

un pezzo alla volta,              ancora ed ancora.

(da Petali vorticanti)

Testi sorprendenti, tersi e contemporaneamente in ombra, dal ritmo sostenuto e, nello stesso tempo, dissonante, capace di rivelare, in una controllata caduta di tono, l’architettura di pensiero che sorregge il canto: corpo e parola immersi in un costante, reciproco inseminarsi, dove è difficile distinguere qual è il medium che permette all’altro di rivelare qualcosa di sé: forse perché è la parola, che facendosi dettato formalmente significante, utilizza il corpo per rivelarne, per piccoli barbagli o sapienti e ben dissimulati inciampi, il profilo e il linguaggio più segreto, quello che la parola stessa è incapace di dire.
(F. Marotta)

Pubblicato in: on at 12:31 am Lascia un Commento

Terre di vite: poesia #1

Luigi Metropoli dell’Ass. Culturale Divino Scrivere ha curato il percorso poetico all’interno dell’evento Terre di Vite

selezionando otto poeti ai quali ha chiesto di scrivere un inedito a tema che verrà presentato il 7 Novembre.

In questi giorni, sul nostro blog, Metropoli presenta gli otto poeti.

(Barbara B.)

logo terre di vite 

 

 

Adriano Padua

persevera la notte a farsi breve

per fasi si consuma in lievi lune

sparge versi catodici a gragnuole

verbi come potere e idiomi idioti

la polvere dell’odio e dell’oblio

piove dal basso cielo a mezzi termini

sulla metropoli tra i suoi perimetri

a spegnere le luci artificiali

è l’ora in cui i sospiri si decifrano

fissando a testo frasi ed afasie

in tracce d’anidride che consumano

cerimoniali stasi d’apoetiche

altre parole in sonno sulle labbra

degenerate a vuoto quotidiano

parole contro norma ed armonia

espresse senza forma né spessore

anomale colando come siero

dagli esiti esitanti del pensiero

disgregano nel magma del semantico

al culmine della tensione intensa

di suoni e segni a dilatarsi in verso

ed oltre le normali variazioni

cromatiche del giorno e della notte

nei luoghi marginali all’universo

teatri del silenzio della luce

che s’infinisce cieca ed imminente

il mondo si dissolve in processioni

di astri in morte verso l’occidente

(da La presenza del vedere, 2009)

Il tu identificato insomma dalla sua «forte femmina fame di rime» vigila nell’eterna notte elettrica di Radiazioni come fosse piuttosto pronto a rispondere all’appello: la città, deserta e viva di morte com’è, fa già a meno di lui che, magari a causa dei lunghi tempi d’esposizione, nemmeno impressiona la pellicola, e la minaccia quasi prossima che lo individua come «assenza» non fa di lui un guerriero (come potrebbe indossare armi se nemmeno riesce a sostanziarsi un corpo?) ma lo mostra da sùbito per quello che è: un reduce («la notte è un aspettare nel conflitto le sconfitte che ci spettano»). Tutto resta sospeso, in attesa di quanto è imminente, certo, e questa imminenza incendiaria finisce persino che se la smangia tutta, la forma del verso, se quanto residua dal cardiopalma del poemetto che dà il titolo alla raccolta è infine «l’andamento deciso del taglio» con cui Padua, dopo i sonetti variamente corrosi dall’algido lessico di Meccaniche (tutti rugginosi «di rime nella mescola rimaste / intrise d’italiano tecnologico»), congeda il procedimento. L’imminenza allora, questo stato d’attesa allarmato, intacca persino il periodo.

(G. Frasca)

È un mondo apocalittico quello in cui si aggirano queste voci che sembrano essersi liberate del soggetto. C’è ben poco che faccia pensare alla presenza dell’uomo per le strade metalliche e lo stesso sguardo, che si muove per quei luoghi, appartiene più a un essere spersonalizzato che a un vero e proprio reduce del genere umano. Tuttavia questo che i versi di Padua ci stanno mostrando è il nostro mondo, una costruzione che sta in piedi per neutralizzazioni progressive di contrari e abolizione della spontaneità: «quello che non accade è poesia/ indistinguibile da tutto il resto», in un continuo rovesciamento di prospettive che impedisce di porre punti fermi. Non è detto tuttavia che questa messa in scena poetica non possa essere, come scrive Vaneigem, «l’imbuto in cui si riversa[no] le infinite banalità, la notevole importanza zero del mondo», quell’imbuto capace di donare, come per un processo alchemico, nuova linfa a una materia inerte, tale che «dall’altro lato tutto [esce] trasformato, originale, nuovo». Del resto, scuotendo la grammatica e il ritmo fino a farne un rantolo (ripensato dall’interno di gabbie metriche ben congegnate) l’autore intende scuotere anche la terra.

(L. Metropoli)

Pubblicato in: on 30/10/2009 at 3:09 am Lascia un Commento